Il Green New Deal può cambiare il sistema – Letture Kritiche

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“The Case for the Green New Deal” è un saggio di Ann Pettifor, economista attualmente alla direzione del think thank Policy Research in Macroeconomics, già animatrice della campagna “Jubilee 2000” per la cancellazione del debito dei Paesi del sud del mondo. Fazi Editore ne ha curato la traduzione in italiano pubblicandolo a maggio 2020 con il titolo “Il Green New Deal. Cos’è e come possiamo finanziarlo”.

In primis l’autrice fa chiarezza su cosa si intenda per Green New Deal (GND) presentandone le origini, diverse tra la versione anglosassone (di cui fu tra i principali autori quando venne presentato in seguito allo scoppio della crisi finanziaria del 2008), e quella statunitense rilanciata dalla risoluzione presentata dalla deputata democratica Alexandria Ocasio Cortez.

Analizzando i tratti distintivi di ciascuna delle due proposte e soprattutto gli elementi in comune, emerge il contenuto di una formula che appare con sempre maggiore frequenza nel dibattito riguardante i temi socio-economici e non sempre in maniera pertinente (come nel caso del Green Deal presentato dalla Commissione europea) come un tentativo di salvare l’attuale assetto riorientandolo in chiave “green” e che dunque ha ben poco a che spartire con coloro i quali invece, come la Pettifor, auspicano una trasformazione del sistema.

Tra i recenti lavori in questa direzione va senz’altro ricompreso “Oltre il capitalismo. Macchine, lavoro e proprietà”, testo del professor Sapelli pubblicato nel 2018 che, spesso, durante la lettura del libro, mi è tornato alla mente per via della complementarietà tra i due. Semplificando si potrebbe sostenere che sia l’analisi di Sapelli che quella di Pettifor prendano le mosse dalla convinzione che la civiltà umana si trovi di fronte a gravi minacce per la sua stessa esistenza, entrambi poi identificano nel capitalismo finanziario globalizzato (specie nella versione ordoliberista europea) la causa di questi mali. Tuttavia essi divergono nell’indicare la fonte dei principali rischi: di natura ecologico-ambientale per Pettifor, socio-politica per Sapelli.

Laddove secondo quest’ultimo l’intersezione tra lo sviluppo tecnologico e i rapporti di forza capitalistici sbilanciati a favore di una haute finance – divenuta fattore destabilizzante a causa della crescente autonomia dall’apparato produttivo – determina l’impossibilità per la società di riprodurre sé stessa; secondo Pettifor invece l’attuale configurazione del capitalismo rischia di far collassare l’ecosistema, in particolare i sistemi che forniscono supporto vitale alla società umana. I due autori divergono di conseguenza anche sulle proposte per fare fronte a questa situazione, con Pettifor che le identifica con il GND.

Il GND viene presentato come un cambiamento strutturale dell’economia allo scopo di porre fine alla sua dipendenza dai combustibili fossili. Esso prevede il passaggio da un sistema economico fondato sulla crescita infinita dei consumi da sostenere attraverso la continua espansione del credito, ad un’economia di stato stazionario nella quale, in linea con i dettami dell’economia ecologica, la produzione sia destinata alla rigenerazione socio-ambientale piuttosto che alla perpetua espansione dei consumi. Per operare tale cambiamento occorre un corposo piano di investimenti in settori da trasformare e in altri da rivitalizzare, settori caratterizzati da un’alta intensità di lavoro ma, viceversa, da un basso consumo di risorse e da un ridotto impatto ambientale.

Per la portata degli obiettivi che ci si prefigge di ottenere e per la natura dei settori coinvolti recuperare risorse dallo stop ai sussidi diretti ed indiretti alle fonti fossili è necessario ma non sufficiente. Bisogna mobilizzare ingenti risorse finanziarie ed è inoltre necessario che si tratti di “capitale paziente”, cioè non di natura speculativa ma che accetti rendimenti bassi e costanti in un orizzonte di medio-lungo termine. Tali risorse potranno essere reperite solo a patto che il sistema monetario torni al servizio della collettività (in fondo, parafrasando Keynes, esso esiste per “permetterci di fare ciò che è possibile fare”).

Secondo l’economista sudafricana la precondizione affinché il GND possa realizzarsi è dunque una profonda e generalizzata presa di coscienza circa la pervasività del sistema finanziario nell’attuale assetto capitalistico e circa le caratteristiche dannose di quest’ultimo quali la tendenza alla creazione di bolle creditizie e quella, grazie alla deregolamentazione, alla concentrazione di capitale all’interno di circuiti sottratti a qualunque forma di controllo democratico. A questo deve fare seguito una battaglia sul piano politico affinché la finanza, attraverso il sistema monetario, torni al servizio dell’economia, della società e delle sfide che quest’ultime si trovano ad affrontare. Una volta realizzate queste condizioni, il problema per la realizzazione del GND, sostiene Pettifor, non sarà di tipo economico-finanziario potendo contare su un buon sistema monetario, bensì di carattere etico-politico: come garantire che la transizione sia giusta tra Stati e all’interno di questi tra diverse classi sociali?

