La vecchia economia funzionava solo per pochi. Tenercela sarebbe una sconfitta

Lo shock causato dalla pandemia ha avuto una conseguenza immediata, il regime di distanziamento sociale, e una indotta, la crisi economica. A soffrirne di più sono state, in entrambi i casi, le fasce più svantaggiate della popolazione. Se è già stato ampiamente notato, a titolo esemplificativo, che la quarantena è più dolce in una villa che in un monolocale, ci sentiamo di dover aggiungere la grande incertezza che aleggia tra i titolari di piccole attività commerciali, i lavoratori a basso salario e i disoccupati, i primi su cui storicamente si scaricano gli effetti delle recessioni.

Non sono mancate le manifestazioni di dissenso, nei confronti della gestione politica del virus e più in generale verso un sistema economico che divide le risorse iniquamente nella prosperità quanto nella crisi. Tuttavia, l’incapacità da parte di tali movimenti di trasformarsi in un cambiamento reale fa sì che l’ardore e la speranza lascino presto spazio alla disillusione. Poiché, come si è detto, il problema risiede nella struttura economica piuttosto che nelle istituzioni, queste ultime sempre più a corto di strumenti di intervento, è anche difficile capire da chi pretendere un miglioramento delle proprie condizioni. Si ritorna così alla vecchia storia secondo cui il nostro sistema economico, seppur pessimo, resta sempre il migliore tra quelli possibili, se neanche stavolta si è riusciti a cambiarlo.

Che ci saranno dei cambiamenti importanti, comunque, è facilmente intuibile da alcuni spunti che ci ha lasciato il periodo di quarantena. Su quanto aspettarci, ci sono una serie di considerazioni da fare.

Prima questione, il lavoro. Dal punto di vista delle imprese, la crisi ha portato con sé un enorme problema fondamentale: se non posso produrre, perché accollarmi il costo di una forza lavoro inutile? La tendenza del mercato lavorativo a richiedere manodopera sempre più flessibile (anche detta lavoro precario) è già realtà da diversi anni, ma la violenza con cui il lockdown ha colpito la produzione potrebbe rappresentare un punto di svolta definitivo. Che la stragrande maggioranza dei mestieri manuali sia completamente automatizzabile è cosa ormai nota, ciò che finora ha impedito la sostituzione dell’uomo con la macchina è l’enorme costo di conversione da sopportare. Costo che però, alla luce di un crollo atteso della produzione industriale del 10%, sembra improvvisamente avere molto più senso rispetto a pochi mesi fa. Le macchine non prendono il coronavirus, non hanno le ferie, non scioperano, e comunque se qualcosa non va basta spegnerle, o riprogrammarle.

Questa constatazione ha una conseguenza immediata: siccome una volta sopportati questi costi fissi si ottiene un vantaggio abissale rispetto ai concorrenti, e visto che tali costi saranno sopportabili solo da poche imprese di dimensioni particolarmente grandi, c’è il serio rischio, per le piccole e medie imprese operanti nei settori coinvolti dall’automazione, di sparire dal mercato. (si veda Autor, 2010, The polarization of Job Opportunities in the US Labor Market: implications for Employment and Earnings).

Cosa ne sarà, in questo scenario, della conseguente nuova massa di disoccupati? Basta che si specializzino e tornerano a lavorare, dice la teoria economica. Ciò è senz’altro possibile per qualche individuo isolato, ma è ragionevole nutrire qualche dubbio sulla validità a livello aggregato. Sappiamo che il sistema produttivo di un Paese si adatta rapidamente ai cambiamenti tecnologici, ma non abbiamo alcuna certezza che tale adattamento debba coinvolgere l’intera forza lavoro preesistente. Può essere, semplicemente, che tra qualche anno molti di noi saranno inutili.

D’altra parte, una soluzione alternativa sarebbe l’erogazione di un sussidio di disoccupazione permanente, un vero e proprio reddito di cittadinanza, ma chi dovrebbe esserne il distributore? Lo stato non è in grado di sopportare spese tanto ingenti, né ha la forza di imporre un regime di tassazione più gravoso alle imprese per finanziarsi, dal momento che rischierebbe di vederle sparire in un batter d’occhio verso lidi fiscalmente più accoglienti.

