Come il coronavirus cambia le catene del valore – Intervista a Roberto Romano

Abbiamo intervistato Roberto Romano, ricercatore della CGIL nel campo delle politiche industriali, per capire l’evoluzione delle catene globali del valore e del ruolo dello Stato nella crisi da coronavirus.

Qual è stato l’effetto di questa crisi sulle catene globali del valore?

“Molto utile sarebbe indagare la catena del valore internazionale e come questa possa e, probabilmente, debba ridisegnarsi. Provo a fare un esempio stupido, ma estremamente importante: la politica agricola, la PAC europea per intenderci, sembrava diventata residuale rispetto alle grandi sfide tecno-economiche. Dopo il coronavirus qualcuno ha certamente cambiato idea. In qualche misura dobbiamo ridisegnare il mondo, con nuove istituzioni, prospettive, ambizioni.

Possiamo utilizzare a margine gli attuali strumenti economici disponibili, penso al Patto di Stabilità e Sviluppo dell’Unione Economica e Monetaria (UEM), ma la sfida europea non è legata alla riforma dei trattati esistenti, piuttosto alla necessità di delineare una nuova e ben più coerente Maastricht che prenda l’Europa sul serio, citando Einaudi (i diritti presi sul serio). Inoltre, questa volta è veramente diverso.

Qualcosa emerge, pur con tutte le contraddizioni del caso; ritornano i settori essenziali strategici nel vocabolario: energia, trasporti, comunicazioni, reti di telecomunicazione elettronica, poteri speciali con riguardo a tutte le società che svolgono attività di rilevanza strategica e non più soltanto nei confronti delle società privatizzate, pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza ed al funzionamento delle reti e degli impianti ed alla continuità degli approvvigionamenti anche ai beni, ritorna la sanità e non solo come erogazione di servizi. Sono ancora poteri nazionali, ma come non osservare la portata sovranazionale di questi richiami”. 

Quali fragilità ha evidenziato la crisi?

“Ad essere messo in dubbio è l’intero paradigma fondato sul neo-mercantilismo basato su catene del lavoro (valore) globali molto ‘lunghe’; basti pensare che due terzi del commercio internazionale è composto da beni intermedi. Questo modello stava già palesando i suoi limiti prima dell’arrivo del coronavirus, ma oggi è probabilmente da ripensare. 

Non sono mancati segnali d’avvertimento: l’industria europea è diventata via via sempre più tedesca, ridisegnando la geografia economica europea. Neppure l’Italia, che pur aveva qualcosa da dire, è riuscita a contrastare il monopolio tedesco, diventando in tutto subfornitore come altri paesi europei (il nostro paese ha ceduto alla Germania il 20% della propria produzione). La domanda interna è scomparsa dall’orizzonte della politica economica e i redditi da lavoro sono via via diventati residuali per la crescita economica.

La struttura economica è diventata tanto integrata quanto fragile, sia rispetto al corso dei titoli trattati in borsa e sia rispetto all’approvvigionamento. In pochi anni le esportazioni e le importazioni in valore sono più che raddoppiate, mentre il PIL registra tassi di crescita modesti. PIL ed esportazioni non sono indicatori economici sovrapponibili, fanno capo a variabili diverse, ma un link economico, un senso, devono pur averlo. Nemmeno la Cina è ormai al riparo da questa forza-debolezza della catena del valore integrata. Le esportazioni e le importazioni sono ormai un complesso intreccio di dare e avere anche per questo Paese: ormai pesa per il 23% delle esportazioni e il 18% delle importazioni mondiali”.

Stiamo entrando in un periodo di rilocalizzazione delle produzioni?

“Qualcuno suggerisce e propone “lo Stato imprenditore”, ma lo Stato non è un imprenditore! Presidia i settori essenziali e strategici, o almeno la Storia economica ha insegnato così. Quale sia la prospettiva industriale nazionale ed europea mi sfugge, se non quella di una nuova geografia economica che lascerà morti per strada, ma questo esito sarà tanto più incerto quanto più lo Stato e l’Europa pubblica in particolare presiederanno i settori essenziali e strategici. Da ultimo il governo italiano ha rafforzato la Golden Power, cioè un diritto di veto per le società italiane essenziali”.

Secondo Paul Krugman servirà uno sforzo permanente dalle casse dello stato per stimolare la domanda nello scenario post-corona. Dal momento che chi paga decide, cosa implicherà questo massiccio intervento statale all’interno del sistema produttivo?

