Fra Italia e Francia: una storia di “fake state”

Lo Stato falso (fake State) o Stato paradossale è ciò che ho voluto mostrare nel mio ultimo libro.

Il fake State, così come lo definisco, è quello Stato che ha volontariamente rinunciato agli strumenti di politica economica. Le caratteristiche sono le seguenti: perdita di sovranità monetaria e conseguentemente di politica monetaria (determinazione del tasso di interesse e dei tassi di cambio), politiche commerciali e fiscali ampiamente vincolate. L’elenco potrebbe anche essere più lungo.

La sua capacità di agire sulla realtà scompare gradualmente: cerca quindi di compensare questa involuzione con un’agitazione comunicativa permanente, una messa in scena di azione senza alcun effetto reale.

L’incapacità politica di frenare la pandemia e il blocco dell’attività economica in piena crisi Covid in Francia lo dimostrano tragicamente. E le conseguenze non cessano di farsi sentire.

Ma il fake State è anche autoritario, utilizza gli strumenti offerti dalla Costituzione per stabilire uno stato di emergenza permanente che è un attentato alle libertà pubbliche. A volte sa mostrarsi repressivo nei confronti dei movimenti sociali, abbrevia i tempi dei dibattiti parlamentari e mette in atto leggi liberticide.

Incapace di garantire sicurezza economica, sociale e sanitaria alla sua popolazione, riesce tuttavia a limitare le libertà pubbliche e ad esercitare una maggiore sorveglianza sulle popolazioni.

Tuttavia, contrariamente ad una narrazione concordata secondo cui il mercato avrebbe prevalso sullo Stato, dovremmo piuttosto concentrarci sulla concessione da parte delle élites amministrative e politiche a forze di mercato di un potere inaudito dalla Seconda Guerra Mondiale.

Lo Stato governativo, attraverso le élites che lo costituiscono, è l’artefice di questa trasformazione.

La divergenza tra mercato e Stato appare così fittizia, in quanto quest’ultimo ha voluto introdurre nei suoi servizi pubblici una logica equivalente a quella del settore privato. Si può pensare alla promozione del cosiddetto new public management, logica manageriale che sarà ampiamente pagata da personale e utenti. Alcuni tristi esempi sono lo stress sul lavoro, la cattiva qualità dei servizi resi e la disorganizzazione dei servizi pubblici.

Insomma, il fake State è la storia di un’impotenza programmata a partire dagli anni Ottanta.

Quattro decenni dopo, lo scenario è preoccupante: le disuguaglianze hanno lacerato il corpo sociale, la nostra sovranità appare a pezzi, i diritti sociali dei lavoratori ampiamente degradati come dimostrano in modo spaventoso le condizioni del sussidio di disoccupazione.

Ma lo “Stato falso” non è un fenomeno isolabile e specifico della Francia. Se vogliamo donare un po’ di ampiezza a questo concetto, a livello europeo è possibile pensare a ulteriori tipologie di quest’ultimo o procedere a confronti.

Un confronto con l’Italia può essere significativo, poiché si tratta di due economie che hanno punti di possibile convergenza e possono costituire dei prototipi in materia di “falso Stato”. Questo articolo tenterà una comparazione, sperando che sia la più pertinente possibile.

Il percorso economico delle due nazioni è simile su diversi aspetti. Per cominciare, entrambi rappresentavano modelli di economia mista nel dopoguerra.

Economie in cui i due Stati hanno ampiamente controllato la produzione per mezzo di un grande settore pubblico in ambito energetico, dei trasporti e di sviluppo industriale. Possiamo pensare all’ENI italiana o alle miniere di carbone francesi. Nel caso della Francia, si potrebbe parlare di dirigismo economico. Questa economia mista è stata per le due nazioni una leva importante per il loro sviluppo economico del dopoguerra.

Ma a partire dalla fine degli anni ’70, le élites amministrative dei due Stati hanno avviato un processo di impotenza programmata e hanno fatto della scelta dell’Unione Europea uno strumento di disciplina del lavoro salariato e delle sue rivendicazioni. Il “falso Stato” affermatosi in questi due paesi si declina nell’attivazione dell’apparato statale al servizio degli interessi economici dominanti che innesca così una vera politica di classe. Lo Stato avrebbe potuto essere l’arbitro della lotta di classe, ma allora si schierò chiaramente.

