Etica, linguaggio e politica. Intervista a Erri De Luca

In che modo l’etica è stata messa in discussione nella pratica quotidiana del linguaggio e della politica?

Ho scelto di parlarne con Erri De Luca, scrittore attento all’attualità sociale con cui ho potuto aprire una riflessione che non solo tiene conto delle dinamiche etiche e non-etiche messe in risalto dalla pandemia ma che estende la sua analisi anche alla storia della politica e della letteratura.

L’etica può sembrare un concetto astratto da affrontare in tempi che ci impongono la valutazione continua della concretezza e dell’utilità di qualsiasi nostra azione. Tuttavia, come chiariamo fin dall’inizio dell’intervista, si tratta di qualcosa di pratico: De Luca la definisce un “comportarsi bene” che non ha il peso dei principi morali, bensì dovrebbe rientrare nella naturalezza dei nostri rapporti quotidiani con le altre persone”.

L’economia del gratuito e la distanza tra etica e politica.

Il rispetto dell’altro e l’aiuto reciproco sono la base della nostra società e durante l’isolamento di questa primavera si sono manifestati in particolar modo attraverso il volontariato. Lo stesso De Luca mi parla di giovani che nel suo paese si sono offerti di fare la spesa per tutti quelli che non potevano uscire durante l’emergenza. Poi, in un’interessante riflessione partita da uno dei suoi ultimi libri, “Impossibile” (Feltrinelli 2019), l’autore introduce il concetto di economia del gratuito“.

D: “Nel suo libro “Impossibile” c’è una parte in cui parla dell’economia come un gioco di dare e avere e dell’andare in montagna come qualcosa di inutile. E a un certo punto dice che “l’inutile è un valore”. Mi potrebbe spiegare quest’ultimo concetto?

Erri De Luca: Certamente andare in montagna non serve a niente, non ha nessun valore d’uso né di scambio ed è totalmente gratuito. Ed è questa la legge si cui si fonda il legame della nostra comunità, l’economia del gratuito, quella del volontariato, una quantità di persone che si impegnano a fornire il loro tempo e a dare una mano a titolo gratuito per le necessità di altre persone. Questo non è calcolato. Ecco, voi vi occupate di economia: non so se si può calcolare il Pil del gratuito. Sfugge, credo, alla ricerca, ma è quello che tiene insieme la nostra comunità, il buonissimo comportamento della nostra società.

Se è vero che i comportamenti etici permeano e costituiscono le fondamenta della nostra comunità, non si può dire che questo avvenga anche nella politica”.

La politica di oggi è l’amministrazione di pratiche correnti. Non ha nessuna visione, nessuna prospettiva, se non quella dei conti da fare giorno per giorno. Le persone non sono persone, sono delle caselle, dei conti correnti. Il termine “politica” è improprio: è amministrazione, disbrigo delle pratiche correnti da parte di un ente preposto a farlo, di un governo.

La politica sembra staccarsi dall’essere-per-l’altro che dovrebbe costituire la sua essenza. Si appiattisce a freddo calcolo, prende le distanze dall’anima gratuita dei nostri rapporti. La comunità è più politica della politica? C’è forse da risemantizzare una parola, un’idea che si è caricata sempre di più di risonanze negative, spogliarla delle sue pretese disciplinari e renderla più umana”.

D: “Ho un dubbio. Se la politica si è ridotta ad amministrazione, è forse sbagliato parlare ancora di ideologie?

Erri De Luca: Le ideologie ci sono ancora, ma non sono più i partiti a rappresentarle, bensì le persone. Penso che in Italia non ci sia un partito di sinistra, ma ci sono molte persone di sinistra.

D: “Pensa che in Spagna ci sia invece una sinistra più forte con i socialisti?

Erri De Luca: Intanto si chiamano “socialisti” ed è già una connotazione. Da noi il partito che dovrebbe essere socialista, era comunista e poi si è chiamato sinistra ed è diventato il Partito Democratico…democratico è un termine generico, buono per tutte le combinazioni.

Queste parole confermano l’idea che la politica sopravviva tra le persone, ma suggeriscono anche l’entità del distacco che si è creato tra gli elettori e i partiti.

Ad un certo punto del discorso mi viene da pensare che tutto si gioca forse nell’opposizione tra chiarezza e confusione: la confusione creata dalle molteplici spaccature e fughe dal passato che hanno trasformato la sinistra in un essere ibrido, istituzionale, contrapposta alla chiarezza dello schieramento opposto per quanto riguarda leader da presentare e comunicazione mediatica, anche se in quest’ultimo campo la chiarezza è solo propagandata e spesso si spaccia per facilità nascondendo la sua volgarità. L’opposizione è tutt’altro che netta e infatti più tardi proverò a chiedergli se in realtà è la confusione la vera arma delle destre.

