Il saccheggio della Germania Est: il lato oscuro della riunificazione tedesca – Letture Kritiche

Non si studia la storia per imparare a non ripetere gli errori del passato, perché questi ritornano puntualmente sotto forma di farsa o tragedia. Piuttosto, la memoria si configura come un passato irrisolto, dove i vinti non smettono di chiedere di essere vendicati.

“Chiunque abbia riportato sinora vittoria partecipa al corteo trionfale dei dominatori di oggi che calpesta coloro che oggi giacciono a terra”, così il filosofo tedesco Walter Benjamin definisce l’immedesimazione dello storiografo storicista con i vincitori. La storia dell’unificazione della Germania corrisponde per i vincitori al progresso mitico dell’Occidente e in particolare del continente europeo, che è andato provvidenzialmente liberandosi delle scorie di quelle idee socialiste sorte intorno all’800.

Il 9 novembre 1989 è stato l’Evento che ha sprigionato finalmente quel “vento di cambiamento” di cui tutti avevano bisogno: wind of change cantava d’altronde il gruppo musicale degli “Scorpions” proprio a ridosso dei mutamenti politici che si stavano allora verificando nell’Europa dell’Est. Quello che però gli Scorpions non cantavano nella loro ottima canzone è il motto di Spinoza omnis determinatio est negatio, che in questa sede possiamo interpretare come quel nuovo che, affermandosi, finisce per escludere e negare tutto ciò che è altro e sta fuori rispetto agli innovativi discorsi universalistici che incalzano.

Vladimiro Giacché nel suo libro Anschluss. L’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Diarkos, 2019), di cui offriamo qui una recensione, si occupa appunto di raccontare il negativo, “il non-detto” nella storia dell’unificazione tedesca in ciò che di positivo si stava affermando. L’unificazione della Germania non ha come punto nodale soltanto la notte del 9 novembre 1989, in cui venne giù il muro di Berlino.

Un’altra notte è stata gravida di conseguenze per i tedeschi: il 1°luglio 1990, masse festanti di cittadini della Germania dell’Est affollarono le banche per cambiare i loro marchi orientali in marchi occidentali. Scrive Giacché:

“Quella notte fu, a un tempo, un punto di arrivo e un punto di partenza. Fu il punto d’approdo di un processo, iniziato nell’autunno 1989, di cui è stato detto che l’intera storia tedesca non conosce un movimento di democratizzazione a esso paragonabile. E fu l’inizio di una storia completamente diversa, di cui in buona parte determinò l’esito.”

Ora, l’unificazione tedesca richiedeva un processo graduale di riforme, in base ad un principio di per sé evidente: le due Germanie erano caratterizzate da architetture giuridiche, culturali ed economiche completamente diverse. Ma c’è un secondo elemento, ancora più decisivo, che segnerà il destino della Germania Est: la proposta del cancelliere Kohl di avviare trattative immediate per un’unione monetaria.

Il libro di Giacché mette a tema proprio le conseguenze economiche, politiche e sociali del tasso di conversione che sarà adottato durante le trattative. Ma attenzione: in una questione apparentemente astrusa come appunto quella di un tasso di cambio, sono immediatamente condensate questioni giuridiche, filosofiche, storiche o, per meglio dire, ideologiche e quindi sociali, sarebbe imperdonabile considerarlo un innocuo tecnicismo, dato che ogni dettaglio economico si riferisce immediatamente al modo di concepire il nostro essere sociale. L’unificazione monetaria tedesca viene solitamente presentata come un gesto di “generosità” della Germania dell’Ovest nei confronti della Germania dell’Est, verso i fratelli più sfortunati in bancarotta.

L’idea che la Germania Est fosse uno Stato in bancarotta è stucchevole. Nel 1993, fu chiamato a testimoniare davanti a una commissione parlamentare l’allora presidente della Bundesbank Karl Otto Pöhl (intuitivamente, per il suo ruolo, ben poco incline a simpatie filo-comuniste), il quale riferì che l’indebitamento della RDT era “relativamente esiguo”. Inoltre, ciò che più conta, non è il livello assoluto di indebitamento, ma la capacità di ripagare i debiti in scadenza e la RDT non soffriva affatto di morosità.

Arriviamo ora ad analizzare il trattato di riforma monetaria, ratificato, come si è detto, il primo luglio 1990. Nel 1988, il tasso di cambio tra marco-ovest e marco-Est era di 1 a 4,44; vale a dire che un marco dell’ovest corrispondeva a 4,4 marchi dell’Est. Nella riforma monetaria del ‘90, il tasso di conversione fu di 1 a 1: ciò causò un aumento dei prezzi delle merci prodotte nella RDT del 350 per cento!

Le conseguenze facilmente prevedibili erano che le imprese della RDT furono esposte improvvisamente alla concorrenza internazionale, rispetto alla quale non erano preparate, la domanda interna dell’Est della Germania si rivolse massivamente verso i prodotti dell’Ovest con il crollo della richiesta dei beni locali, le banche alzarono i tassi di interesse per impedire la fuga dei capitali.

Ebbene, le conseguenze economiche e sociali di questa unificazione monetaria furono drammatiche. Per i cittadini dell’Est il costo della vita crebbe del 26,5 per cento, nel 1992 aumentò del 66,2. In dieci anni, i prezzi dell’Est aumentarono del 70,2 per cento contro un aumento del 27,7 per cento dell’Ovest.

