La “società anfetaminica”: terreno fertile di depressione e ansia

Dovremmo forse parlare di nevrosi economica più che di malattia della mancanza. La depressione non è più una malattia, in primis perché essa è frutto di un trauma e non di una qualche anomalia. I traumi sono i prodotti della “liberazione”: l’incertezza economica, la performatività ed il costante dover soddisfare determinate aspettative. La depressione è il crollo davanti alla violenza sociale, cui si risponde con la narcotizzazione degli SSRI.

Essi si basano sul concetto che bisogna raggiungere una qualità di vita accettabile, anche al costo di una medicalizzazione che duri tutta la vita. Il Depresso non è il Soggetto dell’Anormalità, ma colui che deve integrare la malattia nella propria Storia e la psicoterapia non è una cura, ma una pedagogia del management del Sé. I Pazienti diventano quindi prigionieri del proprio presente […] È questa la Società del Prozac

Era il 1998 quando Alan Ehrenberg scriveva queste parole nel celebre saggio “La fatica di essere sé stessi: depressione e società”. In esso, sulla falsariga della tradizione antipsichiatrica, i disturbi psichiatrici non vengono letti come una mera disfunzionalità dell’individuo, quanto come il risultato di determinate pressioni sociali e logiche di potere. La letteratura psicologica mainstream tende a focalizzare la  propria azione sulla correzione di comportamenti e sulla gestione del problema, come se questo fosse la diretta conseguenza di un determinato modo di agire, dando sempre meno peso a fattori ambientali, considerati come meri parametri di rischio.

Tale concezione del disturbo non fa che alimentare processi di soggettivazione (processo attraverso cui il soggetto si definisce in un determinato modo a partire dai rapporti di potere) e assoggettamento (processo attraverso cui il soggetto viene definito e incasellato dai rapporti di potere come un determinato soggetto) che dividono il Normale dall’Anormale.

Eppure sarebbe utile forse immaginare una sorta di “Genealogia del disturbo”, al fine di comprendere a quali logiche generative risponda.
Dalla Tragedia Greca a Freud, i concetti di Follia e Isteria sono stati diversamente interpretati nella storia umana: il divino, il demoniaco, l’ipersessualizzato sono le  figure antropologiche che hanno costituito il limite, l’Alter Ego del Soggetto titolato ad essere la base del modello sociale in cui era calato. Diverse interpretazioni, diversi soggetti ma anche diversi disturbi hanno scandagliato i modelli produttivi che hanno caratterizzato la nostra Storia.

Nel film “La Classe Operaia va in Paradiso”, ove viene illustrato il lato oscuro del modello fordista-keynesiano, il protagonista entra in contatto con la “soggettività nevrotica” quando il protagonista si reca in manicomio, “non gestito poi così diversamente da una fabbrica.

Qui incontra un ex collega, la cui follia altro non è che il prodotto del fordismo: l’alienazione della  propria forza-lavoro ridotta a meccanismo di un ingranaggio di cui non si riesce a vedere la fine, per 8 ore al giorno, per circa 40 anni sempre uguali, ripetitivi e soffocanti. Sarà forse un caso che l’abuso di oppiacei e alcolici, la cui funzione era l’alienazione dalla ripetizione costante, ha caratterizzato un problema profondo della società operaia?

In base ai dati dell’indagine Istat sull’ospedalizzazione per disturbi psichici, i trattamenti sanitari obbligatori (TSO) hanno mostrato un trend in leggera crescita negli anni 2005-2008, passando dal 4,16% del 2005 al 4,55% del 2008 sul totale delle dimissioni dei pazienti affetti da disturbi psichici. La classe d’età più rappresentata è quella 25-44 anni, per entrambi i generi. Uno sguardo europeo ci dice che qualcosa è cambiato: l’OMS ha dichiarato che i disturbi psichici sono la più grande sfida sanitaria del Vecchio Continente e che oggi i disturbi più diffusi sarebbero Depressione (44,3 milioni di cittadini europei) e Disturbo Generalizzato d’Ansia (37,3 milioni).

Cosa dicono questi dati? Proviamo a evidenziare qualche punto.

  • Sembra emergere un rapporto fra l’incremento dei casi e l’insorgere della crisi economica
  • La classe di età più colpita è quella fra 25 e 44 anni, che si trova al di fuori dei percorsi formativi e in età lavorativa vive il processo di precarizzazione del lavoro post-fordista.
  • I disturbi correlati sono sostanzialmente diversi: il depresso e l’ansioso non sono alienati dalla società, ma sono il prodotto non riuscito di quella che Federico Chicchi e Anna Simoni definiscono “La Società della Prestazione”.

Il neoliberismo ha risposto alle rivendicazioni antiautoritarie e antigerarchiche degli anni ’60-’70 promettendo flessibilità e autonomia, come cavalli di Troia per rendere accettabile la distruzione delle tutele sociali del welfare state. Ha puntato su una trasformazione percettiva del Sé ora non più lavoratore (Der Arbeiter, etimologicamente nell’alto tedesco “colui che agisce in schiavitù”) ma imprenditore di Sé (Das untermische Selbst, il Sé che agisce con fare imprenditoriale), come sottolinea Ulrich Broeckling.

L’imprenditore di Sé dispone del suo corpo e della sua mente come “capitali” da allocare liberamente sul mercato ove diventa “risorsa umana” da massimizzare attraverso la formazione. Come imprenditore assume il rischio del proprio fallimento come possibilità e quindi colpa di un errore di valutazione personale che quindi non deve essere compensato dallo Stato, ora attivatore di processi di occupabilità. Veniamo costantemente bombardati da logiche prestazionali e ipercompetitive fin da scuola: l’automiglioramento, il management del Sé, l’iper-responsabilizzazione etc.

In questo contesto l’ansioso ed il depresso sono lo Yin e lo Yang del post-fordismo, le complementari disfunzionalità di un modello insostenibile: il primo è colui che perde la capacità di aspirare alla serenità fuori dalla prestazionalità, il secondo è colui che avendo sussunto il rischio, crolla davanti ai ritmi incessanti, facendone una colpa propria. Tali disturbi e tali soggettività spesso coesistono alimentandosi a vicenda.

È un caso che il consumo di stimolanti quali anfetamine e cocaina sia in costante aumento presso le giovani generazioni? Ciò che si cerca in questo modo non è la propria alienazione ma la performatività, la possibilità di poter rispondere agli stimoli oltre i limiti biologici. 

Depressione e ansia non sono le malattie del nostro tempo perché “i giovani di oggi sono deboli”, come si sente spesso dire, ma perché la nostra è una generazione frammentata, che vive nell’incertezza del proprio presente e del futuro prossimo, costantemente esposta al rischio del fallimento, al costante inseguimento di una stabilità inafferrabile, dissociata fra la promessa di autonomia ed il bisogno di sicurezza.

Questo piccolo contributo non si propone di spiegare alcuna episteme dei disturbi psicologici post-moderni, quanto di riconnetterli al contesto in cui si manifestano: per parafrasare Ehrenberg (che nel suo saggio descrive la Società degli Antidepressivi), definirei questo contesto la Società Anfetaminica, quella in cui chi si ferma ha già perso.

Davide Curcuruto
Informazioni su Davide Curcuruto 1 Articolo
Classe 1996, Siciliano ma emigrato come tanti. Laureato in Scienze Politiche con una tesi sugli effetti sociali del Workfare in Germania, oggi laureando in Sociologia e Ricerca Sociale fra Bologna e Berlino, mi occupo di studi intersezionali con focus nelle diseguaglianze di genere, economiche, subregionali e le loro relazioni.

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