Marx oltre il Capitale: le intuizioni di un pamphlet postumo – Letture Kritiche

salario prezzo e profitto

Durante la canicola che accompagna le nostre giornate estive, mi è capitato tra le mani un pamphlet di Karl Marx, Salario, prezzo e profitto (qui in versione digitale). Il testo è la trascrizione di un intervento tenuto da Marx nel 1865, durante le riunioni della Prima Internazionale. Solitamente viene presentato come un utile compendio per chi non abbia intenzione di perdersi tra le pagine del Capitale.

Difatti, il testo fu pubblicato postumo nel 1898, grazie alla figlia di Marx, Eleonor, perché il filosofo di Treviri non voleva fornire anticipazioni dei contenuti presenti nel primo volume del Capitale, che sarebbe stato completato di lì a poco. In realtà, Salario, prezzo e profitto, è molto più di una mera sintesi della sua opera più famosa. Ciò che rende interessante questo testo sono due aspetti:

  1. Una severa critica alla cosiddetta “spirale salari-prezzi”, in base alla quale l’aumento dei salari nominali non farebbe altro che aumentare il livello dei prezzi, rendendo inutili le richieste di aumenti salariali.
  2. Il saggio può essere considerato un punto di cesura fondamentale nella storia del pensiero economico perché contiene una prima formulazione del principio della domanda effettiva che sarebbe stata successivamente sviluppata da John Maynard Keynes.

Dicevamo: il testo è la trascrizione di un dibattito avvenuto nel corso della Prima Internazionale, più precisamente è la risposta alle tesi dell’owenista John Weston, secondo il quale qualsiasi aumento dei salari monetari ottenuto dagli operai sarebbe stato annullato da un equivalente aumento dei prezzi. Il contenuto del dibattito rende John Weston un antesignano del più celebre Milton Friedman, perciò la risposta di Marx alle tesi di Weston-Friedman è ancora più accattivante. La questione è assai rilevante e delicata: ammettere che aumenti di salari generino equivalenti aumenti di prezzo vuol dire neutralizzare le lotte politiche e sindacali volte a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. 

Vi è questo di cruciale nell’analisi di Marx: l’aumento dei salari è causa non dell’aumento dei prezzi ma della diminuzione del saggio di profitto. L’aumento dei salari della classe lavoratrice, spiega Marx, genera un aumento della domanda dei beni di prima necessità (i lavoratori tendono a spendere il loro salario in beni di sussistenza).

I capitalisti che producono merci di prima necessità compensano la caduta del saggio di profitto a seguito dell’aumento dei salari con l’aumento temporaneo dei prezzi di mercato, ma questo avviene non per volontà degli imprenditori ma per il mutamento del rapporto tra domanda e offerta.

Tuttavia, i capitalisti che non producono beni di sussistenza non possono compensare la diminuzione del saggio di profitto con l’aumento dei prezzi di mercato, perché la domanda dei beni di lusso, ad esempio, non è di certo aumentata. Il reddito dei produttori di beni di lusso anzi diminuisce: per loro la spesa per i beni di prima necessità è aumentata, dato che il prezzo di questi ultimi è salito; inoltre, essendo diminuito il reddito da capitale degli imprenditori di beni di lusso, essi spenderanno di meno anche per i beni di lusso, diminuendone la domanda.

La conseguenza è che, assumendo condizioni di libera concorrenza, capitale e lavoro si sposteranno dai settori meno remunerativi a quelli più remunerativi, fino a quando il saggio del profitto non sarà tornato ad essere uniforme nei vari settori dell’economia. L’aumento dei prezzi di mercato dei beni di sussistenza sarà solo temporaneo, perché seguirà un aumento dell’offerta che spingerà verso il basso il prezzo dei beni. 

Così, rispetto alla situazione precedente, una parte maggiore della produzione viene destinata alla produzione di beni necessari e una parte minore a beni di lusso e il sistema tornerà ad essere stazionario quando il saggio di profitto sarà uniforme nei vari settori dell’economia, ma ad un livello inferiore rispetto a quello precedente. La variazione dei prezzi di mercato è quindi solo temporanea, perché in condizioni di libera concorrenza quando il saggio di profitto è uniforme il prezzo di una merce tende a coincidere con il suo prezzo normale.

Ora, l’asse interpretativo attorno al quale ruota il ragionamento di Marx è mettere in luce la contraddizione fondamentale delle argomentazioni di Weston. La tesi di Weston sulla spirale prezzi-salari si fonda sul dogma per cui “i salari determinano i prezzi delle merci”. Ciò implica che il “valore della merce è determinato dal valore del lavoro” e quindi arriviamo alla seguente tautologia: “il valore è determinato dal valore”.

I prezzi di produzione delle merci (o prezzi normali), per Marx, in realtà non sono altro che la forma fenomenica della quantità di lavoro sociale impiegata nella produzione diretta di ciascuna merce e nella produzione dei mezzi di produzione occorsi a produrla. Le relazioni di domanda e offerta si limitano a segnalare invece le oscillazioni dei prezzi di mercato attorno al centro di gravità rappresentato dai prezzi di produzione.

