Biden, ecco quello che Derrida avrebbe potuto dirti sulla pena di morte

L’esecuzione di Dustin Higgs è stata la tredicesima della presidenza americana appena conclusasi. Trump lascia il suo mandato con il maggior numero di condanne a morte eseguite nell’ultimo secolo, avendole ripristinate a luglio dopo diciassette anni di moratoria.

Per una regola implicita, l’esecuzione della pena capitale è sempre stata sospesa durante la transizione da una presidenza all’altra, ma anche in questo caso la “politica” di Trump rischia di passare alla storia per i suoi eccessi.

Biden ha già detto di voler eliminare la pena di morte a livello federale e convincere gli Stati a fare altrettanto. Tuttavia c’è chi ancora si ricorda di quando, nel 1994, il neopresidente – che allora supervisionava la commissione giudiziaria del Senato – contribuì alla stesura del controverso Crime bill che aggiungeva sessanta reati alla lista di quelli per cui si prevede la lethal injection.

Come già si intravvede da queste prime considerazioni, la questione di come l’opinione sulla pena di morte si intersechi con l’orientamento politico è molto complessa e scivolosa. Anche perché, nel caso della “più grande democrazia del mondo”, se consideriamo la base del consenso, le statistiche ci dicono che due terzi degli americani sono a favore dell’esecuzione per i crimini più gravi (1). Se poi vogliamo filtrare questi dati con altri parametri etnico-religiosi scopriamo che il cittadino-medio che si è così espresso è probabilmente bianco, di religione cattolica o protestante, e conservatore.

Ma facciamo un passo indietro cambiando tempo e luogo.

Siamo nel novembre del 2000, quando le elezioni americane hanno come esito la vittoria di Bush su Gore. A Trieste il filosofo Jacques Derrida tiene un seminario dal titolo “Tempo e pena di morte” (2) in cui fa riferimento anche alla situazione politica negli Usa, notando come entrambi i candidati siano favorevoli alla pena capitale.

Dalla sua riflessione è possibile desumere che chi è conservatore o di destra non sia maggiormente propenso ad appoggiare la pena di morte: la questione travalica le differenze politiche per interpellare direttamente il concetto di sovranità.

Vorrei partire da questo elemento, che è uno degli esiti del discorso di Derrida per analizzare la posizione attuale dei sovranisti (termine che il filosofo comunque non impiega) sul tema, per poi rileggere le sue parole.

In Asia, la Cina è il paese con più pene capitali eseguite al mondo. Nelle Filippine, Duterte ha più volte insistito per la reintroduzione della pena di morte soprattutto con l’obiettivo di punire i reati di droga spesso “risolti” con uccisioni extragiudiziali.

In Europa la Bielorussia è l’unico stato che pratica ancora le esecuzioni, ma non mancano le posizioni favorevoli all’interno dell’Ue.

Dopo gli attacchi terroristici del 2015, Orban ha chiesto di riaprire il dibattito sulla pena di morte mentre la leader del Front National Marine Le Pen ha affermato che essa è uno “strumento necessario nell’arsenale giuridico di un paese” e che avrebbe proposto un referendum per il suo ripristino.

In Italia, anche se nessun leader politico si è espresso in questi termini, c’è da notare che la percentuale dei favorevoli a questo tipo di pena, secondo l’ultimo rapporto Censis del 2020, è del 43, 7% con picchi del 44,7% tra i giovani.

Lo scenario è complesso, ma sembra delinearsi una certa corrispondenza tra sovranismo e pena di morte. Questo collegamento, tuttavia, richiede qualche precisazione ulteriore.

Innanzitutto va chiarito il termine “sovranismo”, che qui non rimanda in maniera semplicistica al sovranismo di destra ma indica una priorità della sovranità rispetto alle questioni di diritto interno e internazionale. Per capirci, i sovranisti non solo si oppongono al potere diffuso degli organi sovrannazionali, ma rifondano anche il ruolo dello Stato come garante ed esecutore di “legge e ordine”, come dice Trump.

A ben guardare, la sovranità, storicamente, ha sempre indicato il diritto di vita e di morte del re e poi dello Stato sul suddito o sul cittadino. “E ovunque questo concetto di sovranità è all’opera, non è possibile rimettere in questione la pena di morte” dice Derrida nella conferenza citata.

Il potere politico può essere ancora esercitato sulla vita e sui corpi: i “sovranisti” lo sanno bene, la loro è spesso una politica somatica, in cui il corpo del leader si riveste letteralmente di valori simbolici (Trump che si strappa la mascherina, le felpe di Salvini) e il corpo dell’altro può identificarne l’appartenenza (i “bianchi germanici” dell’assalto a Capitol Hill), la diversità (migranti) e può essere punito (castrazione chimica proposta da Salvini).

Gli Stati Uniti sono un paese essenzialmente sovranista.