Resta un rapporto da analizzare ovvero quello tra cittadino e Stato al di là delle spaccature politiche e alla luce dell’attuale emergenza sanitaria, sociale ed economica”.

D: “Secondo Lei il coronavirus ha rafforzato il legame tra cittadino e Stato o l’ha indebolito e messo in discussione?

Erri De Luca: Lo ha incredibilmente rafforzato ma non perché il cittadino si sia avvicinato allo Stato ma perché improvvisamente lo Stato si è occupato del cittadino e cioè non dei suoi conti e del suo debito pubblico, ha dovuto mettere da parte questo totem dell’economia e ha dovuto occuparsi della salute dei cittadini.

Ora, questi scontri che ci sono stati non li vedo come un pericolo, li vedo come uno sfogo cutaneo di uno stato di sofferenza dovuta al fatto che tutta la propaganda di una parte politica ha minimizzato la questione dicendo “ormai è passata, ce la siamo tolti di torno”. Credo che nel momento in cui verrà imposta una seconda chiusura non ci saranno grandi resistenze.

Lo spaccio di vocabolario falso tra politici e giornalisti e la responsabilità linguistica.

Il tema della comunicazione politica mi offre l’occasione per parlare di linguaggio. Torno alla mia riflessione di prima sull’opposizione tra chiarezza e confusione, termine presente nei discorsi delle destre per esempio come accusa nei confronti del governo e dei suoi decreti, spesso additati (anche ancor prima di uscire) come poco chiari e caotici.

Tuttavia, il discorso vuoto del “non si capisce” dilaga anche in certi giornali che lo trattano con un linguaggio emotivo buono anche per far “tuonare” i titoli (sono due esempi “Conte è un bluff” e “La paura fa novanta. Soldi a chi chiude” in prima pagina due settimane fa)“.

Erri De Luca: La confusione, dice? Per me si tratta dell’uso di un vocabolario falso. Per esempio, penso a quando parlano di “invasione” di stranieri. “Invasione” è un termine che prevede un intervento militare da parte di una nazione nei confronti di un’altra che storicamente valica le sue frontiere con l’intenzione di occuparla, ma insomma non si può usare questo termine per persone che arrivano alla spicciolata, inermi. Quindi c’è lo spaccio di vocabolario falso che serve però a provocare delle reazioni vere.

Mi vengono in mente le parole del protagonista del suo “Impossibile” che a un certo punto paragona la lingua alla moneta in quanto sistema di scambio, ma noto anche che i falsari di denaro vengono puniti mentre a quelli di vocaboli non si dice nulla.

Penso che la parola sia stata sempre più contaminata dal credere che essa non serva per la comunicazione, ma per la rappresentazione di qualcosa. McLuhan aveva ragione quando affermava che “il mezzo è il messaggio”: la parola di oggi è immediatamente mediatica, postabile e quindi caricabile di colorazioni emotive a scapito del suo significato.

A tal proposito Erri De Luca nota l’uso errato dell’italiano nella presenza del lessico militare nei discorsi che riguardano il Covid e fa emergere la riflessione sulla responsabilità linguistica, oltre che sociale, di ogni cittadino“.

Erri De Luca: “Coprifuoco”, io lo so che cos’è il coprifuoco: viene proprio dal fatto che si coprivano le finestre di tutte le case, di tutti i piani, di tutte le città per non far vedere all’aviazione nemica la loro disposizione. “Coprifuoco” è ancora spaccio di vocabolario falso ma fa parte di questi termini che servono ad agitare. Queste cose funzionano superficialmente, hanno un effetto cutaneo…io le evito, è questo penso il compito di una persona: rinunciare al vocabolario falso e usare termini più precisi possibile.

D: “Per evitare di incorrere nella falsificazione si può forse far affidamento sull’arte di essere essenziali? Può forse la letteratura ispirare e migliorare il discorso politico e giornalistico?

Erri De Luca: La politica e il giornali sono sempre stati dalla parte di un linguaggio provvisorio. Il linguaggio letterario è diverso, non ha nessuna funzione pratica. Deve tenere compagnia, non informare né convincere. In un romanzo con dentro una tesi la tesi si mangia il romanzo. La politica ha delle tesi, la letteratura no.

Ora si può tentare il percorso inverso: l’analisi non parte più dalla società e dalla politica per arrivare al linguaggio, ma si muove dall’uso della lingua (in particolare in ambito letterario) verso la società, cercandone le reciproche influenze. Ben presto però scopro che questa via non è così diretta”.

Il ruolo della letteratura e il valore delle piccole storie.

D: “Quindi quale può essere il ruolo della letteratura oggi, non è un ruolo politico?

