Come pagare per l’emergenza coronavirus?

fabbriche

di Alessandro Bonetti* e Andrea Muratore**

L’emergenza coronavirus morde l’Italia e semina la paura fra cittadini e imprese. Gli effetti economici e sulla tenuta del sistema sanitario saranno probabilmente maggiori di quelli prettamente medici (vittime e ammalati). Il contagio sarà più violento per il sistema produttivo e i consumi che per la salute dei cittadini.

Gli effetti psicologici della malattia si stanno già mostrando in tutta la loro forza. Assalto ai supermercati nel Nord e rincaro di alcuni beni sono solo le prime avvisaglie di una situazione che, se non controllata, potrebbe aggravarsi. Si potrebbe pensare che sia in corso un’impennata degli acquisti, ma è solo un’illusione ottica. Nel primo fine settimana di diffusione del coronavirus c’è stato infatti un drastico calo di traffico nei negozi e i fatturati delle attività commerciali al dettaglio hanno registrato una flessione del 30-40%. Le persone tendono a uscire meno di casa e gli assembramenti sono sconsigliati: ciò metterà sicuramente pressioni al ribasso sui consumi. Per non parlare del calo dei flussi turistici.

Milano è un caso di studio interessante. Bar e pub sono chiusi d’autorità dalle 18 in poi e ciò incide “per circa il 15% sull’attività economica delle imprese”, secondo Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio di Milano, Lodi e Monza Brianza. Se l’epidemia si diffondesse nel resto del Paese, gli effetti sarebbero simili. Anzi, sarebbero addirittura peggiori per le aree economicamente già depresse.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha rilasciato dichiarazioni improvvide. “L’impatto economico potrebbe rivelarsi fortissimo”, ha detto, incalzato da una giornalista. Parole imprudenti che potrebbero pesare sulla fiducia di consumatori e imprese.

Come reagire di fronte a tutto ciò? Come pagare per l’emergenza coronavirus? Il problema si presenta solo nell’ottica in cui siamo stati abituati a ragionare negli ultimi anni. Se si spende di più per qualcosa, bisognerà tagliare da qualche altra parte, ci dicono. Ma in una visione keynesiana la questione non si pone.

Purtroppo il governo italiano ragiona con le lenti appannate della teoria dominante. L’esecutivo ha stanziato 20 milioni per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Bene, si dirà. Ma da dove vengono questi 20 milioni? Dal “fondo predisposto per i premi della lotteria degli scontrini”. Togliere una pezza dal ginocchio per metterla sul gomito, insomma.

Il ministro del Tesoro Roberto Gualtieri ha firmato un decreto per la sospensione delle tasse e delle rate dei mutui per i residenti della zona rossa. Doveroso. Anche qui, però, gli occhiuti funzionari del ministero andranno alla disperata ricerca delle famose “coperture“.

Se si continua a ragionare in questo modo, non c’è via d’uscita. I tempi si annunciano duri. Le persone potrebbero essere spinte a risparmiare per cercare di avere più liquidità per affrontare la crisi incombente. Una crisi annunciata dallo stesso Ignazio Visco, il governatore di Banca d’Italia, secondo il quale il coronavirus potrebbe pesare sul Pil per oltre lo 0,2%. Un numero importante, dato che la crescita italiana si aggira intorno allo zero.

Dicevamo, le persone potrebbero essere incentivate a fare incetta di beni di prima necessità e a risparmiare sul resto. Come ci insegna Keynes, un maggior risparmio può essere positivo per il singolo cittadino, ma se è esteso a tutta la nazione diventa controproducente e impedisce l’accumulazione del risparmio stesso e della ricchezza. Se tutti tagliano i consumi, infatti, cala il reddito nazionale e scendono i risparmi realizzabili, in un circolo vizioso potenzialmente infinito.

Se i privati cittadini si rifiutano di spendere, lo deve fare il governo per loro

Così ci dice sempre in modo cristallino l’economista di Cambridge. Il governo non può limitarsi a stanziare fondi “recuperandoli” di qua e di là. Deve spendere. In deficit, oltretutto. Pensiamo che si possa essere tutti d’accordo su questo punto. C’è un’emergenza: bisogna reagire.

Ma se questo è possibile oggi, perché non era possibile ieri? Se si può spendere per affrontare l’emergenza coronavirus, perché non si può spendere per risollevare il Paese da una crisi ultradecennale? Non sono emergenze la disoccupazione, l’emigrazione, la dispersione di conoscenze e la mancanza di investimenti?

In passato gli shock di varia natura, economici, sanitari o naturali, hanno fornito ai fautori delle terapie economiche d’urto neoliberiste lo spazio per accelerare riforme a essi gradite. Naomi Klein in “Shock Economy” porta numerosi esempi per suffragare questa teoria. Nel 1973 il golpe cileno aprì la strada alle riforme neoliberiste del governo dittatoriale di Augusto Pinochet. Nel 1982 la retorica nazionalista del governo di Margaret Thatcher in occasione della guerra delle Falkland fu convertita in capitale politico speso per suffragare politicamente la sua agenda pro-mercato alle elezioni dell’anno successivo.

Nel 2004 il governo dello Sri Lanka applicò un liberismo selvaggio nella ricostruzione dei siti di interesse turistico devastati dallo tsunami e l’anno successivo, quando le spiagge della Louisiana furono colpite dall’uragano Katrina, Milton Friedman, padre nobile del neoliberismo, non mancò di consigliare ai politici la ricostruzione delle scuole distrutte sul modello degli istituti sottratti al controllo pubblico.

La dottrina dello shock può però essere ribaltata per smentire il motto del “there is no alternative”. Di fronte alle emergenze una soluzione economicamente e politicamente in discontinuità può essere decisiva e strategica. Di fronte a uno shock molto meno grave dei precedenti come il coronavirus, l’opinione pubblica italiana potrebbe essere messa di fronte al fatto che una manovra economica di reale discontinuità non è affatto tabù. Anzi, una politica simile è addirittura auspicabile per sanare eventuali problematiche poste in essere dal virus e alzare l’asticella per gli anni successivi sulla richiesta di misure espansive, tutele del lavoro, investimenti in una logica non più emergenziale ma pienamente operativa. L’unico limite sono le risorse reali disponibili, che sono oggi immense. Basti pensare al grande stock di disoccupati che si possono impiegare in attività produttive.

Questa può essere l’occasione per cambiare il modo in cui vediamo l’economia e la realtà. Il coronavirus è l’ennesimo avvertimento ad abbandonare le insensate regole fiscali del Patto di stabilità e (de)crescita. L’obbedienza cieca a queste norme ha prolungato la crisi e ha impoverito il nostro sistema sanitario, che potrebbe essere messo in ginocchio dall’epidemia. Non possiamo più implorare con il cappello in mano maggiore flessibilità. È un atteggiamento servile che non dobbiamo più tollerare. L’emergenza coronavirus è una delle ultime occasioni che abbiamo per dire basta. Cogliamola.

*Alessandro Bonetti studia all’Università Bocconi ed è presidente di Rethinking Economics Bocconi Students

**Andrea Muratore lavora come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e assiste il professor Aldo Giannuli nel centro studi “Osservatorio Globalizzazione”

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