La Germania Est fra discriminazione e ostalgia

Quando parliamo di Germania Est non possiamo non parlare di Ostalgia. La Wende (letteralmente la “svolta”) non ha rappresentato solo una trasformazione politica ed economica, ma ha caratterizzato un processo che ha coinvolto le vite dei tedesco-orientali in ogni suo aspetto. Gli effetti dell’unione monetaria a freddo fra la Repubblica Federale Tedesca e la Repubblica Democratica Tedesca sono stati brutali, ma qui ci focalizzeremo su quali effetti l’unificazione tedesca abbia avuto a livello di relazioni e identità sociali. La storiografia contemporanea ci consegna la semplificazione della Libertà che sgretola l’ultimo Despota d’Oriente con la caduta del Muro di Berlino, ma tace su chi queste macerie sono cadute.

“L’Elite delle scienze sociali tedesco-occidentali hanno dominato questo campo di studi, il dominio analitico-perspettivo della Normalità intesa dal punto di vista della Germania Federale è anch’esso il risultato di una costellazione di potere”[1]

(KOLLMORGEN, 2019)

Così il sociologo Raj Kollmorgen, nato a Lipsia e che ha dedicato la sua carriera proprio all’analisi delle trasformazioni sociali negli stati post-socialisti, di cui ha per altro, un’esperienza diretta. Riprendendo qui le parole di Vladimiro Giacché, potremmo dire che l’Anschluss non è stato solo politico ed economico, ma anche culturale. La narrazione per cui l’Ovest avrebbe salvato l’Est attraverso l’unione monetaria ha infatti lo scopo non solo di legittimare l’esistente, ma anche una gerarchia in cui le vite degli altri, dei tedeschi orientali, vengono rimosse dalla Storia. Un piccolo aneddoto ci può far comprendere su come determinate narrazioni contribuiscano ad avere effetti sulla percezione del Sé.

È in corso un dibattito politico (e non storiografico) se definire la DDR un Unrechtstaat (Stato di non diritto) o no. Tale definizione è stata infatti utilizzata solo per definire il regime nazista. Se la destra democristiana e la SPD dell’Ovest si sono trovate abbastanza d’accordo, da un settore politico che va dalla SPD orientale alla Linke si è manifestata contrarietà in quanto, parafrasando le parole della Ministra-presidente della Mecklenburg-Vorpommern Manuela Schwesig (SPD), “ciò avrebbe l’effetto di etichettare come non-diritto intere esistenze, ci vorrebbe più rispetto per le esperienze di vita dei tedesco-orientali” [2].

Le argomentazioni occidentali e conservatrici affermano invece che la DDR sarebbe uno Stato di non-diritto in base a dei parametri “quantitativi” sulla mancanza di libertà d’espressione, l’impossibilità di viaggiare liberamente, sulla democrazia partitica e sulla quantità di leggi contro il vilipendio di Stato e sovversione (Tagesspiegel, 2019) . Le contro-argomentazioni orientali e di area progressista sottolineano invece come tale espressione nasce all’interno di un processo di significazione storica del Nazismo e tale comparazione andrebbe a generalizzare tutto ciò che non si confà al modello unico liberale come comparabile al totalitarismo nazista, dove la resistenza spesso era un atto necessario alla salvaguardia della propria vita in quanto tale, andando a colpevolizzare chi nella DDR ha condotto una grande maggioranza silenziosa che semplicemente ha condotto la propria vita oltre il Muro per non essersi ribellata al Reich 4.0.

Un’argomentazione che tra l’altro sostiene la tesi discriminante per cui i tedeschi e le tedesche orientali sarebbero naturalmente più inclini alla dittatura e quindi naturali sostenitori dell’AfD, una tesi che si nutre della forza simbolica dell’Occidentale che esporta la democrazia ai popoli “selvaggi” che in diversi contesti ha legittimato il colonialismo otto e novecentesco, le guerre contemporanee, il neocolonialismo e banalmente la subordinazione delle regioni nel contesto degli Stati europei meno ricche.

Queste parole ci danno contezza di un processo di damnatio memoriae che violentemente silenzia le identità dei vinti salvati in fondo da loro stessi. Il dislivello fra le due aree della Repubblica Federale non accenna a diminuire e questo non è privo di effetti. L’Ostalgia (Ostalgie), la nostalgia dell’Est, è infatti una forma di resistenza di un’identità negata, derisa e evidentemente subordinata ad una narrazione che vorrebbe la Fine della Storia. Non parliamo tanto di una nostalgia per il “buontempo perduto” o per il socialismo reale, quanto di una forma di riappropriazione del presente, che non lascia alcuno spazio alle biografie di queste persone.

Questa Ostalgia si riflette nei comportamenti di consumo. Se da un lato i media federali dipingono i cittadini dell’Est come intrinsecamente un po’ più “selvaggi”[3] (valori attribuiti al Popolo contro l’Io illuminato della classe imprenditoriale che ha il compito di educare in tutti gli autori liberali), dall’altro il recupero della Trabant, della VitaCola, dei Spreewalder-Gurken berlinesi rappresentano l’affermazione di un’Autenticità della vita degli Ossie[4] sull’artificiosità della vita Wessie[5] scintillante ma “vuota”.