Qualcuno potrebbe obiettare che stiamo pur sempre parlando di una democrazia, in cui la sovranità è del popolo. Tuttavia, andrebbe fatta in questo caso una precisazione: negli Usa la sovranità non è del popolo, ma dell’opinione pubblica (3), non è di tutti, ma della maggioranza, entità più soggetta all’ideologia.

Per eliminare la pena di morte Derrida dice che è necessario cambiare il concetto di sovranità negli Stati Uniti. L’operazione è estremamente difficile e lui ci fa notare che la filosofia non è stata in grado (e forse non lo sarà mai) di influenzare la politica in tal senso. Anche perché il filosofo della decostruzione aggiunge che le radici di questa idea di potere sono prima di tutto religiose, cristiane: il potere del sovrano deriva da Dio. Questa fondazione teologica del governo traspare per esempio, continua Derrida, dal giuramento del presidente sulla Bibbia o dalla sua benedizione del paese nei discorsi ufficiali.

Torniamo a Biden. Dando un’occhiata al suo sito, alla voce giustizia sulla pena di morte si scrive:

Oltre 160 persone che sono state condannate a morte in questo paese dal 1973 sono state successivamente scagionate. Poiché non possiamo garantire che i casi di pena di morte siano giusti ogni volta, Biden lavorerà per far passare una legge per eliminare la pena di morte a livello federale e incentivare gli Stati a seguire l’esempio del governo. Queste persone dovrebbero invece scontare l’ergastolo senza libertà vigilata.”

Anche in relazione a queste parole la riflessione di Derrida è attuale: infatti egli pone, oltre alla questione della sovranità, quella della crudeltà e del principio della pena di morte.

Nel 1972, quando la Corte suprema decretò che la sua applicazione era contraria alla Costituzione, dove è scritto che i cittadini non possono essere sottoposti ad una “punizione insolita e crudele”, di fatto, non ne condannò il principio, bensì l’applicazione.

Il problema stava in quell’aggettivo – cruel – tanto che la sospensione delle esecuzioni durò solo fino al 1977, quando alcuni Stati obiettarono che l’applicazione della pena di morte attraverso la lethal injection (iniezione mortale) non era crudele.

Ma dove sta la crudeltà? Forse, “crudele” in questo caso è anche il sinonimo di “non esatto”: potenzialmente non esatto.

Ed è proprio questa una delle motivazioni che ancora oggi viene utilizzata da chi si oppone alla pena di morte: se è vero che l’iniezione è “corretta” perchè non può fallire nell’obiettivo di uccidere, il giudizio in sé potrebbe essere sbagliato e quindi crudele. Nessuno critica il principio della pena, ovvero che esista un diritto di uccidere e un’uccidibilità del cittadino. Nemmeno Biden lo fa.

La questione della crudeltà è intimamente legata a quella della visibilità: in qualche modo, è implicito che se una morte è meno visibile è anche meno crudele. A tal proposito Derrida richiama alla mente degli ascoltatori il percorso che Michel Foucault presenta nel suo “Sorvegliare e punire“, da un supplizio visibile e pubblico a una regolare de-spettacolarizzazione della pena. Derrida però ci fa notare che lo spettacolo della morte c’è ancora, ha soltanto cambiato forma: non insanguina più le piazze ma viene trasmesso attraverso i media, facendo appello ad un atavico e morboso interesse di sapere della morte altrui.

Queste considerazioni ci suggeriscono che la pena capitale non riguarda solo la legge e il corpo, ma anche la psicologia della politica stessa, delle masse.

Anche se Biden riuscisse a eliminare (non solo a sospendere) le esecuzioni, il pensiero stesso della possibilità della pena di morte non verrebbe toccato. Ed è qui che si ferma la discesa cominciata dalla decostruzione del “sovranismo” per poi arrivare al concetto di sovranità e, infine, all’inconscio della politica. Derrida infatti conclude:

È cercando naturalmente di partire da questioni di tipo nietzschiano, di tipo freudiano, a proposito della vendetta, del castigo, dell’inconscio, della crudeltà – Nietzsche e Freud fanno tutto un discorso sulla crudeltà – della pulsione di morte, e cercando di articolare questo discorso con il discorso giuridico, politico-giuridico ufficiale, che si può poco a poco tentare di far cambiare le cose.

Fonti:

(1) Linley Sanders, “How America feels about the death penalty today”, YouGov, 13 luglio 2020.

(2) Jacques Derrida, “Tempo e pena di morte. Un seminario triestino”, EUT Edizioni Università di Trieste, 2001, trad. di Raoul Kirchmayr.

(3) “Senza l’assunzione dell’opinione pubblica come origine di ogni autorità per le decisioni che vincolano l’intero corpo sociale, manca alla democrazia moderna la sostanza della sua verità” (J. Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica”, Laterza 2008, p. 274).

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Frequento il corso di Studi letterari e storico-artistici a Trieste.
Mi interesso di sociologia e filosofia e sono alla ricerca di un linguaggio più vicino alle cose.

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