Erri De Luca: Non lo è mai stato, non ha mai avuto un ruolo politico. Lo ha, ha un valore aggiunto, in condizioni di oppressione e di tirannia, allora la parola negata acquista un valore in più che da solo dimostra una capacità di tenuta, di resistenza.

Però nella nostra situazione no, la letteratura tiene buonissima compagnia, per esempio in prigione. O su un autobus, su un tram. In quel momento la persona che legge sta salvando il suo tempo dalla necessità del trasporto. Quelli che preferiscono guardare il cellulare stanno sprecando l’occasione di farsi raccontare una storia.

Lo scrittore conferma poi la sua idea parlando del periodo dell’isolamento in cui non ha scritto niente, ma letto e riletto molto. Tuttavia, non riesco ancora a convincermi che il ruolo della letteratura si raccolga tutto nella sua capacità (certamente fondamentale) di tenere compagnia. Ripropongo la domanda“.

Erri De Luca: Sarebbe come dire che la pittura può incidere sul dibattito pubblico.

D: “L’arte in generale, quindi...”

Erri De Luca: Lo ha potuto fare il teatro perché è molto immediato.

D: “E il cinema?

Erri De Luca: Sì, il cinema ha avuto anche questa funzione di raccontare storie che riguardano la coscienza politica. Ma la letteratura no. Almeno, io lo so da lettore. So che i libri mi hanno sempre tenuto compagnia, non mi hanno segnato né trasformato.

Mi hanno fatto conoscere delle cose per un certo verso mie, come per esempio Omaggio alla Catalogna di Orwell, lo avevo letto da ragazzo a sedici/diciassette anni: orientò i miei sentimenti politici. Il racconto della guerra civile spagnola da parte degli anarchici si avvicinava a questi sentimenti.

Gli chiedo allora perché scrive libri e lui mi dice che è proprio per tenersi compagnia. Mi colpisce la natura non immediatamente pubblica dell’intento che sta dietro a un libro, natura che De Luca riconosce anche nella sua prima opera, nemmeno spedita all’editore, che esplorava la vicenda privata del rapporto tra un bambino e sua madre a Napoli. Poi, con una chiarezza meravigliosa, lo scrittore parla della nascita delle sue storie“.

Erri De Luca: Scrivo delle storie che improvvisamente mi ricordo. Non sto a scervellarmi per inventarle, non so farlo. Ogni tanto ricordo qualche cosa, persone, episodi e allora il fatto che li ricordo mi fa venire voglia di farle durare di più queste memorie.

Allora comincio a scrivere una storia e questa si muove, si arricchisce di altri ricordi e particolari, non si lascia stampare e tradurre su carta. Ha una sua dinamica che mi fa andare indietro. Questo è il motivo per cui mentre sto scrivendo o raccontando una storia mi accorgo di perdere molte cose, ci sono molte più diramazioni e altre possibilità che mi sfuggono, che tralascio. E questo mi piace. Le mie storie riguardano cose della vita che lasciano presto, se non si conservano bene.

Le grandi storie, la letteratura, stanno nelle vicende particolari. Tutto il Novecento deve essere raccontato dal basso e la storia stessa non è scomparsa lasciando il posto al susseguirsi frenetico di eventi e istanti ma sopravvive “nelle singole persone, nei profughi, non appartiene ai governi o alle guerre”.

Mi resta un’ultima domanda con cui cerco di ricollegare il linguaggio alla sua funzione sociale. Chiedo se la lingua sia qualcosa che dobbiamo coltivare per noi stessi oppure destinare all’altro”.

Erri De Luca: Il linguaggio è prima di tutto per noi stessi. Nel momento in cui noi cominciamo a raccontare qualcosa e cerchiamo delle parole per farlo ecco che cominciamo lentamente anche a capire. Più parole, più proprietà di linguaggio abbiamo e più possibilità di comprendere abbiamo. Le persone che leggono i libri hanno questo vantaggio insuperabile perché conoscono la lingua corrente.

La letteratura non avrà la capacità di cambiare la politica, ma può aiutare a comprendere il mondo arricchendo il nostro patrimonio di parole.

L’etica sta forse anche in questo: scegliere di non sfuggire alla complessità degli eventi, essere prima di tutto sinceri con se stessi nell’elaborare le proprie esperienze nel modo più preciso e disilluso possibile. Perché le parole sono sempre le nostre, quelle intimamente legate alla nostra vita, che nessuno slogan o semplificazione può strapparci per impedirci di capire”.

Frequento il corso di Studi letterari e storico-artistici a Trieste.
Mi interesso di sociologia e filosofia e sono alla ricerca di un linguaggio più vicino alle cose.

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