Sorprende constatare come queste evoluzioni che hanno destabilizzato il mondo del lavoro siano state ampiamente difese dalle forze della sinistra, sia che si pensi al Partito Socialista francese che al Partito Democratico italiano. Forze che in nome di un certo adattamento alle richieste del mercato sono state le più zelanti ausiliarie delle esigenze del mondo economico. Hanno superato di gran lunga le aspettative aggravando la precarietà di un numero crescente di lavoratori.

I lavori di Barba e Pivetti sono ai nostri occhi decisivi sulla questione, potremmo allungare la lista di chi fa luce su questa dinamica. Quello che in Italia si chiama vincolo esterno la Francia l’ha abilmente chiamato contrainte extérieure per condurre alla ragione il mondo dei lavoratori, in altre parole per fargli accettare una riduzione dei loro diritti, del loro potere d’acquisto e per sottoporli al ricatto della disoccupazione e successivamente alla delocalizzazione. Il caso di Pomigliano d’Arco in Italia è esplicativo in quanto è stato un affare da pazzi per i lavoratori. Ma l’amministratore generale, il defunto signor Marchionne, è stato celebrato da un’intera stampa di centro-sinistra come l’incarnazione della modernità economica.

Va ricordato che è stato il Partito Democratico italiano ancor più della destra a voler porre fine all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori Italiani del 1970. È necessario ricordare al lettore che le famose riforme del mercato del lavoro di Renzi, che non erano economicamente efficaci e che hanno avuto effetti socialmente negativi, erano quelle di un cosiddetto governo di sinistra?

Una delle caratteristiche dominanti degli anni dal 1980 ai giorni nostri è stato l’accanimento della sinistra europea nel ridurre, per non dire distruggere, i diritti dei lavoratori. Emblematici i casi di Francia e Italia, anche se lo stesso si potrebbe dire per molti altri paesi.

È stata la socialdemocrazia tedesca che alla fine degli anni ’90 ha ridimensionato in peggio il proprio Stato sociale. Il tradimento della sinistra è stato di un’ampiezza, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, tale da abbracciare il sentimento di quel suo tempo moderno che, in un misto di opportunismo e vigliaccheria, celebrava il mercato o inventava mezze-teorie disastrose come il blairismo. Anche Renzi faceva parte di questa logica. Barba e Pivetti nel loro capolavoro La scomparsa della sinistra in Europa sono eloquenti su questo tema.

La costruzione europea può quindi essere interpretata come l’espressione di forze reazionarie in senso stretto, se consideriamo che gli orientamenti economici e monetari hanno operato contro i lavoratori.

La creazione dell’euro è stato un ulteriore passo verso quella direzione. Prima della nascita della moneta unica, il sistema monetario europeo ha assolto a questa missione disciplinare. La Francia, scegliendo il franco forte, ha cambiato profondamente la distribuzione della ricchezza dando un vantaggio al capitale. La scomparsa dell’inflazione ha operato come un trasferimento dal debitore al creditore.

L’Italia, grazie alla sua massiccia svalutazione della Lira per rispondere alle crisi speculative del 1992-93, visse una ripresa economica significativa mentre la Francia, legando definitivamente la sua politica monetaria a quella della Germania, precipitò in una crescita timida per quasi un decennio. Ma i principi dell’austerità sono rimasti validi. L’Italia per entrare nell’Unione Europea, con i governi Amato e Ciampi partecipò anch’essa ad un orientamento austeritario per rendere possibile la nascita di una moneta unica. Quella stessa moneta che porrà un violento stop alla sua economia e al tenore di vita dei suoi abitanti.

Ma è anche nell’arma del bilancio che ritroviamo il finto Stato. I temi del debito e del deficit (nello specifico di Italia e Francia) potrebbero minare la credibilità della nostra tesi. Alcuni potrebbero sostenere che la logica del deficit e del debito è rimasta invariata. Ma in realtà, mantenere il deficit e un alto debito è stato necessario per rendere accettabile il sistema economico, poiché gli orientamenti degli ultimi quarant’anni hanno portato una logica profondamente deflazionistica. Senza i deficit e i debiti che l’hanno accompagnata, le tensioni sociali sarebbero state insostenibili.

L’Italia, così come la Francia, attivò un forte pacchetto di austerità negli anni ’90 per garantirsi l’accesso alla moneta unica. Non dimentichiamo che l’Italia da più di 20 anni è paladina degli avanzi primari in materia di bilancio e li paga a caro prezzo in termini di infrastrutture pubbliche o anche in materia sanitaria, ad esempio.

