La nuova enciclica del Papa, contro l’ideologia del mercato

enciclica papa

La nuova lettera enciclica di papa Francesco dal titolo Fratelli tutti (qui il testo), firmata ad Assisi il 3 ottobre 2020, è dedicata – come mostra già il titolo – all’apertura universale della fraternità e all’amicizia sociale, e non risparmia parole incisive anche per l’economia. Nata a cavallo della pandemia come sviluppo dei temi del Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi nel febbraio 2019 congiuntamente con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb, l’enciclica sistematizza in modo più autorevole alcuni spunti che il papa aveva già offerto in altre occasioni.

Già nel primo capitolo “Le ombre di un mondo chiuso” segnala che l’espressione “aprirsi al mondo” fatta propria dalla finanza “si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico”, imponendo quindi una massificazione “che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza”.

Si verifica così “un vero e proprio scisma” tra “l’ossessione per il proprio benessere e la felicità dell’umanità condivisa”, con il “bisogno di consumare senza limiti e l’accentuarsi di molte forme di individualismo senza contenuti”. Parla di “globalismo” che, nella logica del divide et impera favorisce le identità dei più forti e dissolve quelle dei più deboli. Così “le persone svolgono il ruolo di consumatori o di spettatori” e, sradicate, non vengono riconosciute nella loro dignità. La cura della Casa comune – cui il pontefice aveva dedicato la precedente enciclica Laudato si’ – “non interessa ai poteri economici che hanno bisogno di entrate veloci”: si prevede che l’esaurimento di alcune risorse naturali possa generare nuove guerre. 

Se prima della pandemia “il mondo avanzava implacabilmente verso un’economia che, utilizzando i progressi tecnologici, cercava di ridurre i ‘costi umani’, e qualcuno pretendeva di farci credere che bastava la libertà di mercato perché tutto si potesse considerare sicuro”, ora non dobbiamo dimenticare tutti gli “anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno”.

La vera fraternità cristiana esige che sia rispettata l’eguale dignità di tutti, e quindi sebbene possa non essere redditizio o possa comportare minore efficienza, per accogliere tale principio occorre “investire a favore delle persone fragili”, con “uno Stato presente e attivo, e istituzioni della società civile che vadano oltre la libertà dei meccanismi efficientisti di certi sistemi economici, politici o ideologici, perché veramente si orientano prima di tutto alle persone e al bene comune”.

Se i benestanti non sentono l’esigenza di un interventismo pubblico nell’economia, “non vale la stessa regola per una persona disabile, per chi è nato in una casa misera, per chi è cresciuto con un’educazione di bassa qualità e con scarse possibilità di curare come si deve le proprie malattie. Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per costoro, e la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica”. Perciò la mera libertà economica, senza condizioni reali che permettano a tutti di accedere ad essa e a un lavoro dignitoso, è vana. Finché ci sarà anche solo una persona scartata dal sistema economico-sociale, non ci potrà essere una società fraterna.

Nuovamente torna su quella che definisce “cultura dello scarto”, che si può manifestare in vari modi, “come nell’ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca, perché la disoccupazione che si produce ha come effetto diretto di allargare i confini della povertà”. Analogamente

“Ci sono regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale. È aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così ciò che accade è che “nascono nuove povertà” Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale. Infatti, in altri tempi, per esempio, non avere accesso all’energia elettrica non era considerato un segno di povertà e non era motivo di grave disagio. La povertà si analizza e si intende sempre nel contesto delle possibilità reali di un momento storico concreto”.
(Francesco, Fratelli tutti, 21)

Denuncia le “condizioni assimilabili a quelle della schiavitù” in cui versano tutt’oggi milioni di persone del mondo, e individua nella “concezione della persona umana che ammette la possibilità di trattarla come un oggetto” la radice di questa riduzione della persona a merce, a proprietà di qualcuno. Qui torna la “critica al paradigma tecnocratico”, più focalizzata sul modo in cui le persone si relazionano con gli altri e con le cose, che non solamente sul controllo degli eccessi.

Cardine della Dottrina Sociale della Chiesa, la funzione sociale della proprietà è riproposta anche da Papa Francesco, che si richiama a san Basilio, san Pietro Crisologo, sant’Ambrogio, sant’Agostino, san Giovanni Crisostomo e san Gregorio Magno per i quali la redistribuzione delle risorse è doverosa, perché dare agli indigenti è restituire loro ciò che ad essi appartiene, la loro vita; non dare ai poveri significa rubare. Se la proprietà privata è un diritto, è pur sempre secondario e subordinato rispetto “all’uso comune dei beni creati per tutti”, che troppo spesso viene messo in secondo piano. Di qui anche l’esigenza di un accesso equo alle risorse da parte dei poveri, perché “il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato” deve essere sempre subordinato ad essi e al rispetto dell’ambiente, a beneficio di tutti.

È interessante il modo in cui il vescovo di Roma affronta la questione politica, e la contrapposizione tra “populismi” e “liberalismi”. Entrambi possono nascondere il “disprezzo per i deboli”: i primi rischiano di usarli “demagogicamente per i loro fini”, gli altri “al servizio degli interessi economici dei potenti”. Come esempio possiamo vedere le argomentazioni contro l’arrivo di persone migranti: da un lato chi si pone sulla difensiva della propria identità chiusa, dall’altro chi “argomenta che conviene limitare l’aiuto ai Paesi poveri, così che tocchino il fondo e decidano di adottare misure di austerità”. Se va ribadito il “diritto a non emigrare”, vale a dire di poter vivere dignitosamente nella propria terra, qualora tale ideale non fosse praticabile “è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona”.

