La “vita folle” del capitalismo in Koyaanisqatsi

La trilogia cinematografica del regista Godfrey Reggio prende il suo nome dalla lingua Hopi, una tribù di indiani d’America che vive nei confini sud-occidentali degli Stati Uniti. In Hopi “qatsi” significa “vita”. Ma il significato del titolo del primo film, Koyaanisqatsi (del 1982), ce lo consegna lo stesso regista alla fine della pellicola: 

Koyaanisqatsi significa “vita folle”, “vita in agitazione”, “vita squilibrata”, “vita in disintegrazione”, “un’esistenza che chiede un altro stile di vita”. 

Il film si apre trasportando lo spettatore attraverso splendidi paesaggi desolati: montagne, deserti, caverne. Il gioco di luci è impressionante e suggestivo: le immagini del mare e delle nuvole vogliono forse, nell’intenzione di Reggio, trasmettere la potenza naturale di un ambiente privo di vita umana. 

Ma la sequenza accelera velocemente, e grazie allo straordinario accompagnamento musicale di Phillip Glass, il regista contrappone alla quiete naturale la vita frenetica delle moderne società industriali: centrali elettriche costruite con meticolosa simmetria, scavatrici che stravolgono i territori, centri commerciali sovraffollati, autostrade sinuose che disegnano i confini di città affette dall’eterno scorrere del fiume di automobili e camion.

E poi le fabbriche, il disumano riprodursi di movimenti che scandiscono l’intero processo produttivo e che rischia di trasformare i lavoratori in macchine targate in serie. L’immensa civiltà costruita dagli uomini, che sembra la grande conquista moderna con le sue industrie, il benessere, il consumo, è ciò che Reggio vuole farci vedere, ma sottolineando i suoi aspetti più alienanti. 

Si tratta di una sorta di “gabbia d’acciaio”, come l’aveva definita Weber, il quale vedeva nel capitalismo un destino inevitabile, campione di un razionalismo che avrebbe disincantato il mondo. Weber, come si sa, individuò nello spirito protestante l’origine del capitalismo, spiegando come l’accumulazione, che è l’attitudine del sistema capitalistico, in origine fosse un mezzo per ottenere un fine religioso: la salvezza ultraterrena. Sarà poi lo stesso Weber a notare come, in seguito, l’accumulazione si trasformerà in un fine che basta a sé stesso. L’aspetto irrazionale della società capitalistica, cioè il suo bisogno illimitato di crescita a scapito di territori, comunità, individui è la dimostrazione che, nella storia del nostro sistema, le leggi economiche hanno infine trionfato sulle leggi morali e religiose. 

La pellicola di Reggio ci parla di tutto questo tramite immagini e suoni, a tal punto da aver spinto Roger Ebert a sottolineare come il messaggio finale del film sia, a suo giudizio, “che la natura è magnifica, ma che la civiltà americana è un saccheggiatore marcio che sta creando una vita folle”. Roger Ebert esprime un parere critico nei confronti della pellicola, giudicando semplicistico il messaggio del film. Come se già non sapessimo che il Grand Canyon sia più bello di Manhattan, dice. Ma accontentarsi di saperlo, di sapere che la natura produce meraviglie molto più grandi e meno contraddittorie delle società umane, non basta. Sempre una profezia Hopi, anche questa condivisa da Reggio alla fine del film, dice:

“Se scaviamo oggetti preziosi dalla terra, prepareremo il disastro”. Durante il film, la colonna sonora di Philip Glass canta queste parole. Ed in questo senso l’antica saggezza dei nativi americani non sembra allontanarsi dal monito che oggi lanciano gli scienziati di tutto il mondo contro l’industria dei combustibili fossili. 

Accontentarci di sapere che le cose stanno così non basta, serve l’azione. È necessario oltre che giusto pensare e agire per porre le basi di una nuova società che abbia come proprio fine non l’accumulazione fine a sé stessa, la crescita illimitata, bensì il benessere collettivo, non solo degli uomini ma anche dell’ambiente naturale in cui le comunità umane possano prosperare. 

Insomma, oltre ad una splendida fotografia, ad una composizione di immagini notevole e ad una suggestiva colonna sonora, Koyaanisqatsi offre una prospettiva critica sulla nostra società. Un fatto che assume un certo valore in un momento storico che ne ha un disperato bisogno. 

Studente di filosofia all'Università di Catania, nasco ad Agrigento, città di Empedocle e Pirandello. Da buon appassionato di Hegel e Marx, rimango un sincero rompiscatole per tutti i fedeli del pensiero unico filosofico, economico, politico.

Commenta per primo

Commenta