Dombrovskis e la Lettonia: il “fascino” discreto dell’austeritá

Tra i nomi che più frequentemente ci vengono proposti nella cronaca economica europea spicca sicuramente quello del vicepresidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis. Il lettone è solito balzare agli onori delle cronache nostrane per gli ammonimenti circa la tenuta dei nostri conti pubblici ed il rispetto dei vincoli europei.

Appena pochi giorni fa, con la pistola del MES ancora fumante, si impegnava a ricordarci come l’attuale pandemia di Covid-19 sia solo una breve pausa nell’applicazione del patto di stabilità. Tanto accorto nelle dichiarazioni quanto rigido nel rispetto dei vincoli di bilancio, Dombrovskis ha acquisito un peso politico nelle decisioni della commissione sempre maggiore, arrivando a condizionare di fatto l’azione di altri commissari europei.

Si tratta di una figura molto interessante che non si esaurisce nelle dinamiche politiche interne all’UE. È stato infatti il traghettatore della Lettonia verso l’euro. Come Ministro delle Finanze prima (2002-2004) e premier poi (2009) ha già applicato nel proprio Paese (con una certa coerenza, gli va riconosciuto) le ricette di austerità che va predicando in giro per mezza Europa, in risposta alla crisi che ha colpito l’ex Repubblica Baltica tra 2008 e 2009.

La crisi economica in Lettonia: un film già visto

Il modo in cui la Lettonia entra in crisi riflette la tendenza individuata da Fraenkel e Rapetti (2009) circa i paesi in via di sviluppo che scelgono di aderire ad un sistema di cambi fissi e si indebitano in valuta estera. L’ex Repubblica Baltica sin dalla dissoluzione dell’URSS adotta politiche marcatamente neoliberiste, volte ad un progressivo avvicinamento all’Unione Europea, e in quest’ottica nel 2005 viene fissato un tasso di cambio fisso tra la moneta nazionale (LAT) e l’Euro.

Il conseguente afflusso di capitali esteri, attratti dagli elevati margini di profitto nel settore edile, non va a finanziare investimenti produttivi, bensì credito al consumo. Si crea una bolla immobiliare. Aumentano salari e prezzi ma diminuisce la competitività e si deteriorano i conti con l’estero.

La crisi internazionale dei mutui subprime e l’immediato contagio sui mercati finanziari fanno da detonatore alla bolla speculativa. La combinazione dell’immediato arresto del flusso di capitali in entrata e del credit crunch portano al fallimento e alla nazionalizzazione del più grande istituto bancario del paese, Parex Banka. La crisi si propaga così dal settore privato a quello pubblico. 

Senza più accesso ai mercati, l’11 dicembre 2008 il Paese si trova costretto a stipulare con la Troika e con altri creditori europei (alcuni Paesi nordici e la BERS) un piano di aiuti da 7,5 miliardi di euro (pari al 39% del Pil nazionale) per evitare il default. Si sceglie la strada della cosiddetta austerità espansiva (Reinhart e Rogoff 2010), anziché la svalutazione della moneta onde evitare di compromettere il percorso di adesione all’euro. Le manovre economiche varate dal governo Dombrovskis si traducono in pesanti tagli alla spesa pubblica ed al pubblico impiego, tra cui una riduzione del 30% dei dipendenti pubblici, una riduzione del 40% dello stipendio medio e un aumento di tasse ed accise. 

Gli effetti dell’austerità: i costi sociali

Tali politiche di austerità hanno avuto dei costi sociali elevatissimi. Nel 2009 Il tasso di disoccupazione tocca il 20% per poi ridiscendere progressivamente ad un comunque poco invidiabile 7% nel 2019. Un dato che di per sé potrebbe sembrare anche incoraggiante, ma non considera quanti hanno abbandonato il paese negli ultimi dieci anni. Si stima che dal 2009 ad oggi il paese abbia perso circa il 18% della popolazione rispetto ai primi anni Duemila, passando da 2,3 milioni del 2001 a 1,9 nel 2019. Una tendenza che non si deve tanto a un calo demografico (circa il 2% sul complessivo) quanto al flusso migratorio conseguente alle politiche di deflazione interna. È una nazione che sta letteralmente scomparendo. 

