L’ombra delle sanzioni in Bielorussia

Bielorussia
Crediti: Natallia Rak

La Ue non riconosce la vittoria di Alexandr Lukashenko alle elezioni presidenziali avvenute il 9 agosto in Bielorussia. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che il voto non è stato né libero né rispettoso degli standard democratici internazionali, annunciando inoltre che verrà stilata a breve una lista delle persone ritenute responsabili delle violenze e dei brogli al fine di sanzionarle.

L’esortazione ad adottare misure sanzionatorie mirate è stata ripresa martedì da Josep Borrell, competente per gli affari esteri dell’Unione:

Stiamo pensando di adottare sanzioni per un numero considerevole di responsabili della violenza, della repressione e della falsificazione dei risultati elettorali. I provvedimenti sono, in questo momento, all’esame dei gruppo di lavoro del Consiglio in vista della loro adozione il più presto possibile. “Il più presto possibile” – che cosa significa? Dovrebbero essere adottati prima del Consiglio europeo se vogliamo mantenere la credibilità europea. Stiamo cercando di applicare un approccio graduale e, se la situazione dovesse peggiorare ulteriormente, saranno previste ulteriori sanzioni.

(per l’intero intervento: https://audiovisual.ec.europa.eu/en/video/I-194060)

La linea dura è stata accolta (forse) anche da Trump, che venerdì ha dichiarato di voler seguire le vicende di Minsk “da molto vicino”.

Tuttavia, alcuni osservatori ritengono che l’atteggiamento dell’Occidente sia inappropriato, se non addirittura rischioso, perché dovrebbe tenere conto delle possibili gravi conseguenze geopolitiche di penalizzare un Paese vicino (in tutti i sensi) alla Russia.

Le sanzioni che ha in mente l’Europa mirano a difendere i diritti umani in Bielorussia senza danneggiare la popolazione: solo le persone inserite nella “lista” (Lukashenko -probabilmente- compreso) verrebbero colpite da provvedimenti come il “congelamento del patrimonio”, già suggerito ad agosto da David Sassoli.

Ma c’è chi non si accontenta e fa notare come qualsiasi azione che aspiri ad essere efficace in Bielorussia abbia un passaggio obbligato per Mosca.

In particolare, viene indicata la possibilità di fermare il Nord Stream 2, gasdotto che attraversando il Baltico collegherà la Russia alla Germania.

Il danno strategico per il potente alleato di Lukashenko sarebbe enorme e rappresenterebbe, inoltre, la dura risposta dell’Europa all’avvelenamento di Navalny: la minaccia, infatti, è stata già utilizzata dal governo tedesco seppur con qualche titubanza, visto che il vantaggio di avere ingenti quantità di gas ad un prezzo inferiore a quello delle altre linee di approvigionamento è innegabile.

Il Cremlino si è dimostrato cauto nel valutare la crisi bielorussa: se da un lato ha assicurato, soprattutto agli interlocutori europei. che per ora non è previsto un intervento militare russo a favore di Lukashenko nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, dall’altro ha condannato l’interferenza “destabilizzante” delle potenze straniere in quello che definisce in maniera opaca come “un affare interno” alla Bielorussia.

A tal proposito, la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharovaha ha affermato che “ci sono chiari tentativi di interferenza esterna negli affari di uno Stato sovrano al fine di dividere la società e destabilizzare la situazione”, per poi aggiungere che qualsiasi tentativo occidentale di dividere la Russia dalla “fraterna” Bielorussia è destinato al fallimento, tanto più se per arrivare allo scopo si percorre la strada delle accuse nei confronti di Putin di essere interessato a far entrare la Russia-Bianca definitivamente nella sua orbita.

Se poi si vuole fare un rapido giro sul sito della più grande agenzia di stampa bielorussa, la BelTA (Belarusian Telegraph Agency), salta subito all’occhio come la “fratellanza” si traduca concretamente in esercitazioni militari congiunte, importanti impegni commerciali e, non ultima, nell’intenzione recentemente dichiarata dal presidente Lukashenko di costruire una difesa comune con la Russia e di chiudere le frontiere con Lituania e Polonia, nonchè “rinforzare” quelle con l’Ucraina.

Le ragioni per cui la Russia potrebbe non restare indifferente a un intervento sfavorevole alla Bielorussia sono fondamentalmente di tre tipi: politiche, strategiche e storiche.

In primo luogo, il Cremlino sarebbe innegabilmente preoccupato per l’eventuale successore del presidente rieletto, visto che per ora l’ordine è stato mantenuto con il controllo dei media e con la repressione dell’opposizione.

Inoltre, come afferma un articolo recentemente comparso sull’American conservative, la Bielorussia funge da “cuscinetto” tra Putin e la Nato di cui Polonia, Lettonia e Lituania fanno parte, la stessa Lituania sul cui confine occidentale si sono condotte utlimamente le esercitazioni militari dell’Alleanza Atlantica.

Infine, va fatto un doveroso cenno alla storia recente: risale al 1999 il trattato sulla creazione di un’unione tra Russia e Russia-Bianca, che di fatto è rimasto solo simbolico ma che potrebbe assumere concretezza se Lukashenko, per difendersi dalla Nato, accettasse l’aiuto e le decisioni di Putin.

In questa lettura dei fatti, la crisi di Minsk e l’eventuale intervento di Putin non sarebbero altro che il cavallo di Troia per un’espansione territoriale e strategica della Russia.

C’è poi almeno un’altra osservazione da considerare che potrebbe spingere Trump a non intervenire: oltre al rischio di un aggravamento delle tensioni con la Russia, c’è l’eventualità che la base di consenso di Lukashenko sia più solida del previsto, dato che, come ha concluso l’intelligence americana, il presidente può godere dell’appoggio dei capi militari, degli addetti alla sicurezza interna e dei media controllati.

Questa è l’ombra che si estende davanti alla luce delle future sanzioni che verranno probabilmente applicate nei confronti della Bielorussia.

Ad essere illuminato è il corpo sofferente di una nazione in cui i diritti umani non vengono rispettati e che dopo ventisei anni ha avuto il coraggio di ribellarsi.

Fa pensare il fatto che il presidente neo(ri)eletto abbia risposto al “no” dell’Unione dipingendolo come un atto aggressivo, che dimostra la miopia politica di un’Europa che dovrebbe, secondo lui, indagare piuttosto sui gillet gialli, sui disordini in America o ancora sulle proteste anti-Covid in Germania.

Agli occhi di un leader autoritario che non capisce nient’altro che ordine e repressione è ovvio che la protesta appaia solo come un elemento di caos: sembra che non gli interessi il fatto che uno Stato è costituito anche da persone e non solo da strutture e che queste persone possono pretendere la democrazia per motivi diversi.

Fonti:

J.Walcott, Why the Trump Administration Won’t Get Involved in Belarus’ Disputed Election Results, Time, 27/08/2020

T.G.Carpenter, The West Shouldn’t Intervene In Belarus, The American Conservative, 16/09/2020

A.Palma, Bielorussia: Parlamento Ue non riconosce vittoria Lukashenko alle elezioni, la Lega si astiene, Fanpage, 17/09/2020

Захарова заявила о попытках внешнего вмешательства в дела Белоруссии (Ha detto che stava cercando di interferire esternamente negli affari della Bielorussia, trad.), TASS.ru, 13/08/2020

Belarusian Telegraph Agency (BelTA), https://eng.belta.by

Frequento il corso di Studi letterari e storico-artistici a Trieste.
Mi interesso di sociologia e filosofia e sono alla ricerca di un linguaggio più vicino alle cose.

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