“Il continente europeo avrebbe mobilitato, termine appropriato ma deviante, qualcosa come 2.770.000.000.000, più banalmente quasi 3 trilioni di euro.

Guardando con maggiore attenzione, registriamo che non sono propriamente delle misure di spesa pubblica, al netto dei provvedimenti legati alla disoccupazione come la Cassa Integrazione italiana. Da un lato ci sarebbe SURE, un fondo per la disoccupazione pari 100 miliardi di euro di assistenza finanziaria, sotto forma di prestiti concessi a condizioni favorevoli, che prima o poi devono essere retrocessi; poi si menzionano i fondi dei singoli Stati (430 miliardi) che non sono spesa pubblica, piuttosto coperture pubbliche per la liquidità delle imprese, quindi non deficit corrente, e poi poco più di due trilioni della BCE per arginare il corso dei titoli pubblici.

Restando a casa nostra, pur condividendo le misure del governo, c’è una evidente disparità tra le risorse pubbliche impegnate, poco più di 50 miliardi, e la roboante dichiarazione relativa alla mobilitazione di 750 miliardi di euro. Gli interventi tedeschi e francesi hanno più o meno lo stesso segno.

Il richiamo alla cosiddetta fase 2, invece, necessita non di leverage, piuttosto di reale spesa pubblica pari almeno al capitale perso durante la crisi. Qualcuno, Visco (ex Ministro del Tesoro), ha parlato di un aumento del debito pubblico italiano non inferiore al 40%, e per gli altri paesi non andrà meglio.

Quando si reclamano i così detti eurobond, non per condividere un rischio, si fa riferimento ad una spesa aggiuntiva per una crisi che cambia radicalmente la catena del valore e financo il presidio dei settori essenziali dello stato. In altri termini, dalla mobilitazione di tre trilioni, si deve passare alla spesa effettiva di tre trilioni di euro”.

Dobbiamo sentirci minacciati da quello che suona come un ritorno dello “Stato imprenditore”? Chi ne trarrà vantaggio e chi ne beneficerà?

“Prendiamo il così detto Green New Deal e pensiamo che sia un nuovo paradigma tecno-economico. Nella migliore delle ipotesi possiamo supporre che ai settori storici dell’economia si aggiungano nuovi e più pervasivi settori legati al nuovo paradigma. È un assunto estremamente difficile da accogliere: i nuovi settori richiamano, per definizione, nuovi investimenti che asciugano gli investimenti dei settori in declino; l’esito è quello di una ricomposizione tecnica del capitale, il quale è diretto nei settori a maggiore valore aggiunto, modificando il contenuto tecnologico della produzione. Ciò ha delle importanti implicazioni economiche e statistiche: il moltiplicatore keynesiano continua a svolgere un ruolo importante, ancorché differenziato tra consumatori e imprese, ma il moltiplicatore di Leontief, funzionale ai legami strutturali tra i settori, lo è ancor di più. Il green new deal, preso sul serio, permetterebbe allo Stato di qualificare il moltiplicatore di Leontief e, per questa via, qualificare il moltiplicatore di Keynes, nella consapevolezza che dentro il moltiplicatore di Leontief si cela la tecnologia. 

Prendiamo ancora il Green New Deal: 1) lo sforzo finanziario del governo, verosimilmente, è l’equivalente di un accompagnamento del mercato verso attività meno inquinanti; 2) il governo potrebbe anche diventare agente economico del cambiamento qualora presidiasse come essenziali determinati settori, oppure legasse la liquidità disponibile ad una presenza pubblica sul modello della Golden Power”.

Si sente parlare di next normal: a differenza del 2008, il coronavirus non si potrà cacciare sotto il tappeto e fare finta che non sia mai esistito. Probabilmente lo Smart working e lo Smart learning rimarranno strumenti complementari a quelli tradizionali; si tratta di un’opportunità per la creazione di una società più a misura di individuo o di un ulteriore passo verso il binomio automazione/alienazione?

“Sul punto non ho una idea precisa. La società è figlia delle relazioni e della fiducia. Qualcosa interverrà, ma la società vive di relazioni e contatto. Credo che interverrà a margine come aiuto del lavoro. Nulla di più”.

*Intervista a cura di Alessandro Bonetti e Camilla Pelosi

Commenta per primo

Commenta