Bonaccini, la nuova voce della vecchia retorica del nord produttivo

Bonaccini

Negli ultimi giorni, nel mondo della politica di area governativa si avvicendano dichiarazioni sempre più sopra le righe. Tra le più recenti, direi che spicca quella di Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, che non ha proprio il merito della diplomazia, ma ha il pregio di fare emergere il non detto. 

Bonaccini dichiara: “Oggi il Pd deve avere una chiara identità riformista, rappresentando ancor di più – lo dico per la mia esperienza territoriale – le istanze del Nord del Paese. Io non ho dubbi che senza il Mezzogiorno questo è un Paese senza un grande futuro. Però in questo momento drammatico, la parte del Paese che produce più della metà del Pil, ha bisogno di ripartire subito”.

Si tratta di una dichiarazione che esplicita quanto segue:

1. Nella scelta strategica della destinazione le risorse pubbliche, il Nord deve avere una priorità sul Sud in ragione della sua superiore capacità produttiva.

2. Il Pd deve farsi portatore degli interessi del Nord, se non proprio contro quelli del Sud, almeno in  una logica simile al trickle down di reaganiana memoria (cioè nell’assunzione che il Sud trarrà vantaggio dalle briciole del lauto banchetto che si organizza nelle regioni più ricche, e questo costituirà un miglioramento paretiano, in cui nessuno starà peggio)

3. Il riformismo del PD consiste nel rappresentare gli interessi delle imprese “produttive” del Nord. Ne consegue che il partito del Sud, nell’attuale alleanza governativa, è l’M5S, che si configura come partito sostanzialmente “assistenzialista”.

La vocazione che Bonaccini attribuisce al PD di partito della produzione e dell’imprenditorialità (e gli fa eco Delrio che esalta gli imprenditori come degli eroi) sarebbe decisamente più credibile se il governo esprimesse un chiaro orientamento verso una politica industriale mirata al rilancio della produttività attraverso il potenziamento di settori industriali strategici. 

Il governo, invece, sta scegliendo di puntare, per il rilancio economico, ad agevolare la riapertura di cantieri più disparati, anche allentando controlli e restrizioni in modo potenzialmente pericoloso. Nel rilancio dei cantieri sono incluse sia opere infrastrutturali importanti che colate di cemento insensate. In fondo, la logica dei cantieri l’avevamo già conosciuta ai tempi della dialettica Ulivo vs. Berlusconi negli anni Novanta.

Allora come adesso, ad essere generosi, si tratta di una scelta mirata a realizzare un certo impatto occupazionale sul territorio nazionale (ma di quale occupazione si parla? Di quale qualità, con quali contratti, quali salari e quali misure di sicurezza?). Anche oggi, tuttavia, nelle misure in programma, nonostante la retorica altisonante, non riesco a intravvedere un cambio di rotta nell’affrontare i due problemi di fondo del sistema produttivo italiano (tra loro collegati): quello dell’eccessiva specializzazione in settori di vecchia industrializzazione a basso potenziale di innovazione, e quello della mancanza di autosufficienza tecnologica. È una debolezza anche del Nord Italia (anzi, soprattutto del Nord, se vogliamo attribuirgli il ruolo di locomotiva nazionale) che non viene affrontata neanche questa volta.

Vogliamo un esempio di chi è in grado di presentare una visione circa ciò che è strategico per l’economia? Leggiamo le parole di Angela Merkel (da me non certo adorata, ma si vede bene come sia alla guida di un paese con una mentalità non subalterna), pronunciate nel recentissimo discorso al parlamento europeo: “Negli ultimi mesi abbiamo visto come l’Europa si affida ai Paesi terzi. Molti lo hanno visto nelle comunicazioni digitali quotidiane, nei diversi servizi o tecnologie disponibili. È molto importante che l’Europa realizzi una sovranità digitale, in particolare in settori chiave come l’intelligenza artificiale e l’informatica quantistica; anche garantendo un’infrastruttura dati sicura e affidabile. Vogliamo fare progressi in questi settori”.

Senza entrare nel merito della proposta, questa è una chiara visione strategica di politica industriale. Peraltro, è discutibile che sia davvero riferita all’Europa intera. Credo che sia abbastanza plausibile pensare che Merkel, mentre – con maggiore diplomazia di Bonaccini – parla di Europa, esattamente come Bonaccini ha i pensieri rivolti ai benefici per il territorio che lei governa. Con tutta probabilità, saranno tedesche le imprese che si occuperebbero di fornire, anche a noi meridionali della periferia d’Europa, un’infrastruttura digitale “sovrana”. Noi godremmo di questa “sovranità” tecnologica come i poveri godono delle briciole del banchetto dei ricchi nella trickle down economics.

E c’è da scommettere che, il giorno in cui fosse raggiunto l’obiettivo delineato nelle parole di Merkel, il Pd, da sempre rappresentante dell’ideologia del vincolo esterno, sbandiererà la fornitura di servizi di imprese tedesche all’Italia come un successo collettivo dell’Unione Europea senza la quale noi italiani – piccoli, arronzoni e un po’ truffaldini – non saremmo capaci di sopravvivere.

Andrebbe chiarito a Bonaccini che il Nord dell’Italia non è strategico per fare ripartire l’economia. Strategico sarebbe il recupero dell’autosufficienza tecnologica. Riaprire i cantieri non è condizione né necessaria né sufficiente ad affrontare di petto il problema della sovranità tecnologica. Quella che avevamo, l’abbiamo perduta contemporaneamente alla sovranità monetaria, non a caso proprio per volontà politica della classe dirigente che oggi si identifica in larga parte con le posizioni del Pd.

Lungi dall’essere un partito produttivista, quindi, il PD dovrebbe essere riconosciuto come il partito della meridionalizzazione dell’Italia, settentrione incluso, della sua riduzione a periferia d’Europa, dell’apertura indiscriminata agli investitori esteri e della perdita di autonomia tecnologica. Ancora oggi, con una BCE accomodante come non si era mai vista prima, il fatto di mantenere artificialmente scarsi i finanziamenti della spesa pubblica tramite collocamento dei titoli del debito pubblico e contemporaneamente fare pressione per essere “salvati” da prestiti istituzionali europei, con il loro carico non trascurabile di condizionalità e sorveglianza, conferma che il Pd non intende “riformare” l’ideologia del vincolo esterno che l’ha storicamente ispirato. Eppure quella sarebbe la madre di tutte le riforme.

Marcello Spanò
Informazioni su Marcello Spanò 3 Articoli
Marcello Spanò è ricercatore all'Università degli Studi dell'Insubria e tesoriere dell'Associazione di promozione sociale Sottosopra

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