Il consumatore consumato e il patto scellerato con Amazon

Boicottare Amazon? Moralmente sacrosanto. Politicamente coraggioso. Ma economicamente inutile. E socialmente donchisciottesco. Il che non significa, almeno per chi scrive, sminuire il valore ideale dell’eroe puro di Cervantes. Significa piuttosto riportare le sporadiche rivolte contro il gigante mondiale della distribuzione (280 miliardi di fatturato nel 2019) ai loro reali termini. Cioè di assalti all’arma bianca purtroppo privi di consistenza e potenza di fuoco. Anche quando, come in Francia, sono sostenuti dal governo in carica, che ha voluto concedere un po’ di respiro temporale al commercio tradizionale dilazionando il Black Friday. Tanto meno efficaci, poi, se lasciati a iniziative di sabotaggio spontaneo o di movimenti di nicchia.

In Italia, giusto per dare un numero della supina arrendevolezza del legislatore, dal 2009 al 2018 la controllata europea con sede in Lussemburgo ha pagato il 3% medio annuo di tasse a fronte di complessivi 27 miliardi di utili (fonte: Martin Angioni, ex country manager italiano, da “Amazon dietro le quinte”, 2020). Nel solo 2019 ha sommato 4,5 miliardi di ricavi, per un “contributo fiscale complessivo”, come si legge sul sito ufficiale, di appena 234 milioni di euro.

La chiave dello strapotere della multinazionale di Jeff Bezos (l’inquietante individuo, una specie di visionario dell’efficienza, più ricco del pianeta con più di 200 miliardi di dollari di patrimonio personale), sta infatti nel congegno di potere pervasivo che la sua posizione dominante è riuscita a costruire accelerando la crescita nell’ultimo decennio: l’alleanza di fatto fra l’offerta monopolista e la domanda monopolizzata, fra la sua capacità di garantire un servizio pressoché istantaneo e la tendenza del cliente, fisiologica ai tempi del web piglia-tutto, a preferire l’opzione più veloce e più agevole. Non solo dunque per i prezzi, ma soprattutto per la comodità.

Se ormai la fruizione di qualsiasi contenuto viaggia a livello di secondi sulla Rete, anche le compravendite non hanno fatto altro che seguire la logica del tutto e subito. Amazon l’ha solo capito per prima e meglio di tutti, mettendo in piedi il più capillare e formidabile reticolo distributivo di consegne online. Il suo controllo del mercato è una faccia della cultura vincente, al tempo stesso materiale e immateriale, del diritto alla facilità. La fatica, fino a non molto tempo fa assolutamente normale, di cercare un prodotto nel negozio fisico è del tutto anacronistica, in un ambiente virtualizzato dove basta un click per accedere letteralmente al mondo. Non ci si può scandalizzare se dal primo ipertesto di Tim Berners-Lee, anno 1990, si è arrivati al sistema orwelliano di Bezos. Sarebbe come stupirsi che dallo studio della fisica nucleare si sia giunti alla bomba atomica.

Si può, invece, e si deve denunciare l’essenza eminentemente distruttiva di questo trionfo della non-volontà, questa immane diseducazione alla curiosità e alla prossimità, questo attacco globalizzato alla realtà locale, viva, limitata ma, vivaddio, umana. A cominciare, come più volte è stato fatto da inchieste giornalistiche finite contro il muro di gomma, dallo sfruttamento del lavoro all’interno dei suoi impianti, vecchi come il cucco nella loro meccanica taylorista di precisione: lavoratori trasformati in codici, monitorati e giudicati secondo feedback continui, sostituibili come pezzi di ricambio con contratti a tempo senza certezza di durata, inseriti in ritmi ossessivi misurati al minuto, scaricati sulle agenzie interinali che fanno da collettori di disperati.

La fulmineità distributiva è nuovissima, ma il retro della vetrina nasconde l’ingranaggio chapliniano della classicissima fabbrica, organizzata come una catena di montaggio. Nella quale i sindacati sono assenti o impotenti, spesso ignorati da una forza-lavoro che, o per incultura giovanile, o per paura di perdere il posto specie fra i quaranta-cinquantenni ormai professionalmente decotti, diffida dal battersi per migliorare le proprie condizioni. Non è esagerato affermare che, quanto a diritti sindacali, negli stabilimenti Amazon le lancette della Storia sono tornate indietro di un centinaio d’anni.

Ma avendo firmato un patto non scritto di volontaria resa all’easy way amazoniana, il consumatore affezionato se ne sbatte altamente. Anzi, difende il colosso che gli rende la vita più comoda. Anche quando viene a conoscenza del prezzo che i suoi acquisti fanno pagare alle rotelle umane nei campi di smistamento e spedizione. Giustifica tutto, via, andare, combinando in genere due varianti di mentalità alienata: quella che ha introiettato il ricatto pietista di un’occupazione purchessia (“ma Amazon almeno dà da lavorare a tanti”) e quella paternalista dello sfruttato aspirante sfruttatore, per il quale sgobbare in sé è sinonimo di robusta e sana costituzione etica (“ma che si lamentassero meno, bisogna fare sacrifici per realizzarsi”). Una guerra fra poveri in cui i poveracci contenti di esserlo danno addosso ad altri poveracci che subiscono l’inferno della precarietà permanente.

La morsa totalizzante di Amazon si confonde con il totalitarismo dell’inarrestabile macchina del flusso globale: merci che si spostano in ogni direzione, dipendenti che devono farsi merci a loro volta e aderire alla mistica paranoide del risultato a tutti i costi, consumisti incalliti che non si accorgono di essere acquistati a loro volta, come diceva Carmelo Bene. Con gli occhi foderati di pubblicità Prime, indifferenti alla decomposizione del tessuto commerciale e anche organico, esistenziale, pur di risparmiare tempo, qualche spicciolo e non rinunciare al comfort, vera ideologia della nostra era. E così la politica, ridotta a ordinaria amministrazione e serva del più forte, si adegua. Boicottare è giusto. Ma non basta.

Giornalista vicentino.

Aiutaci a realizzare la rivista!

Ti potrebbe interessare

3 COMMENTS

Commenta