Gli esclusi che non possono respirare

La verità più grave e forse indicativa del caso di George Floyd, l’afroamericano 46enne morto lunedì 26 maggio a Minneapolis, dopo che un poliziotto gli ha premuto per cinque minuti il ginocchio sul collo, è la sua natura di rilevatore delle enormi problematiche umane, sociali e legali che affrontano, negli Stati Uniti, coloro che sono gli ultimi tra gli ultimi

I disoccupati cronici, gli esclusi del sistema, gli abitanti delle periferie, in molti casi i membri della minoranza afroamericana. Tutti questi sono una cospicua fetta di popolazione, quantificabile in diverse decine di milioni di cittadini statunitensi, letteralmente confinata al di fuori del modello celebrato dall’american dream, con le sue scintillanti promesse di realizzazione individuale, ascesa sociale, stabilità economica, progresso continuo. Un mito che, anno dopo, anno, vede gli esclusi crescere in numero in tutti gli Stati Uniti: in Stati progressisti come il Minnesota e l’Illinois così come nelle roccaforti conservatrici quali il Texas, nelle metropoli e nella periferia. 

La crisi del coronavirus, che negli Stati Uniti ha prodotto già oltre 100mila vittime, è l’ennesimo catalizzatore di dinamiche già in atto: la sanità pubblica si dimostra sottofinanziata e in ritardo, molte proteste riguardo la fine del lockdown segnalano l’esistenza di un dubbio terribile tra il timore di morire di virus e quello di morire di fame, i disoccupati hanno oramai raggiunto quota 41 milioni in 10 settimane.

Questo esaspera lo scontro sociale di cui la morte di George Floyd è stato uno dei detonatori: la percezione che l’arbitrio della legge possa scatenarsi solo contro gli ultimi della società, gli esclusi del modello a stelle e strisce, gli sconfitti di ieri e oggi in una società ipercompetitiva, è pericolosa per la tenuta sociale degli States. Resta la domanda del perchè un poliziotto possa sentirsi legittimato, negli USA, a soffocare col ginocchio una persona durante un fermo: il governo di Washington, che nel frattempo è impegnato nella nuova ingerenza sui fatti di Hong Kong, dovrebbe forse riflettere sul fatto che storie del genere avvengano nel cuore dell’Impero e non nel corso delle presunte “repressioni” della polizia cinese oltre il Pacifico.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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  1. […] La serrata delle attività produttive, il blocco dei commerci, il tracollo di un mercato del lavoro fondato su un diritto flessibile e su scarse tutele agli occupati, i problemi del sistema sanitario e la sperequazione tra finanza ed economia reale hanno prodotto danni devastanti negli Usa, che a settembre hanno sfondato quota 200mila morti per la pandemia. In poche settimane 40 milioni di persone hanno fatto richiesta di sussidi di disoccupazione, e il numero dei jobless è sicuramente ancora più elevato; nel secondo trimestre lo schianto del Pil ha superato il 30% su base annua, mentre la magmatica sovrapposizione tra disuguaglianze sociali e crisi economica ha dato fuoco alle polveri al caso Floyd, che sarebbe riduttivo rubricare a semplice reazione al razzismo. […]

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