Da Letta a Sassoli: gli eurocrati si sono svegliati?

Le parole del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli in un’intervista a Repubblica sono un passo in avanti nel dibattito sulla gestione economica della pandemia. Arrivano di sorpresa e vanno a far crollare quei tabù che gli stessi eurocrati avevano creato.

Finalmente si è parlato di “mettere mano ai trattati”, di cancellazione del debito accumulato dai paesi per fronteggiare l’emergenza, di usare i fondi fermi del Mes per qualcos’altro, visto che è uno strumento definito dallo stesso Sassoli “anacronistico”, ma non solo.

Le proposte del Presidente del Parlamento Europeo risultano adeguate almeno per aiutare gli Stati nazionali a fronteggiare la crisi causata dal Covid-19 e rimangono interessanti per poter modificare la macchina europea in futuro. L’unico problema è che la crisi è iniziata ormai quasi un anno fa, e non da poche settimane. Meglio tardi che mai.

Chiedere la cancellazione del debito pubblico detenuto dalla banca centrale europea significa chiedere la monetizzazione del deficit. Ciò avviene quando la BCE decide di non chiedere ai Paesi di cui detiene i titoli di stato la loro restituzione. La conseguenza è che da un lato ogni Stato avrebbe una diminuzione del proprio debito pubblico considerevole, e dall’altro che la banca centrale avrebbe una riduzione del proprio capitale, visto che a fronte di un aumento del passivo, non ce ne sarebbe uno corrispondente dell’attivo.

Ma questo non è un problema, visto che la BCE può avere sia delle perdite sul capitale, sia un capitale negativo senza nessuna conseguenza reale, come afferma fra gli altri l’economista Paul De Grauwe. E per chi dovesse invocare il problema dell’inflazione, l’Europa vive in un momento di deflazione: un possibile aumento dei prezzi potrebbe solo giovare all’economia. Infine, se quest’aumento fosse troppo elevato, esistono tanti strumenti per frenarlo, sia monetari che fiscali.

La decisione, quindi, è solo politica, poiché economicamente fattibile e anzi auspicabile. Il vero punto è però il seguente: la questione del debito pubblico troppo elevato è figlia della scelta scellerata di avere una banca centrale che non fa la banca centrale. Per risolvere il problema basterebbe solamente che essa agisse da prestatrice di ultima istanza degli Stati e mantenesse bassi i tassi di interesse.

Sassoli chiede anche una revisione dei trattati europei, partendo dalla cancellazione del diritto di veto di un singolo Stato per tutte le decisioni europee. È un buon punto di partenza, poiché così si potrebbero prendere scelte non vincolate dai Paesi frugali, rigoristi a momenti alterni. I cosiddetti frugali, infatti, professano l’austerità fiscale ma non hanno nessun problema a permettere l’elusione delle imposte alle multinazionali di tutto il mondo.

La proposta è decisamente positiva, ma bisogna discutere di come si vuole cambiare la macchina europea. L’idea di dire basta all’austerità e quindi modificare il patto di stabilità e crescita sarebbe la soluzione desiderabile. Ma l’assenza del diritto di veto potrebbe anche portare all’esito opposto.

Per la prima volta si sente dire dalle istituzioni europee che il Mes è anacronistico per fronteggiare la crisi. Si è discusso anche di una politica fiscale e di un indebitamento comuni. Tradotto: eurobond. Enrico Letta, ex Presidente del Consiglio italiano, ha chiesto che i 400 miliardi di euro del fondo salva stati siano usati dalla Commissione Europea per fare interventi economici comunitari. E la Presidente della BCE Christine Lagarde ha proposto di rendere permanente il Recovery fund, anche dopo la crisi economica.

La strada che si sta cercando di delineare è quella di un’Europa nuova. Ma già solo l’idea scatena le reazioni scomposte dell’establishment italiano ed europeo. Un esempio? La professoressa di politica economica europea della Luiss Veronica de Romanis, che ha twittato: “Cancellare debito di qualcuno significa cancellare credito di qualcun altro ossia di chi compra titoli europei per finanziare ripresa”.

Una contrarietà ingiustificata, almeno dal punto di vista teorico, visto che la BCE, come spiegato prima, non è un creditore uguale agli altri.

Va inoltre ricordato che ogni decisione politica, e queste lo sono, deve essere legittimata da una scelta democratica e popolare. Non è pensabile che la Commissione europea possa gestire una politica fiscale comunitaria senza che essa venga eletta dai cittadini, come è assurdo avere una Banca centrale che non risponde delle sue scelte davanti a un organo democratico.

La speranza è che il dibattito si estenda all’interno dell’Unione e che non rimanga nei confini italiani. Ma almeno alcuni eurocrati si sono svegliati.

Classe ‘99, sono uno studente di economia politica presso l’Università degli studi Roma Tre. Sono stato in Erasmus alla Vrije Universiteit Brussel.
Ho la passione per l’analisi economica, politica e finanziaria.

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