Inflazione, pestilenze, locuste e altre sciagure

consiglio europeo

Ancora una volta, come già anticipato dalle previsioni dell’FMI, la crisi economica è alle porte. Questa volta la causa non è, evidentemente, la deregolamentazione dei mercati finanziari (supportata dalla barzelletta del mercato che si autoregola) – come nel 2008 – ma le conseguenze non saranno poi molto diverse e potrebbero essere perfino peggiori di quelle dell’ultima crisi, almeno a giudicare dalle ipotetiche, fragili soluzioni che l’Unione Europea intenderebbe porre in essere.

Una caratteristica comune alla maggioranza delle suddette soluzioni è la logica di azione che prevede la mera movimentazione di risorse precedentemente accantonate, pur di non ricorrere all’emissione di nuova moneta. Sorgono quindi spontanee alcune domande: per quale ragione è stato costituito un sistema di regole che rende incapace l’Eurozona di reagire prontamente alle crisi?

Per quale motivo gli Stati dell’Europa centrale e i loro leader non comprendono che le suddette regole, che oggi risultano pesantemente nocive per i Paesi dell’Europa meridionale, presto o tardi arriveranno – come in parte sta già accadendo – a colpire duramente anche loro

E infine: perché la BCE non può comportarsi come le banche centrali del resto del mondo, come ad esempio la Bank of England che in questa fase delicata sta acquistando direttamente ed illimitatamente i buoni del tesoro britannici?

Probabilmente la risposta è in parte da ricercarsi nella matrice ideologica dei Paesi del centro Europa ed in particolare delle élite di questi ultimi le quali, oltre ad essere pervase da un’intrinseca impostazione calvinista che, come scriveva Max Weber, li porta a ritenere che il successo derivi da una predestinazione favorevole, hanno altresì un’antica, profonda ed irrazionale fobia dell’inflazione.

Lasciando tuttavia agli storici ed ai sociologi l’indagine sulle ataviche ragioni della suddetta fobia (auspicabilmente coadiuvati da un un pool di bravi psichiatri) ci si concentra in questa sede sulla presunta correlazione diretta che dovrebbe esistere tra l’espansione dell’offerta di moneta e l’aumento dell’inflazione, come peraltro previsto dalla teoria economica neoclassica. Il nodo infatti, secondo alcuni, sembra essere proprio questo: non si può immettere moneta a volontà nel sistema economico, neanche in una fase di forte necessità, poiché poi si dovrebbe fare i conti con fenomeni inflattivi fuori controllo.

Molti sono coloro che, evidentemente affetti dalla contagiosa fobia di cui sopra, non appena si menziona l’espansione monetaria cominciano a citare nell’ordine, spesso in maniera scomposta e con picchi di angosciosa isteria: la Repubblica di Weimar, l’Argentina, lo Zimbabwe e così via, ignorando tuttavia con lucida accuratezza il contesto storico e le caratteristiche socio-economiche di quelle realtà e denotando, nel migliore dei casi, commiserevole superficialità e, nel peggiore, profonda malafede ed evidente volontà di “avvelenare i pozzi”.

Dunque nel tentativo di fare un po’ di ordine su questo tema, vale la pena rispolverare un po’ di teoria economica keynesiana, per la gioia degli amici liberisti e seguaci di Von Hayek e Friedman.

John Maynard Keynes spiegava già nel 1936, nella sua “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, che l’aumento dell’inflazione non è strettamente correlato con l’incremento dell’offerta di moneta ma dipende invece dalla crescita della domanda aggregata rispetto all’offerta aggregata

Partendo da tale impostazione (e lasciando fuori dal discorso la cosiddetta inflazione da costi che si concretizza quando cresce il costo delle materie prime ed altri fattori produttivi, come nel caso delle crisi energetiche degli anni ’70 e ’80) appare chiaro che la moneta abbia un ruolo nella crescita dell’inflazione soltanto qualora riesca ad influenzare la domanda aggregata.

Perché ciò si verifichi è tuttavia necessario che vengano soddisfatte alcune condizioni:

a) La moneta di nuova emissione deve giungere nelle disponibilità dei consumatori. A titolo esemplificativo si consideri il caso dell’Eurozona per comprendere come questa prima condizione sia tutt’altro che scontata. Dal 2015 al 2019, mediante il QE di Mario Draghi, la BCE ha “stampato” nuova moneta per quasi 2700 miliardi di Euro, raggiungendo picchi di 80 miliardi al mese nel 2016. Le banche centrali tuttavia per porre in essere le proprie politiche monetarie devono servirsi del settore bancario che, sebbene possa essere influenzato nelle proprie scelte dalle banche centrali stesse, ha un’ampia discrezionalità nel gestire le risorse di cui dispone. Per questo motivo gran parte di quella moneta di nuova emissione è rimasta nelle disponibilità delle banche che l’hanno prevalentemente investita sui mercati finanziari più che immetterla nella cosiddetta economia reale.

b) La moneta deve essere utilizzata per domandare beni e servizi. Nella teoria quantitativa della moneta di Irving Fisher si prevede che la moneta venga domandata dal pubblico per soli scopi transazionali (cioè per acquistare beni e servizi). Keynes critica tale impostazione asserendo che possa essere domandata anche per scopi precauzionali e speculativi. Interessante è il caso della domanda di moneta per scopi precauzionali, che si ha in particolar modo quando il pubblico abbia delle aspettative negative per il futuro (come nel caso in cui preveda l’avvio di una crisi economica) e per cautelarsi comincia ad accumulare liquidità, anziché spenderla, al fine di far fronte a spese future (dando luogo alla cosiddetta trappola della liquidità, che peraltro può essere superata solo da adeguate politiche fiscali espansive). In tal caso, almeno nel breve periodo, non ci sarà inflazione in quanto non ci sarà un aumento della domanda aggregata.

c) L’offerta aggregata non deve essere in grado di adeguarsi alla domanda. Come già anticipato, i fenomeni inflativi si generano (escludendo il suddetto caso dell’inflazione da costi) qualora la domanda aggregata cresca in maniera più che proporzionale rispetto all’offerta aggregata. Questo normalmente accade se e quando quest’ultima non sia in grado di espandersi a sufficienza per adeguarsi all’aumento della domanda e conseguentemente, di fronte ad una maggiore domanda di beni e servizi che non può essere soddisfatta, i produttori non potranno fare altro che aumentare i prezzi. La condizione in cui non è possibile espandere ulteriormente la produzione di beni e servizi, avviene a sua volta quando si è in condizioni di piena occupazione e/o di massimo utilizzo dei fattori a fecondità ripetuta e/o delle materie prime disponibili. È piuttosto evidente che la realtà attuale sia ben lontana dal suddetto caso limite.

Alla luce di quanto detto rimane da chiedersi: l’Unione Europea e più in particolare l’Eurozona sono riformabili? La risposta sembra essere negativa, date le componenti fortemente ideologiche e spesso irrazionali del dibattito. E ancora: le suddette entità, rimanendo uguali a se stesse, sono sostenibili per gli Stati che ne fanno parte? E per quanto ancora?

Giorgio Manca
Informazioni su Giorgio Manca 1 Articolo
Giorgio Manca ha conseguito la laurea magistrale in economia presso l'Università Degli Studi “G. D'Annunzio” di Pescara. Si è occupato di analisi dei dati presso Diskover S.r.l. e di produzioni musicali. Ha contestualmente approfondito la materia economica attraverso lo studio dei classici dell'economia, focalizzando in particolar modo l'attenzione sulle opere di J.M. Keynes.

Commenta per primo

Commenta