Il prezzo della forza-lavoro (e non del lavoro) viene calcolato in base all’insieme dei beni necessari alla riproduzione del corpo del lavoratore. Ciò che è davvero fondamentale in Salario, prezzo e profitto è questo: sostenere che l’aumento dei salari è causa non dell’aumento dei prezzi (l’aumento è solo temporaneo) ma della diminuzione del saggio di profitto equivale ad affermare che la determinazione del livello salariale è una questione eminentemente politica, decisa in ultima istanza dal conflitto tra capitale e lavoro e non può quindi essere affidata al mercato.

Al di là del problema secolare della trasformazione del valore-lavoro in prezzi, la differenza tra la determinazione dei valori delle merci in base ai salari e la loro determinazione secondo la quantità di lavoro sociale necessaria alla loro produzione, la distinzione cioè tra fenomeno (remunerazione del lavoro) e noumeno (quantità di lavoro incorporato), è la soluzione dell’arcano.

Dice Marx: “I salari sono limitati dai valori dei prodotti, ma i valori dei prodotti non trovano nessun limite nei salari”. Il profitto non deriva da un arbitrario sovrapprezzo, perché il lavoro, dopo aver riprodotto nel corso della giornata lavorativa l’insieme dei beni necessari alla sua sopravvivenza (salario), prosegue la sua attività lavorativa per un tempo supplementare. Il capitalista nel processo di scambio vende la merce non sopra il suo vero valore, ma al suo vero valore, contenente plus-lavoro (lavoro non retribuito).

Infine, la questione della domanda effettiva, di cui Marx dimostra di avere consapevolezza, sia pure ad uno stadio germinale. Sostiene Marx: “Ridotta alla sua forma astratta, l’argomentazione del cittadino Weston si riduce a quanto segue: ogni aumento della domanda avviene sempre sulla base di una data quantità di produzione. Essa quindi non può mai aumentare l’offerta dell’articolo richiesto, essa può soltanto aumentare il prezzo in denaro. L’esperienza più elementare dimostra invece che un aumento della domanda in taluni casi lascia completamente invariati i prezzi di mercato delle merci, mentre in altri casi provoca un aumento temporaneo dei prezzi di mercato, al quale segue un aumento dell’offerta; il che provoca di nuovo una caduta dei prezzi al loro livello di prima e in molti casi al di sotto del loro livello di prima.”

L’accusa rivolta spesso al filosofo di Treviri è che abbia trascurato la funzione della domanda, vale a dire i bisogni e i desideri dei consumatori nel determinare i rapporti quantitativi di valore. In realtà Marx riconosceva chiaramente la funzione esercitata dalla domanda nel determinare la ripartizione del lavoro sociale:

“Il bisogno sociale, vale a dire il valore d’uso su scala sociale, appare come un fattore determinante per l’ammontare di lavoro sociale che deve essere fornito dai vari particolari settori”.
Karl Marx, Il Capitale, vol. III

Paul Sweezy spiega ne La teoria dello sviluppo capitalistico che Marx, a differenza dei suoi contemporanei (Jevons, Walras, Menger) non ha sviluppato una teoria della scelta dei consumatori perché la domanda effettiva è solo parzialmente una questione di gusti e preferenze dei consumatori.

È piuttosto cruciale il problema della distribuzione del reddito, che è a sua volta un riflesso dei rapporti di produzione:

“La domanda sociale, in altri termini ciò che regola il principio della domanda, è essenzialmente condizionata dai reciproci rapporti delle diverse classi economiche e dalle rispettive posizioni economiche, vale a dire, in primo luogo, dal rapporto tra plusvalore totale e salari, e, in secondo luogo dalla distribuzione del plusvalore tra i suoi vari componenti (profitto, interesse, rendita fondiaria, imposte ecc.), il che mostra ancora una volta che assolutamente nulla può essere spiegato dal rapporto dell’offerta e della domanda, a meno che non sia stata preventivamente appurata la base su cui poggia quel rapporto”.
(ibidem)

I bisogni che si ripercuotono nella domanda di merci non scaturiscono da presupposti biologici e naturalistici, ma da fattori storico-sociali:

“Il modo di produzione della vita materiale condiziona in generale il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non la coscienza degli uomini determina il loro essere, ma al contrario, il loro essere sociale determina la loro coscienza”.
Karl Marx, Per la critica dell’economia politica

Quindi, non si tratta di considerare come dati gusti e preferenze dei consumatori, alla maniera della teoria marginalista. Semmai le questioni economiche devono essere affrontate riconoscendo priorità al lato della produzione e dei rapporti di produzione, quindi da premesse squisitamente politiche. Le “funzioni di utilità” e le “curve di indifferenza” di cui pullulano i manuali di microeconomia costituiscono un tentativo di congelare le relazioni sociali tra gli individui trattandole come una sorta di seconda natura.

Antonio Cerquitelli
Informazioni su Antonio Cerquitelli 3 Articoli
Ho conseguito la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università di Roma Tre, discutendo una tesi sull'evoluzione storica del capitalismo. Sono attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in scienze economiche presso la stessa Università. Credo molto nel sapere come strumento di emancipazione personale e sociale. Credo molto poco nel sapere che si compiace di se stesso.

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