A causa dell’apprezzamento della valuta dell’Est, le imprese della RDT persero, contemporaneamente, il mercato della RFT e dei Paesi occidentali, i mercati dell’Est (i quali ora dovevano confrontarsi con una valuta apprezzata) e gran parte del mercato interno, invaso dopo il 1989 dai prodotti dell’Ovest. Come in seguito ebbe a dire Modrow:

“L’unione monetaria spezzò il collo all’economia della RDT”.

Riporto di seguito solo alcuni dati economici, che nel libro di Giacché sono molto più ampi e dettagliati. In due anni, dal 1989 al 1991, il prodotto interno lordo segna un -44%, la produzione industriale segna addirittura -67%. La crescita media annua della ex RDT dal 1990 al 2004 è stata inferiore a 1 punto percentuale annuo. Il tasso di cambio 1 a 1 praticamente soppresse l’export della Germania Est e la quota delle esportazioni provenienti dalla Germania Est fu conquistata dall’Ovest.

E ancora: un rapido processo di deindustrializzazione, tale che in pochi anni la produzione industriale raggiunse un -80% rispetto al 1989, poi un aumento massiccio della disoccupazione. Scorrendo le pagine del libro, tra i dati riportati da Vladimiro Giacché uno in particolare si rileva inaspettato per il lettore: mi riferisco ai numeri relativi all’emigrazione degli abitanti dei Länder dell’Est in seguito all’unificazione. Riporto le parole dell’autore:

“Tra il 1989 e il 1991 il saldo complessivo (ossia tenendo conto delle persone trasferitesi dall’Ovest all’Est) fu negativo di 911.843 persone per i territori della ex Germania Est. Se si prolunga la serie sino al 2006, questa cifra cresce sino a raggiungere la cifra impressionante di 1 milione e 740 mila persone. […] Se invece non si tenesse conto di chi è immigrato dall’Ovest, l’emorragia sarebbe di 4,1 milioni di persone. Il doppio di coloro che erano immigrati nei 10 anni precedenti la costruzione del muro, nel 1961.”

Kohl cercò di giustificare l’unificazione monetaria e politica proprio per bloccare l’emigrazione da Est a Ovest, ma fu smentito dai fatti.

Per quanto riguarda le conseguenze economiche dell’unificazione per l’Ovest, Giacché utilizza un’espressione di David Harvey: accumulazione tramite espropriazione, nella crisi cioè le imprese e i capitalisti dell’Ovest ebbero l’occasione per acquisti su vasta scala di assets svalorizzati.

Il compito di privatizzare le imprese e tutte le proprietà pubbliche della RDT fu affidata all’istituto della Treuhandanstalt. La sua mancanza di trasparenza nelle operazioni di liquidazione e le accuse di corruzione rivolte ad alcuni suoi funzionari diedero vita ad una commissione parlamentare di inchiesta voluta fortemente dalla Spd. Il boicottaggio da parte delle forze governative e la secretazione di un’enorme quantità di atti insabbiarono il lavoro della commissione.

Che la storia sia “magistra vitae” è solo un pensiero prêt-à-porter, comodo per chi è poco disposto a confrontarsi con la lordura dei processi storici, esito di smottamenti e conflitti, piuttosto che mossi dall’idea di “progresso” (che è un gioco linguistico dei vincitori).

Altrimenti non si spiega perché nella creazione di un’area valutaria comune europea si siano prodotte forzature e vincoli che hanno portato ad una caduta del prodotto interno lordo, elevata disoccupazione, deficit della bilancia commerciale, crescita del debito pubblico ed emigrazione in diversi Paesi dell’Eurozona, nonostante l’ex presidente della Bundesbank Pöhl durante un’audizione al Parlamento europeo giudicasse “un disastro” l’unione monetaria tedesca, mettendo in guardia l’Europa dal ripetere un simile errore.

Non si spiega altrimenti perché il modello fallimentare della Truehand sarebbe stato poi applicato alla Grecia, portando Juncker ad esclamare:

“Saluterei con piacere il fatto che i nostri amici greci fondassero un’agenzia per le privatizzazioni secondo il modello della Truehandanstalt tedesca”.

Non si spiega altrimenti perché negli stati del Sud Europa, i cosiddetti PIIGS, si utilizzi un dispositivo di colpevolizzazione allo stesso modo di quelli adottato dai funzionari della Germania Ovest davanti ai risultati economici disastrosi della Germania Est post-unificazione, perché non educati alla disciplina dell’Ovest. Länder dell’Est che ora sono abbandonati all’abbraccio mortale dell’estrema destra dell’AFD.

Si tratta dunque di analizzare il presente senza cedere alla retorica dei sacrifici per “salvare le generazioni future”, in attesa di un avvenire redento. Piuttosto occorre confrontarsi con le macerie della storia, conservando il ricordo delle vittime, ricomporre l’inespresso. Nelle sue Tesi di filosofia della storia, Benjamin commenta un quadro di Klee, L’Angelus Novus: un angelo con le ali spiegate, che volge però il volto e lo sguardo indietro. Così il filosofo commenta il dipinto:

“Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

Ho conseguito la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università di Roma Tre, discutendo una tesi sull'evoluzione storica del capitalismo. Sono attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in scienze economiche presso la stessa Università. Credo molto nel sapere come strumento di emancipazione personale e sociale. Credo molto poco nel sapere che si compiace di se stesso.

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