La costruzione di un’identità territoriale su basi economiche che fa appello ai valori dell’essenzialità e autenticità, intese come scarsità positiva, capacità di accontentarsi di poche cose ma genuine e quindi risignificate non come mancanza ma come attributo di soggetti subordinati nel contesto dello Stato-Nazione è qualcosa che in Italia conosciamo bene. Per subordinazione intendo qui quei processi economico politici che hanno creato all’interno degli Stati-Nazione, nati come arena politica “naturale” dell’economia capitalistica, delle aree di sottosviluppo, essenziali nel reclutamento della forza-lavoro nelle aree industriali degli stessi, funzionali alla migrazione interna: che sia da Sud a Nord o da Est ad Ovest siamo di fronte a processi simili.

Il Meridionalismo, difatti, che risignifica il senso stesso della parola terrone, da offesa a segno distintivo di un rapporto autentico con il terrritorio,si sviluppa su meccanismi simili e getta luce sulle gerarchie che non si fanno solo infrastrutturali ma anche culturali: il terrone incolto, che deve essere educato alla cittadinanza, con un’inclinazione quasi biologica al malaffare e alla devianza è Altro rispetto all’Individuo che si fa Cittadino che deve incarnare i valori della Normalità, quelli con cui viene narrato l’uomo bianco eterosessuale e borghese. L’identitarismo regionale qui non rifiuta l’Alterità ma la fa propria, la cambia di segno e la trasforma: essere radicalmente Altro rispetto ad una situazione ed un contesto escludente e discriminante.

Le accuse di razzismo intrinseco all’Est sono inoltre un tentativo di negare dei problemi strutturali: la cartina elettorale dei Länder orientali dove l’AfD (destra) e la Linke (sinistra radicale) si fronteggiano per affermarsi come Ostpartei (Partito dell’Est) non ci racconta una storia di “opposti estremismi che vogliono destabilizzare la Ragion di Stato” quanto un sentimento di non identificazione da parte di gran parte dei cittadini Ossie nel sistema politico federale. È interessante notare piuttosto come da opposte narrazioni politiche, il successo di questi partiti, considerati outsiders a Ovest esattamente come gli Ossie, sia basato su un sentimento di riscatto di un “popolo” cancellato dalla storia. Ogni analisi viene però piegata ad un’unica verità e normalità, quella della Germania “vera”:

“Questo ha costituito discorsivamente la comprensione del trauma orientale,  diffuso nella popolazione della Germania dell’Est così come nell’élite, come un processo di aggiustamento e adattamento da orientare verso la norma della Germania occidentale” [6]

(KOLLMORGEN, 2019)

E ancora una volta vengono silenziate le voci e le ragioni di chi si trova in questi contesti e processi, bollate come immature e pericolose, sicuramente contraddittorie ma che meritano rispetto, il cui unico appiglio rimane l’identità perduta.


Bibliografia:

Kahane, A. (27. August 2019). RASSISMUS IM OSTEN: Das toxische Wir. Frankfuter Rundschauer, S. 1.

Kollmorgen, R. (18. März 2019). Zeigeschichte Online. Abgerufen am 4. September 2020 von Exit West: https://zeitgeschichte-online.de/themen/exit-west

Schwesig, M., & Ramelow, B. (7. 10 2019). Schwesig und Ramelow: DDR war kein “Unrechtstaat”. (ZDF, Interviewer)

Tagesspiegel. (8. 10 2019). Ein Wort, das trifft. Von Tagesspiegel: https://www.tagesspiegel.de/politik/war-die-ddr-ein-unrechtsstaat-ein-wort-das-trifft/25096206.html abgerufen


Note:

[1] Traduzione mia  da „Die Elite der westdeutschen Sozialwissenschaft dominierte das Feld, die analytischperspektivische Dominanz der westdeutschen Norm(alität) ist auch das Resultat dieser Machtkonstellation“

[2] “Er wirkt so, als sei das ganze Leben Unrecht gewesen. Wir brauchen aber mehr Respekt vor ostdeutschen Lebensleistungen.” (Schwesig & Ramelow, 2019)

[3] Un giornale tedesco di Francoforte titolava nel 2019 con „RASSISMUS IM OSTEN: Das toxische Wir“  (Razzismo ad Est: tossico Noi) (Kahane, 2019)

[4] Ossie, termine con cui vengono definiti i tedeschi orientali

[5] Corrispettivo occidentale

[6] Traduzione mia da “Diese hat das in der ostdeutschen Bevölkerung wie in den Eliten weit verbreitete Verständnis der ostdeutschen Umwälzung als an der westdeutschen Norm(alität) zu orientierenden Anpassungs- und Angleichungsprozess diskursiv mit konstituiert“

Classe 1996, Siciliano ma emigrato come tanti. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sugli effetti sociali del Workfare in Germania, oggi laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra Bologna e Berlino, mi occupo di studi intersezionali con focus nelle diseguaglianze di genere, economiche, subregionali e le loro relazioni.

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