Capire la neolingua dell’economia (per non usarla più)

Il linguaggio è lo strumento che ogni persona utilizza per esprimersi: ma è possibile che la lingua condizioni i nostri pensieri? Per l’economista francese Fitoussi la risposta è sì, e lo spiega nel suo ultimo libro-intervista “La neolingua dell’economia” (edito da Einaudi).

Secondo la sua visione la grammatica e il lessico usati nell’economia (e non solo) sono quelli della teoria marginalista. Il pensiero economico dominante ha inventato un linguaggio basato su una teoria “immaginaria” (ossia il marginalismo) e se ne è servito per piegare la realtà a suo piacimento, allontanandosi sempre di più dalla verità.

Un esempio: l’esaltazione della concorrenza perfetta, esaminata da tutti gli studenti in un corso base di microeconomia. L’argomento è trattato per lungo tempo e descritto come il modello più efficace e vantaggioso per il consumatore, evitando accuratamente di definirne le condizioni. Ma se esistesse un mercato concorrenziale al mondo, ci vorrebbe una lente per trovarlo. E se si dovesse ricondurre qualcosa alla concorrenza, questa sarebbe la cosiddetta “race to the bottom” che incentiva la nascita dei paradisi fiscali in tutto il mondo e in Europa, facendo aumentare i profitti per le imprese. Invece le forme di mercato più comuni sono gli oligopoli, se non i monopoli. La concorrenza perfetta è un mito, una parola vuota che nel peggiore dei casi esprime il suo esatto contrario, ossia i profitti dei capitalisti.

Nel libro Fitoussi sottolinea che dal dopoguerra fino agli anni Settanta si parlava di rilancio, di piena occupazione, di aumento dell’investimento pubblico. Si pensava che il deficit che si sarebbe creato sarebbe stato riassorbito con la crescita. Oggi tutto questo è un tabù, e soprattutto in Europa. Ora i temi sono il rispetto del patto di stabilità, gli accordi tra Stato e Commissione Europea per lo scostamento di bilancio, il contenimento del debito pubblico e di spread.

Queste parole significano, per essere più chiari, che la politica fiscale non deve cercare la crescita, ma deve mantenere una stabilità del debito pubblico e l’equilibrio del bilancio, se non un surplus. Chi prova a criticare queste idee viene definito con delle espressioni che hanno ormai delle connotazioni negative nel dizionario della neolingua: estremista, antieuropeo, keynesiano arcaico e sovranista.

Ma anche populista è ormai un insulto. La neolingua ha preso dei termini e gli ha attribuito delle accezioni improprie e negative, svuotandoli del loro vero significato.

La neolingua dell’economia ha fatto sì che alla parola “mercati” segua sempre la parola “efficienti”: ma non è così, ed è quello che si è potuto osservare dopo la crisi del 2008.

La grande recessione finanziaria ha messo in ginocchio l’economia in ogni settore, ha fatto sprofondare la crescita e l’occupazione e aumentato le disuguaglianze. Con il pretesto successivo della crisi greca si è potuto dare la colpa al debito pubblico troppo elevato, anche se alcuni Paesi che sono stati sottoposti al controllo esterno della Troika avevano debiti pubblici bassi. in Irlanda prima della crisi finanziaria, ovvero il 2007, il rapporto debito/Pil si attestava al 24% e successivamente è esploso; in Spagna nello stesso anno il rapporto si avvicinava al 36%.

Si è insistito per adottare politiche restrittive in tempi di crisi, e non quelle keynesiane anticicliche: nel bel mezzo di una crisi profonda che colpiva la società, con perdita di potere di acquisto e occupazione, è stato deciso in nome di una dottrina inventata di aggravare la crisi senza pensare alle conseguenze sulla popolazione e alla sua dignità.

L’applicazione della teoria economica dominante ha portato la società alla miseria. Tra occupazione, resilienza ed equilibrio di bilancio, l’Europa ha scelto quest’ultimo. Meglio la morte sociale di una popolazione che mettere in discussione i dogmi della teoria mainstream. In Grecia, il livello del salario è sceso fino al 40% negli ultimi quattro anni, le pensioni complessivamente sono diminuite tra il 40 e il 60% a fronte di un’imposizione fiscale più alta, la disoccupazione nel 2013 ha toccato il 27,5%.