La disoccupazione e il calo demografico non sono gli unici problemi che interessano lo stato baltico. Gli standard di vita medi risultano ancora ben al di sotto della media europea. Il salario medio lettone è ad oggi di circa 600/650 Euro: il più basso di tutta la zona. Il tasso di mortalità infantile è il più alto tra gli stati baltici (a livello europeo inferiore solo a Romania e Bulgaria). L’aspettativa di vita media è la più bassa d’Europa (74,1 anni). “Vanta” inoltre il primato di stato europeo con la più alta quota di popolazione a rischio povertà (21,3%). È al terzo posto come quota di popolazione in condizione di povertà assoluta (1% con un reddito giornaliero di un Euro al giorno ed il 3% con un reddito giornaliero di due Euro al giorno). A livello sociale gli effetti salvifici dell’austerità sicuramente non si sono manifestati.

Gli effetti dell’austerità: quale recupero?

Ma questi sacrifici saranno serviti a qualcosa? A dieci anni di distanza dall’inizio della crisi c’è da chiedersi se effettivamente queste misure abbiano consentito al paese di intraprendere un percorso di crescita stabile, o abbiano significato solo un aggiustamento temporaneo dai costi sociali sproporzionati. Il PIL indubbiamente è tornato a crescere dalla fine del 2009 ed i conti con l’estero sono migliorati.

Tuttavia, il consolidamento fiscale e la deflazione salariale, capisaldi dell’austerità espansiva, hanno solo migliorato la situazione dei conti con l’estero ma sembra non abbiano risolto i problemi strutturali: il paese accumula ancora lievi ma persistenti disavanzi di parte corrente (nel 2019 erano l’1% del PIL). Una diminuzione, peraltro, che non sembra ascrivibile ad aumenti di competitività, ma semplicemente ad una riduzione delle importazioni più che proporzionale rispetto alla contrazione dell’export, mantenutosi stabile più per la parziale ripresa della domanda nordeuropea dal 2009 in poi che per il miglioramento della competitività esterna del Paese.

Tale modello di crescita, basato in gran parte sulle esportazioni, non si sta dimostrando per nulla stabile: incentrato su attività a basso valore aggiunto e a scarso valore tecnologico, è fortemente esposto alla competitività internazionale soprattutto verso i paesi del sud-est asiatico.  

Conclusioni

Sebbene gran parte delle élites europee guardino al caso lettone come un modello di successo (Lagarde 2012) a cui dovrebbero ispirarsi i vari Stati della periferia europea che attraversano difficoltà economiche, questo non può essere di certo preso come riferimento. Non solo l’effettivo successo di tali politiche è tutto da dimostrare, ma il contesto in cui sono state fatte tali scelte rappresenta un “unicum”. La Lettonia ha più o meno gli abitanti di un quartiere di Roma. Inoltre, per via del particolare tessuto sociale, non ci sono praticamente state proteste in seguito all’adozione di tali misure economiche (come ad esempio in Grecia) ma si è preferito seguire la via silenziosa dell’emigrazione. Come riferiscono Hudson e Sommers (2013), l’esperienza lettone non sarebbe replicabile “in nessuna democrazia reale”. 

Da ultimo, riprendendo l’incipit dell’articolo, uno spunto di riflessione su come sembra vengano gestite le nomine europee. Ci sono sicuramente alcune domande da porsi in merito alla nomina di Valdis Dombrovskis (ma non solo la sua) a vicepresidente della Commissione Europa ed in particolare sui criteri seguiti per la sua scelta: se siano stati selezionati i più capaci e competenti o semplicemente si siano scelti i più fedeli ad una specifica impostazione economica, dimostratasi peraltro dannosa e controproducente in varie occasioni, almeno per una larga parte degli Stati europei.

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