Il fervido sostegno delle élites italiane e francesi alla mentalità del fake State è stato il modo per superare il deficit di governabilità delle società europee alla fine degli anni ‘60. Secondo un certo padronato la democrazia sarebbe straripata per poi diventare incontrollabile. Pensiamo alle proteste sociali nei nostri paesi nell’autunno del 1969, chiamato nella storia italiana autunno caldo. Questa ingovernabilità delle società contemporanee preoccupava i salotti padronali dell’epoca.

L’Europa doveva essere questo strumento di spietata disciplina, organizzando la concorrenza tra i lavoratori. Non dimentichiamo che la scelta di aderire all’Unione europea nel 2004 e poi nel 2007 ha risposto ai desideri dei datori di lavoro europei, ben contenti di assistere all’afflusso di una forza lavoro relativamente numerosa ed economica. Ma la scelta dell’euro è stata molto significativa, perché mirando alla spesa pubblica, la moneta unica ha inferto un duro colpo alla spesa socializzata.

In questo modo, un intero programma di riforme della protezione sociale avrebbe portato la maggior parte dei paesi europei ad orientarsi in una direzione più favorevole al mercato. L’Italia come la Francia si è impegnata in riforme pensionistiche che hanno comportato un prolungamento della durata dei contributi e un calcolo meno favorevole delle pensioni come illustrato dalla legge Fornero applicata nella strana situazione in cui si è trovata l’Italia, dal governo di Mario Monti alla coalizione tra il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord. Uno strano periodo di quasi-sospensione democratica in quanto i governi successivi alla legge Fornero erano largamente minoritari senza una maggioranza significativa in una logica della grande coalizione preferita dall’Unione Europea.

Sia l’Italia che la Francia hanno abbandonato la loro moneta, la loro politica commerciale e rinunciato a quello che è l’elemento chiave dell’equilibrio sociale, ovvero una certa dose di inflazione. Le riforme Prodi hanno reso la Costituzione italiana un po’ più sottomessa rafforzando la preminenza europea. I due Stati hanno accettato di vivere con una moneta sopravvalutata con il risultato che l’Italia rappresenta un grande esportatore mondiale con larghi avanzi commerciali, ma a costo di grandi squilibri interni: compressione salariale, disoccupazione, stagnazione del tenore di vita.

In entrambi i casi, il “falso Stato” riflette una crisi di sovranità e quindi di democrazia: i cittadini sembrano essere privati ​​della loro capacità di influenzare le decisioni di politica economica. La politica commerciale, le decisioni della banca centrale, le questioni di concorrenza sono santuarizzate ed escluse dal dibattito comune. Nessuna maggioranza nel mondo degli affari potrebbe, nell’attuale quadro europeo, modificarli.

La crisi del Covid 19 ha messo in luce quanto catastrofiche siano state le scelte economiche fatte nell’ambito dell’euro e quanto il sistema sanitario dei vari paesi europei, e in particolare quello italiano o francese, sia stato sottoposto ad altissima tensione.

C’è da temere che i nuovi cosiddetti “dispositivi di rilancio europeo“, molto voluti dalle élites delle due nazioni (in altre parole dai cosiddetti partiti governativi o anche dalle frange dell’alta amministrazione) aggraveranno l’impotenza in quanto si basano su una serie di vincoli come il rispetto degli impegni del semestre europeo. Il semestre europeo derivante dall’ultima cosiddetta crisi del debito sovrano del 2011 contiene raccomandazioni di politica economica che spingono più verso le cosiddette “riforme strutturali”, che incidono cioè sul mercato del lavoro e sulla protezione sociale.

Insomma, Italia e Francia, con le loro particolarità storiche, si sono spogliate in larga misura dei loro strumenti di azione in materia economica, favorendo interessi economici dominanti e disarmando sempre di più i lavoratori. Fake State è più che mai un altro modo per chiamare la crisi della democrazia.

Traduzione dal francese di Giorgio Michalopoulos.

Frédéric Farah è Professore di Scienze Economiche e Sociali, ricercatore affiliato al laboratorio PHARE e docente presso l’Università Parigi 1 (Pantheon-Sorbona). È coautore con Thomas Porcher di "TAFTA: l’accord du plus fort" (Max Milo) e di "Introduction inquiète à la Macron-économie" (Les Petits Matins) e autore di "Europe, la grande liquidation démocratique" (Bréal). Ha inoltre contribuito al coordinamento e alla stesura del Manuale di Economia Critica per il periodico mensile Le Monde Diplomatique.

Aiutaci a realizzare la rivista!

Ti potrebbe interessare

Commenta