Questa situazione di impotenza dello stato potrebbe non limitarsi a quanto appena detto. I cambiamenti e le misure di cui si sta discutendo per uscire dalla crisi, infatti, hanno prevalentemente, se non esclusivamente, carattere economico, e come tali vengono discusse da istituzioni economiche (banche centrali) ed attori privati del mercato (grandi imprese). Gli stati nazionali, e soprattutto i cittadini elettori, ne prendono semplicemente atto, si regolano di conseguenza senza avere mai effettivamente troppa voce in capitolo.

In ossequio alla dottrina neoliberista, se ci sono problemi, innanzitutto va rimesso in moto il normale funzionamento del libero mercato, poi si può pensare ad altro. Questo approccio un po’ dogmatico è ormai dato per scontato, al punto che la discussione sulla possibilità che sia sbagliato è ridotta ad esercizio intellettuale per gli accademici. Immediata conseguenza: se l’obiettivo non è attuare politiche sociali mirate ma assicurare il funzionamento del mercato e lasciare che questi faccia il resto, non è di politici che abbiamo bisogno, ma di economisti. Già che ci siamo tenuti questo sistema economico, insomma, facciamolo amministrare da chi lo conosce.

La vicenda che meglio incarna il contrasto tra democrazia ed economia è stato il dibattito intorno al Meccanismo Europeo di Stabilità, ed in particolare alle condizionalità annesse (per cui si rimanda a questo articolo di Rethinking Economics Italia).

Cosa dobbiamo aspettarci, allora, da queste istituzioni economiche? Probabilmente niente di diverso da quanto successo finora. Il loro obiettivo fondamentale è fornire liquidità agli attori del mercato nei tempi e nei modi in cui questo la richiede, indipendentemente dall’utilizzo che ne viene fatto. L’importante è che ci sia sempre denaro a sufficienza, se non in abbondanza.

Ciò ha permesso a numerose imprese di utilizzare ingenti finanziamenti per accrescere fittiziamente il valore delle proprie azioni (il famoso “buy-back” americano) o per distribuire dividendi, piuttosto che assumere nuovi lavoratori, schiodarne i salari dal minimo sindacale o investire in ricerca. È normale che le imprese prediligano gli interessi degli investitori a quelli della collettività, mentre sarebbe compito di attori come le banche centrali o il Fondo Monetario Internazionale quello di supportare anche il pubblico, oltre al privato. Le occasioni per questi ultimi di mettere in discussione i propri meccanismi ci sono stati: il fatto che poco e nulla sia cambiato negli anni può essere dovuto a molte ragioni che ignoriamo, ma sicuramente non lascia presagire alcuna inversione di rotta.

Anche sul fronte ambientale, forse la più grande battaglia collettiva dei giovani di tutto il mondo in tempi recenti, le prospettive non sono esattamente rosee. In un recente articolo di Alessandro Faini, Lorenzo Scalzitti e Luca Poggi di Rethinking Economics (tradotto in italiano per il blog del Sole 24 Ore) viene evidenziata la ricorrenza sistematica dei picchi di inquinamento nei periodi immediatamente successivi alle crisi economiche. Bisogna tornare a produrre e recuperare quanto perso, e quanto più il calo della produzione è stato ampio, tanto più ripida sarà la risalita delle emissioni. Il fatto che l’attuale crisi abbia portato con sé un crollo dell’offerta senza precedenti storici lascia poco spazio alla speranza.

Prima dello scoppio della crisi erano già molte le difficoltà che la popolazione mondiale, o almeno la sua maggior parte, si trovava ad affrontare. La crisi ha aggravato ed ampliato molte di queste difficoltà ed ha aggiunto ulteriore incertezza sul futuro. Va notato che in un primo momento il virus ci ha dato, forse, un po’ di speranza nel cambiamento, nel fatto che si potessero mettere in discussione quei meccanismi che generano costantemente povertà e disuguaglianze. L’isteria con cui si sta rapidamente cercando di “tornare alla normalità” ci fa presagire un futuro avaro di miglioramenti.

C’è dunque il rischio che il perpetuarsi di questa normalità continui ancora a lungo a rappresentare un ostacolo alla realizzazione di obiettivi di uguaglianza e giustizia in qualunque società moderna.

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