I Signori dei Trattati

trattato di roma

Questo articolo è parte di un dibattito sul futuro dell’Unione europea, dell’euro e dell’Europa. Clicca qui per leggere le altre puntate.

Ciò che è successo nelle ultime giornate non ha precedenti nella storia di quell’esperimento chiamato “Unione Europea”. La grande occasione che, nella tragedia della pandemia, si era presentata agli Stati europei era quella di poter finalmente portare il procedimento di integrazione europea ad un livello ulteriore, ovvero la creazione di quello che a tutti gli effetti poteva considerarsi un debito pubblico europeo per affrontare la crisi che sta colpendo il nostro continente. Al netto di quello che deciderà il Consiglio
Europeo nei prossimi giorni, sembra affermarsi la necessità di prendere dimestichezza con la sigla MES, con tutto ciò che esso comporterà e del quale sviluppo non ho intenzione di parlare in questa sede.

Quello che vorrei affrontare qui è una piccola riflessione su cosa rappresenti per noi oggi l’Unione Europea, e sul perché sia spesso additata come la causa primigenia di tutti i mali. È evidente che uno dei più affascinanti progetti politici della contemporaneità, a poco più di sessant’anni dal suo anniversario, stia mostrando diversi limiti. Sarebbe impossibile negare che molti di essi siano connaturati alla stessa struttura dell’Unione: chi sono i veri depositari del potere in questo Leviatano chiamato Europa?

Oggi come allora al centro di tutto troviamo gli Stati, i quali ancora confermano l’antico epiteto (vecchio quanto l’Unione stessa) di “Signori dei Trattati“. Volendo semplificare, tutte le decisioni rilevanti all’interno dell’Unione vengono prese attraverso un’articolata procedura legislativa che vede al centro il Consiglio, un organo mirante a rappresentare alla pari tutti gli Stati membri tramite i rispettivi governi. E molte di
queste decisioni prevedono come requisito quello dell’unanimità (ecco spiegato il motivo della crisi degli ultimi giorni e l’influenza decisiva della piccola Olanda nel processo decisionale).

Questa regola , come molte altre, è contenuta nei due pilastri dell’Unione Europea come oggi la conosciamo: il Trattato sull’Unione Europea ed il Trattato sul Funzionamento dell’Unione, i quali costituiscono trattati vincolanti, ratificati da tutti i Paesi membri dell’Unione, e che insieme formano il “Manuale delle Regole” (per citare un noto film di Steve Spielberg) di questa Europa.

Tutte le norme contenute in questi ed altri documenti sono il frutto di una costante evoluzione, partita nel lontano 1951 con la CECA, che si è espansa fino a creare una struttura sempre più complessa ed articolata, passando attraverso la costituzione di un mercato condiviso e una politica monetaria comune. Questa brevissima ricognizione ci permette di capire che il perno fondamentale di questo processo è stato l’interesse commerciale prima, e poi più in generale quello economico, dei Paesi coinvolti. Ma ciò che fino alla fine della Guerra Fredda è stato un ottimo punto di forza, si è oggi rivelato anche essere il maggiore ostacolo ad una grande prospettiva di integrazione.

La popolazione degli Stati europei ha potuto beneficiare, direttamente o indirettamente, di un sempre crescente grado di benessere materiale almeno fino alla grande crisi del 2008: un cataclisma che ha stigmatizzato i problemi e le contraddizioni insiti in molti Stati (per non parlare dell’economia mondiale in generale per come era stata concepita fino a quel momento), e che ha costretto l’Unione a giocare un ruolo particolare. È innegabile che essa sia intervenuta per tentare di evitare le conseguenze peggiori della crisi del debito sovrano, ma gli strumenti utilizzati non
hanno goduto di una unanime benedizione.

Oserei dire che, a partire dal “caso Grecia”, molti europei abbiano cominciato a percepire l’Unione come una costruzione votata esclusivamente alle ragioni di determinati gruppi di interessi, ma lontana dalle reali esigenze della popolazione. Si tratta ovviamente di un discorso semplificato e che si limita a riferire una forma indefinita di malumore, ma le semplificazioni talvolta, come le leggende, conservano un fondo di verità.

In effetti, la “casa europea” è stata articolata come un perfetto meccanismo per la circolazione di persone, merci e capitali, ma ci si è dimenticati spesso di tenere in considerazione i reali bisogni di quelle stesse persone in movimento. Sarebbe ingenuo pensare che la semplice dinamica del mercato possa autonomamente venire incontro a tutte le esigenze del cittadino medio, il quale spesso necessita di strumenti di supporto.

Mi sembra significativo che si sia deciso di istituire un Parlamento Europeo (che però deve condividere necessariamente la potestà legislativa con il Consiglio), in un’ottica di “democratizzazione” delle istituzioni, ma non si sia mai seriamente discusso della possibilità di un creare un sistema di welfare europeo. Progetto che, tra l’altro, richiederebbe il supporto determinante del Consiglio, e non del Parlamento, dove invece siedono i rappresentanti eletti dagli stessi cittadini europei e che sarebbe il più indicato per perorare le istanze della collettività.

L’Unione europea è stata finora un unicum nella storia d’Europa, e ha rappresentato un ideale di pace e speranza per un continente martoriato. Sarebbe davvero un peccato lasciare che l’Unione continui ad essere qualcosa di distante dai suoi stessi cittadini, o che continui ad essere percepita come tale. La partecipazione effettiva della popolazione ai processi decisionali tramite i suoi rappresentanti costituirebbe un passo avanti fondamentale, per il quale sarebbe però necessario stravolgere completamente l’assetto attuale. Cosa impossibile finché continueranno ad esistere dei “Signori dei Trattati”.

Simone Pasquini
Informazioni su Simone Pasquini 1 Articolo
Studente di Giurisprudenza presso l’Università LUISS di Roma. La legge è un hobby, il mio vero lavoro è la Storia. Sono marchigiano ma anche abbastanza pazzo da non considerarla una cosa negativa.

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