Proprio in riferimento all’implementazione del GND emerge un altro elemento distintivo della proposta di Pettifor: quale ruolo per gli stati nazionali considerando l’impossibilità di aderire unilateralmente al GND e vista invece la necessità di coordinamento? Secondo l’autrice questo deve avvenire sul piano decentralizzato e della cooperazione internazionale piuttosto che essere forzato in maniera “top down” da entità o accordi sovranazionali. La concretizzazione del piano viene demandata all’agire di classi politiche dotate di legittimazione democratica e non invece a caste di tecno-burocrati.

Nel sostenere la necessità di una legittimazione democratico-rappresentativa, quindi su base statuale, l’autrice intende garantire l’adattamento dei piani alle peculiarità delle economie nazionali le cui istituzioni democratico-rappresentative dovrebbero tornare in controllo oltre che della politica fiscale anche di quella monetaria. Quest’ultima infatti, demandata alle tecnocrazie-oligarchie a capo delle banche centrali e delle principali autorità finanziarie globali, dopo il crollo dell’architettura di Breton Woods è divenuta strumento al servizio degli interessi di pochissimi. Per questo motivo l’autrice è critica anche nei confronti di chi, come i sostenitori della Modern Monetary Theory, di fatto attribuiscono ancora maggiore potere e discrezionalità alle scelte dei banchieri centrali, coloro che invece, oltre a garantire che i rendimenti sui titoli di stato rimangano sostenibili, dovranno fornire i prestiti necessari al GND non attraverso “lanci dall’elicottero” ma sulla base delle richieste contenute nei piani che saranno elaborati dai governi in coerenza con l’obiettivo generale di pervenire ad un’economia di stato stazionario.

Nonostante l’entità e la profondità delle trasformazioni del sistema finanziario e di quello monetario necessarie affinché il GND possa essere implementato, non occorre disperare. Le ragioni per essere ottimisti secondo l’autrice sono almeno due. La prima è l’insegnamento del new deal rooseveltiano che poco meno di un secolo fa segnò una profonda trasformazione del sistema economico sia mediante l’adozione di una politica fiscale anticiclica che, aspetto questo meno conosciuto, operando una profonda riforma del sistema monetario che sancì la fine del gold standard e inaugurò una stagione di ri-regolamentazione del sistema finanziario subordinando di fatto la volontà del “mercato” a quella di un presidente democraticamente eletto.

La seconda è la consapevolezza del potere nelle mani di istituzioni pubbliche quali le banche centrali, fondamentali per l’esistenza stessa dei mercati finanziari, e dei cittadini-contribuenti che garantiscono la solvibilità del debito pubblico dal quale in larga misura il sistema finanziario dipende per il proprio funzionamento.

In definitiva il messaggio, al netto del contenuto della proposta di Pettifor che qui si è cercato di tratteggiare nei suoi elementi di fondo, è un messaggio di speranza: occorre prendere consapevolezza delle sfide da fronteggiare, di ciò che occorre modificare, degli schieramenti e delle forze in campo per poi agire nella direzione di un necessario cambiamento.  

Matteo Lipparini
Informazioni su Matteo Lipparini 4 Articoli
Le mie radici sono a Pavullo nel Frignano, una cittadina nelle montagne dell'appennino modenese dove sono nato e cresciuto e l'Isola d'Elba, dove ho trascorso le vacanze fin da bambino. Dopo il liceo classico ho studiato economia e management a Trento lavorando per un breve periodo alla Cassa Rurale di Rovereto. Mentre sceglievo la laurea magistrale ho fatto lavori non necessariamente attinenti al percorso di studi ma che mi hanno lasciato tanto per poi trasferirmi a Vienna dove ho frequentato alla WU la magistrale in Socio-Ecological Economics and Policy. Il richiamo dell'Italia è tornato a farsi forte e, dopo aver frequentato a Roma il Joint Diploma in Ecologia Integrale all’Università Gregoriana, ho deciso di scrivere la tesi a casa lavorando nel frattempo nel campo della finanza sostenibile per una società di consulenza. Dedico tante energie a cercare di comprendere meglio la realtà in cui vivo per capire come “starci dentro” e, possibilmente, portarvi un contribuito positivo. Sento la necessità di entrare in comunicazione con gli altri rispetto a quelli che mi sembrano le problematiche piú urgenti del nostro tempo.

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