Se certi “gruppi populisti chiusi deformano la parola “popolo”“ perché si dimenticano che tale categoria è aperta e dinamica, sbarazzarsi del termine “popolo” come fanno le “visioni liberali individualistiche” – per le quali “la società è considerata una mera somma di interessi che coesistono” – è altrettanto pericoloso: tra essi “è frequente l’accusa di populismo verso tutti coloro che difendono i diritti dei più deboli della società”, e così smantellano anche la categoria stessa di democrazia, di “governo del popolo”. Per Francesco la vera discriminante tra un populismo demagogico irresponsabile e una proposta invece volta al bene comune – magari grazie a leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo, la sua dinamica culturale e le grandi tendenze di una società – è assicurare a tutti una vita degna mediante un lavoro dignitoso, come obiettivo di lungo periodo; sussidi economici devono essere considerati solamente un rimedio provvisorio. 

Nonostante l’inefficienza o la corruzione di alcuni politici, va difesa la sfera della politica, minacciata da strategie che intendono “sostituirla con l’economia” oppure “dominarla con quale ideologia”: c’è invece bisogno di una politica che non si sottomessa “ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia”, ma anzi che con un approccio più ampio e con “un’altra logica” sappia riformare le istituzioni.

Tutto ciò non può essere demandato all’economia, “né si può accettare che questa assuma il potere reale dello Stato”, perché “ci sono cose che devono essere cambiate con reimpostazioni di fondo e trasformazioni importanti”, non con “rattoppi o soluzioni veloci meramente occasionali”. Occorre invece la guida di una sana politica, capace di dialogo che nasce dall’ascolto delle voci critiche e scomode, talvolta “messe a tacere o ridicolizzate, ammantando di razionalità quelli che sono solo interessi particolari”; tra l’altro 

“A volte si hanno ideologie di sinistra o dottrine sociali unite ad abitudini individualistiche e procedimenti inefficaci che arrivano solo a pochi. Nel frattempo, la moltitudine degli abbandonati resta in balia dell’eventuale buona volontà di alcuni”.

Se con la crisi finanziaria del 2007-2008  si è persa “l’occasione per sviluppare una nuova economia più attenta ai principi etici, e per una nuova regolamentazione dell’attività finanziaria speculativa e della ricchezza virtuale”, ancor più con la pandemia del Covid-19 si è resa necessaria la riforma dell’architettura economica e finanziaria internazionale, oltre che dell’ONU, perché nel XXI secolo “la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica”.

Di per sé infatti “il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti”. Francesco critica aspramente la “magica teoria del “’traboccamento’ o del ‘gocciolamento’ alla quale il neoliberalismo ricorre per autoriprodursi proponendo di risolvere i problemi sociali che ha generato, quando invece accentua le inequità, che generano “nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale”.

Riconosce che “le ricette dogmatiche della teoria economica imperante hanno dimostrato di non essere infallibili” e definisce “strage” il risultato della “speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale”. Occorre quindi costruire “le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno”, riabilitando “una politica sana non sottomessa al dettato della finanza”. Inoltre osserva che “certe visioni economicistiche chiuse e monocromatiche” non contemplano “i movimenti popolari che aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri che non rientrano facilmente nei canali già stabiliti” ma che nondimeno “danno vita a varie forme di economia popolare e produzione comunitaria” e senza la loro esperienza la democrazia viene svuotata. Resta allora indispensabile intendere una fraternità reale come solidarietà concreta e costante apertura al “prossimo”, non come generosità occasionale né con la logica di chi si “associa” per perseguire i propri interessi; ripetendo quanto aveva già detto ai movimenti popolari: 

“È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari”.
(Francesco, Fratelli tutti, 116)

La fraternità infatti potrà darsi solamente se sarà incarnata nella realtà politica, economica, storica e sociale, lottando con i piedi per terra “per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo”. Le parole di Papa Francesco – che pure scaturiscono dall’impostazione teologica che Cristo non solo “ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale” ma va riconosciuto “in ogni fratello abbandonato o escluso” – suonano come un richiamo autorevole per tutti, e non solo per i cristiani. Il richiamo infatti al dialogo e alla dignità inalienabile di ogni essere umano anche per molti agnostici può essere “sufficiente per conferire una salda e stabile validità universale ai principi etici basilari e non negoziabili, così da poter impedire nuove catastrofi”.

Nato a Genova nel 1993, dopo la maturità scientifica e la laurea in Economia all’Università di Genova, ha proseguito gli studi all’Istituto Universitario Sophia di Loppiano e all’Università di Perugia, conseguendo due lauree magistrali rispettivamente in Ontologia Trinitaria e in Filosofia, con una tesi sull’apertura teologica dell’attualismo gentiliano. È dottorando a Sophia sotto la guida dei teologi Mohammad Ali Shomali e Piero Coda su tematiche escatologiche cristiane e musulmane. L’ultima sua pubblicazione è “Il battesimo di Gesù” (EDB 2019). Giornalista pubblicista, è redattore della testata Termometro Politico e dal 2016 dirige Nipoti di Maritain.

Commenta per primo

Commenta