I dati economici del coronavirus: un’analisi

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Analizzare l’economia sulla scia della tirannia dei dati non è mai funzionale a un’approfondita comprensione dei fenomeni, ma vi sono scenari emergenziali o di particolare interesse in cui analisi e previsioni danno un’idea dell’importanza dei fenomeni in atto. Le previsioni di breve e medio periodo sugli effetti della recessione da coronavirus sono uno dei casi menzionati: una crisi senza eguali nell’ultimo decennio (e forse addirittura più grave di quella del 2008) rischia di travolgere il mondo e nel solo mese di marzo rapporti, studi e proiezioni sono diventati, uno dopo l’altro, presto obsoleti, richiedendo nuovi approfondimenti, integrazioni, modifiche.

I principali centri studi e think tank, nonché le maggiori società di consulenza, sono in ogni caso concordi nel dire che l’economia mondiale si farà decisamente male nell’impatto con il combinato tra uno choc d’offerta, un tracollo della domanda aggregata, una contrazione dei commerci e il rischio di un periodo di lunga volatilità finanziaria.

Tra l’ultimo trimestre del 2019 e il secondo del 2020 , McKinsey stima come opzione più ottimistica un tonfo del Pil del 9,5% per l’intera Eurozona, prevedendo una contrazione annua del 4,4% nel 2020, mentre per gli Stati Uniti i dati riportano un -8% (-2,4% su base annua) che eroderebbe le prospettive politiche e i buoni risultati economici del primo triennio di amministrazione Trump, già pronta a entrare in campo con un maxi-stimolo economico. In uno scenario in cui anche la Cina, motore della crescita globale nell’ultimo decennio, risultasse più lenta nella sua ripresa, l’Eurozona dopo un primo tonfo (sempre tra l’ultimo trimestre 2019 e il secondo del 2020) del 12,2% chiuderebbe il 2020 con un -9,7% e dovrebbe aspettare settembre 2023 per raggiungere il livello di Pil di dicembre 2019.

Per la Germania, tradizionale centro dell’industria europea, la stima dell’Svr, il Consiglio dei consulenti economici del governo tedesco contenuta in un rapporto speciale consegnato il 23 marzo parla di uno schianto del 5,4% del Pil, anche al netto del pacchetto di misure economiche recentemente varato, per l’intero 2020.

Per l’Italia la dimensione del tracollo è destinata a rivelarsi altrettanto severa. Il centro studi Ref Ricerche ha indicato in -8% la perdita di Pil prevista per il primo semestre del 2020. “La caduta – si legge in una nota del centro di ricerche – riguarda con questa intensità solamente l’ultima parte del primo trimestre, che potrebbe chiudere con un decremento del 3 per cento sul quarto 2019, e manifestarsi pienamente nel secondo, quando la caduta sarebbe di un altro 5 per cento sul primo trimestre”.

Prometeia, affermata società di consulenza basata su Bologna e Milano, segnala in uno studio da poco pubblicato un ordine di grandezza ancora più significativo: -6,5% su base annua, -10% nel semestre, “con differenze settoriali molto ampie: dal -10% della manifattura al -27% dei servizi legati al turismo, fino al -16% dei servizi di trasporto e delle attività legate all’intrattenimento”.

Andrebbe invece aggiornata, e saremmo curiosi di capire quanto duro sarebbe il peggioramento in tal senso, la stima pubblicata dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) nelle scorse settimane che stimava in 25 milioni i potenziali nuovi disoccupati prodotti nell’economia mondiale da qua a fine 2020 dalla crisi recessiva. Lo scenario è decisamente a tinte fosche in un contesto in cui in una sola settimana gli Usa hanno visto un picco di 3,3 milioni di nuovi disoccupati e in cui gli economisti di Ernst&Young prevedono che nella sola Irlanda, Paese di cinque milioni di abitanti, oltre 300mila persone potrebbero rimanere senza lavoro.

Forse è volutamente esagerato quanto scritto dal blog Phastidio, cioè che “tutto quello che è stato sinora congetturato su questa crisi non vale la carta ed i pixel su cui è stato scritto. Tutto evolve a velocità scioccante”. Tuttavia l’affermazione segnala la decisa impotenza della pretesa di certa scienza economica di vincolare ai dati e alle proiezioni l’intera analisi di contesto.

“Data alone are wanted in life. Plan nothing else and root out everything else”: la parafrasi di un celebre passaggio di “Hard Times” di Charles Dickens sembra il motto di un’intera filiera di studiosi, dai positivisti dell’econometria (deus ex machina venerata come fine e non come mezzo) ai teorici del fact-checking permanente abbondanti, a lungo, sulla nostra stampa. I dati sulla crisi del coronavirus, per quanto attendibili e necessari di aggiornamento possano essere, dicono tutto e niente al tempo stesso. Niente, in particolare, sulle modalità più utili per risolvere la crisi. Tutto, però, al tempo stesso. In quanto indicano la strada del rilancio del primato della politica sull’economia: non si vive di sole stime.

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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