L’economista francese nel suo libro-intervista si sofferma sulla parola spread, al centro dei dibattiti nella crisi finanziaria: anche questo è un frutto della neolingua privo di vera esistenza, visto che sono le regole europee che l’hanno creato.

L’Europa è stata costruita su fondamenta deboli, e per questo rischia costantemente di crollare. E le regole che ci siamo imposti non fanno altro che diminuire le possibilità di vita dell’Unione Europea: si lascia ogni Stato in balia dei propri mercati, poiché le nazioni sono state private di qualsiasi strumento di difesa. Inoltre, l’assenza della BCE come prestatore di ultima istanza impedisce alle autorità monetarie di aiutare un paese in difficoltà.

Se il mercato, e quindi i grandi speculatori, decidono di vendere i titoli di stato di un Paese, esso sarà impotente. E per completare il pacchetto di regole, anche quando è solvibile una nazione non può indebitarsi per il patto di stabilità e crescita, che di crescita non ha nulla a che vedere.

Fitoussi espone varie critiche all’Europa, ma ogni volta propone una strada da percorrere. Un esempio è quella di avere un’Europa federale, con l’organo che gestisce la politica monetaria dipendente da quello politico.

Un’altra parola della neolingua è riformismo. Secondo Fitoussi esistono due tipologie di riforma: quelle positive che puntano al benessere della persona, come tutte quelle che hanno ampliato lo stato sociale e le garanzie dei lavoratori, e quelle negative.

Nel dizionario della neolingua la riforma è diventata sinonimo di sacrificio e di riduzione del benessere: meno welfare, meno protezione del lavoro e quindi una riforma strutturale negativa per le persone.

L’economista francese spiega quale dovrebbe essere una riforma da poter intraprendere: quella della rigidità del salario verso il basso. La teoria marginalista sostiene che la disoccupazione sia provocata dalla rigidità dei salari: è dunque colpa dei lavoratori o delle istituzioni del mercato del lavoro se esiste la disoccupazione. Keynes invece sosteneva che in uno Stato con salari composti di sola moneta, non si può e non si deve avere la flessibilità dei salari, perché altrimenti si creerebbe un effetto che porterebbe alla bancarotta generale, visto che tutti i contratti sono stipulati in moneta. Se lo stipendio sprofonda, non si potranno più onorare i debiti. Quindi la rigidità dei salari è la migliore politica attuabile nel mercato del lavoro.

Fitoussi nel suo libro affronta spesso la tematica della disoccupazione, oltre che in chiave economica, anche politica. L’economista ricorda la teoria delle preferenze rilevate: si possono dedurre le preferenze di un soggetto osservando come si comporta e il risultato delle sue azioni. Ogni governo ed ogni responsabile politico ha promesso la diminuzione della disoccupazione e le politiche attive del lavoro. Ma se negli anni la disoccupazione invece che scendere è salita, vuol dire che per i politici non è un problema. Un problema che non ha soluzioni non è un problema. In conclusione, si può dire che nessun politico vuole la diminuzione della disoccupazione.

L’idea che Fitoussi vuole trasmettere è quella che la teoria dominante è diventata una dottrina, una religione, che è sostenuta a prescindere dalla sua efficacia. Le altre teorie non vengono mai prese in considerazione, anche se negli ultimi anni hanno ripreso importanza e credibilità.

Il linguaggio odierno, la neolingua, limita il pensiero e blocca qualsiasi dibattitto sulle politiche economiche messe in atto fino ad ora. Bisogna uscire dall’ottica del “populismo contro europeismo” o “eterodossi contro ortodossi” e cercare di analizzare la realtà in modo più realistico, senza usare il vocabolario della neolingua dell’economia.

Classe ‘99, sono uno studente di economia politica presso l’Università degli studi Roma Tre. Sono stato in Erasmus alla Vrije Universiteit Brussel.
Ho la passione per l’analisi economica, politica e finanziaria.

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