Il nuovo contratto dei rider non sconfigge lo sfruttamento. Anzi, lo legittima

Venerdì 30 ottobre riders, sindacati e associazioni erano in piazza per protestare contro il contratto collettivo appena stipulato. Il 15 settembre, infatti, Assodelivery, l’associazione che riunisce le principali aziende di food delivery operanti in Italia, UGL e ANAR, hanno firmato il “primo contratto collettivo nazionale del lavoro in Europa della on-demand economy che introduce maggiori tutele e diritti per il lavoro dei rider nel settore del food delivery”. Ai toni pomposi e trionfalistici degli annunci da parte dei firmatari dell’accordo, si contrappone però la realtà dei fatti che parla di un contratto che legalizza il cottimo e legittima lo sfruttamento dei lavoratori firmato da imprese del settore, un sindacato e un’associazione conniventi con queste imprese.

L’UGL è un piccolo sindacato nato dal Movimento Sociale Italiano con stretti legami con la Lega, mentre l’ANAR è un’associazione di riders, nata da una lettera sottoscritta da poche centinaia di lavoratori in cui veniva rivendicata la natura autonoma del lavoro del ciclo-fattorino e il cottimo come metodo di retribuzione. Lettera che una recente inchiesta de L’Espresso ha rivelato essere stata scritta nelle sedi di Glovo, con il supporto della azienda stessa.

Come si è arrivati, quindi, alla ratifica del contratto?

Con il Decreto Riders dell’ottobre 2019 il Governo, stimolato da una sentenza della Corte di appello di Torino, ha stabilito che a questa categoria di lavoratori si estendano le tutele previste dal Jobs Act. Come è facile immaginare, però, tutele e Jobs Act stanno difficilmente insieme. Infatti, lo stesso Jobs Act ha contribuito ad alimentare la ambiguità tra autonomia e subordinazione, prevedendo però per i “per i lavoratori impiegati nelle attività di consegna di beni per conto altrui, in ambito urbano e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore” (Jobs act, capo V-bis, art 1) una serie di tutele minime che il Decreto Riders ha leggermente ampliato. Il decreto del 2019 ha poi previsto che alcuni aspetti fondamentali come la retribuzione potessero essere ridefiniti in sede di contrattazione collettiva.

Si capisce quindi perché il cartello formato da Deliveroo, Glovo, Uber Eats, JustEat e Social Food abbia cercato di stringere un accordo con associazioni e sindacati compiacenti come la UGL e l’ANAR, ignorando il tavolo sindacale aperto a luglio al Ministero del lavoro in cui erano presenti CGIL, CISL, UIL e Unions (le associazioni di riders auto-organizzate).

Venendo, quindi, all’accordo appena firmato, alla voce “compenso” – termine preferito a “salario” proprio per sottolineare la natura autonoma del rapporto – questo riporta:

“Le Parti concordano che al Rider sia riconosciuto un compenso minimo per una o più consegne, determinato sulla base del tempo stimato per l’effettuazione delle stesse. Tale compenso è equivalente a euro 10,00 (dieci/00) lordi l’ora. Nel caso in cui il tempo stimato dalla Piattaforma per le consegne risultasse inferiore ad un’ora l’importo dovuto verrà riparametrato proporzionalmente ai minuti stimati per le consegne effettuate.”

Una maniera contorta per legittimare il cottimo: se per fare una consegna il tempo stimato è di un’ora, guadagno 10€ (lordi, pari a 7,90€ netti a consegna), qualora il tempo stimato fosse minore, a quel punto sarebbe la piattaforma a ridefinire il mio compenso.

Quindi, è la piattaforma a stimare i tempi di consegna ed è sempre la piattaforma a determinare il compenso per ogni consegna. Inoltre, giustificato dalla natura autonoma del rapporto, il contratto “preclude la maturazione a favore del Rider di compensi straordinari, mensilità aggiuntive, ferie, indennità di fine rapporto o altri istituti riconducibili al rapporto di lavoro subordinato al di fuori di quanto specificamente previsto dalla normativa vigente, dal presente Contratto o dal contratto individuale” (articolo 9).

Insomma, un rider è considerato lavoratore autonomo, che può decidere in autonomia i suoi orari di lavoro e può effettuare consegne per diverse aziende contemporaneamente, per questo motivo non gli vengono riconosciuti i diritti di un lavoratore dipendente e, per evitare fraintendimenti, l’accordo lo specifica chiaramente: niente tredicesima, niente straordinari, niente ferie, niente maternità, niente TFR.

Ed è questo che i sindacati (almeno quelli che non hanno firmato l’accordo) e i lavoratori chiedono a gran voce: liberarsi dall’idea del ciclo-fattorino come lavoratore autonomo, uscendo dal ricatto dei contratti di collaborazione e delle partite IVA che giova solo alle aziende. Le richieste sono chiare: estendere quelle tutele che sono garantite ai lavoratori subordinati oltre ad una paga oraria che non sia legata esclusivamente al numero di consegne effettuate, un orario minimo settimanale garantito e diritti sindacali di rappresentanza.

Inutile sottolineare che sono state mosse forti polemiche rispetto all’opportunità che un sindacato scarsamente rappresentativo come la UGL sigli in autonomia un contratto con valore di contratto collettivo nazionale. È stato lo stesso Ministero del lavoro, attraverso una nota rivolta ad Assodelivery emessa pochi giorni dopo la sottoscrizione del contratto con la UGL, a sottolineare la scarsa rappresentatività del sindacato firmatario.

Qui si crea però il paradosso: il fatto stesso che il sindacato abbia stipulato un contratto collettivo nazionale con le associazioni di categoria, rende questo sindacato sufficientemente rappresentativo per considerare quel contratto valido, in mancanza oltretutto, di ulteriori contratti stipulati da altri sindacati. Lo scontro, quindi, deve diventare politico: la mobilitazione di riders, associazioni e sindacati è l’unico modo, in questo contesto legislativo che legittima lo sfruttamento, non solo per sensibilizzare l’opinione pubblica, ma per costringere le imprese del settore a stracciare questo accordo e stipularne uno nuovo che riesca veramente a tutelare dei lavoratori.

Lavoratori che durante la pandemia si sono rivelati essenziali, ma che più di altri si sono visti sfruttati da aziende che utilizzano a loro favore gli strumenti del capitalismo digitale. Le stesse aziende che, proprio in questi giorni, in vista dell’entrata in vigore dell’accordo il 3 novembre, stanno inviando ai loro “collaboratori” mail in cui minacciano il licenziamento in caso di mancata adesione all’accordo.

Laureato in Scienze Internazionali, conduco con i miei amichetti Davide e Filippo il podcast Duga su politica, attualità ed eterodossia.

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