In California i diritti dei rider sono sotto attacco

Il 3 novembre in California, negli Stati uniti, oltre alle elezioni presidenziali, i cittadini del Golden State sono stati chiamati alle urne per esprimersi sull’introduzione di una serie di misure.

Le proposte referendarie riguardavano un aumento della tassazione sulla produzione di petrolio per finanziare gli investimenti in energie rinnovabili (proposta bocciata), la riduzione delle limitazioni sul gioco d’azzardo nelle riserve dei nativi americani (approvata) e l’aumento delle tasse sulle sigarette (bocciata anche questa).

Una di queste proposte si è distinta perché i suoi promotori hanno speso la somma più alta nella storia dello Stato californiano.

Si tratta della “Proposition 22” che qualifica definitivamente gli app-based drivers (autisti che lavorano tramite app) come lavoratori autonomi, concedendo limitate tutele come l’assicurazione sanitaria una volta raggiunte le 15 ore di lavoro settimanali.

Promotrici di questa legge sono state le aziende tecnologiche che da sempre hanno saputo sfruttare il regime favorevole, garantito dall’autonomia del rapporto: Uber, DoorDash, Lyft e Instacart. Aziende che, per la campagna a sostegno della “Prop 22”, hanno speso oltre 200 milioni di dollari, tempestando i californiani di annunci televisivi, notifiche sul cellulare, cartellonistica, oltre alla concessione di un finanziamento di 2 milioni di euro al partito repubblicano della California.

In California i diritti dei rider sono sotto attacco

Messaggio con conferma obbligatoria prima di completare una corsa di Uber: “Se la Prop 22 non passerà, gli autisti saranno penalizzati. I prezzi e i tempi di attesa per le corse aumenteranno notevolmente, mentre i salari degli autisti diminuiranno”

Il comitato dei contrari alla riforma, appoggiato dal candidato presidente Joe Biden e dalla vice Kamala Harris, era invece formato per lo più dai sindacati che tradizionalmente lavorano attraverso attività porta a porta ed eventi di piazza e per tali ragioni sono stati evidentemente penalizzati dalla pandemia.

Come riporta il Los Angeles Times, la disparità economica delle forze in campo era schiacciante: se il comitato promotore è riuscito a investire 204 milioni di dollari, i sindacati sono riusciti a raccogliere per la campagna elettorale solo 20 milioni di dollari. Non stupisce quindi che il “Sì” abbia prevalso con il 58% dei voti.

Tuttavia, vale la pena registrare che a San Francisco e Sacramento, città dove la maggior parte di queste aziende – tra cui Uber e Lyft – hanno la propria sede, i cittadini si siano espressi in maggioranza contro la riforma.

Le origini di questa battaglia referendaria derivano da una decisione della Corte suprema della California che ha condotto successivamente alla promulgazione nel 2019 della “California Assembly Bill 5” (AB5).

Questo atto dell’Assemblea legislativa californiana prevedeva, seppur con numerose eccezioni, che i lavoratori della gig-economy fossero inquadrati come lavoratori dipendenti. Legge che non è mai stata accettata da Uber e dalle altre aziende del settore le quali, fin dalla sua approvazione, si sono battute per contrastarla, non solo attraverso azioni di lobbying, ma disapplicandola totalmente.

Il rifiuto di riconoscere i lavoratori come dipendenti ha quindi portato i tribunali californiani a sanzionare ripetutamente Uber e Lyft per la violazione della AB5.

Con l’approvazione della “Proposition 22” queste aziende possono finalmente tirare un sospiro di sollievo, visto che continueranno a perpetrare il loro modello di business basato sull’utilizzo della tecnologia per controllare la manodopera e aumentare i profitti. Questa dinamica di potere è abbinata a una retorica sulle innovazioni digitali, viste come la nuova frontiera del progresso, e sulla presunta flessibilità del lavoro come necessità imprescindibile per il lavoratore smart.

Per quanto riguarda la retribuzione, inoltre, la “Proposition 22” prevede che il lavoratore riceva un compenso orario di 16,80$, superiore al salario minimo orario che in California è di 12,00$. Il cavillo che viene introdotto in questo caso è quello dell’engaged time (ore di lavoro effettive): il compenso viene calcolato solo nel momento effettivo della consegna o della corsa, non includendo quindi il tempo di attesa per un ordine o una corsa che la Cornell University ha calcolato essere attorno al 28%.

Lo stesso principio si applica alla soglia delle 15 ore settimanali per ottenere la copertura sanitaria. Il comitato “NoOn22” ritiene che, realisticamente, il compenso medio sarebbe di 5,80$/ora e per ottenere la copertura sanitaria sarebbe necessario lavorare per la stessa azienda per 39 ore settimanali, con buona pace dell’autonomia del rapporto e della flessibilità del lavoro.

Sotto questo aspetto l’Italia è stata un laboratorio politico all’avanguardia: quella delle “ore effettive di lavoro”, infatti, è una tecnica elusiva che abbiamo già visto applicare nel caso del recente Contratto Nazionale dei rider firmato da Assodelivery, UGL e ANAR. Tecnica che, come già illustrato in queste pagine, permette alle aziende del food delivery di giustificare il pagamento a cottimo e di controllare unilateralmente la determinazione del compenso.

La “Proposition 22” è solo l’ultimo triste atto della lotta tra lavoratori e capitalismo digitale, una lotta che valica i confini nazionali e che dimostra come le istituzioni pubbliche, anche quando non sono conniventi con le imprese, non sono attrezzate per combatterne lo strapotere.

Laureato in Scienze Internazionali, conduco con i miei amichetti Davide e Filippo il podcast Duga su politica, attualità ed eterodossia.

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