Patrimoniale? Meglio una Paperoniale

Avvertenza: Il lettore è invitato a firmare la petizione che si trova al sito www.paperoniale.it. I motivi sono spiegati nel testo che segue, ma lo scrivo anche qui per quei lettori che (comprensibilmente) trovassero tale testo troppo lungo e noioso. Inoltre, è bene chiarire una cosa che non per tutti è chiara: e cioè la differenza fra reddito e ricchezza. Semplificando un po’, reddito è ciò che uno guadagna, per esempio uno stipendio o dei dividendi; ricchezza è ciò che uno ha accumulato (o ricevuto in eredità) o acquistato e può essere rivenduto, come un conto in banca, delle azioni, un quadro d’autore o una casa. Questa ricchezza può essere finanziaria (o mobiliare), come un BOT o un conto in banca, o immobiliare, come una casa. La “Paperoniale” che viene proposta è un’imposta sulla ricchezza e non sui redditi, e sulla sola ricchezza finanziaria.

1. Perché un’imposta patrimoniale

Questa nota viene scritta mentre diventa sempre più alta la probabilità di una crisi di governo causata dal timore di molti politici di essere esclusi dalla gestione dei miliardi europei. Personalmente trovo encomiabile il tentativo di Conte di sottrarre la spesa di quei fondi agli appetiti dei partiti; ma il fatto che questa sia la scelta giusta mette a nudo una crisi grave e profonda della democrazia, temo non solo in Italia.

Perché il messaggio implicito di quanto sopra è che se si vogliono fare gli interessi del paese allora bisogna scavalcare la classe politica. O se si preferisce, un eventuale governo di unità nazionale non vorrebbe dire che ciascun partito rinuncia a qualcosa in nome dell’interesse comune, ma al contrario che ciascun partito riceve qualcosa, e questo va necessariamente a scapito dell’interesse nazionale. Necessariamente, perché l’uso di quei miliardi richiede, e non solo per le condizioni che regolano il loro uso, che vengano fatte delle scelte: se si punta sul trasporto locale e sulla sanità diffusa non si possono finanziare anche Autostrade per l’Italia, come forse vorrebbero Renzi e Salvini, e gli ospedali lombardi, come probabilmente vorrebbe Fontana.

Questo conflitto è serio e grave: se vince la visione tecnocratica i soldi verranno spesi meglio, ma il ruolo dei partiti ne uscirà fortemente dimensionato, con rischi non piccoli per la tenuta democratica; e se vince la visione spartitoria il disprezzo dei cittadini per la politica raggiungerà livelli tali da creare rischi ancora maggiori. Quanto sopra è apparentemente fuori tema. Ma ho preferito partire di qui per sottolineare come questo clima di forte conflitto e di diffusa sfiducia impedisce di fare cose importanti e possibili, come l’introduzione di un’imposta di solidarietà come suggerita sul sito di cui alla nota iniziale, la cosiddetta “Paperoniale”.

2. La paperoniale

Ho usato due aggettivi a proposito della “Paperoniale”, importante e possibile. Il significato del primo è che il gettito che si può ottenere è rilevante (dell’ordine dei 20 miliardi, per qualche anno). Quello del secondo è che la sua introduzione non dovrebbe incontrare seri ostacoli né tecnici né politici. Il che naturalmente ne aumenta l’importanza: potrebbe contribuire alla disintossicazione del dibattito politico. Ma prima di venire a ciò vediamo in dettaglio in cosa consiste la nostra proposta. La riassumo piuttosto in breve (sul sito già citato www.paperoniale.it il lettore troverà un’analisi più approfondita e il testo della petizione).

In primo luogo, si propone di tassare la sola ricchezza finanziaria (circa 4400 miliardi prima dell’epidemia, oggi forse leggermente meno). Perché escludere la ricchezza immobiliare? Il fatto è che essa non viene esclusa. La ricchezza immobiliare e quella finanziaria vanno di pari passo: chi ha molti soldi in banca, o molte azioni, di solito ha anche vaste proprietà immobiliari, e chi ha solo un piccolo conto in banca di solito ha solo la casa in cui abita, e molto spesso nemmeno quella.

La ricchezza finanziaria è sostanzialmente pari a quella immobiliare (in realtà un po’ più bassa): quindi tassare la ricchezza finanziaria dell’1% (per esempio) è del tutto equivalente a tassare la ricchezza totale dello 0.5%, ma ha un enorme vantaggio: non richiede alcun intervento da parte del contribuente, il prelievo può essere effettuato “con un click” da parte dello Stato, come avviene ora per l’imposta di bollo, e come non può avvenire per i beni immobili, che richiedono una documentazione catastale.

Di fatto la Paperoniale è un aumento dell’imposta di bollo, però con una differenza molto importante: mentre attualmente l’aliquota è fissa allo 0,2%, noi proponiamo aliquote progressive, con un’aliquota marginale massima intorno all’1% e una quota esente intorno agli 80-100.000€. La prima aliquota dovrebbe essere intorno allo 0,1%, di modo che – per fare un esempio – chi avesse 150.000€ in banca dovrebbe versare ogni anno fra 40€ e 50€ in più rispetto ad ora (dato che i primi 100.000€ sarebbero esenti). Non ci pare un sacrificio eccessivo.

Come dicevo, il gettito totale dovrebbe essere intorno ai 20 miliardi, contro i circa 10 ipotizzati dalle altre due proposte sul tappeto: il che mi pare evidenzi come il concentrarsi solo sui grandissimi patrimoni (è il caso della proposta del Fatto Quotidiano) e l’estendere la base imponibile ma con una normativa premiante per i patrimoni non enormi (è il caso di LeU) diano origine a proposte un po’ troppo timide, anche se condivido le motivazioni politiche di queste scelte.

È bene sottolineare che tutte e tre le proposte riguardano la ricchezza ufficialmente censita delle famiglie italiane (4.400 miliardi circa, appunto), non occultata e non facilmente occultabile (e che certamente non varrebbe la pena cercare di occultare per la Paperoniale, forse un po’ di più per le altre proposte). La ricchezza “in nero” dovrà, o meglio dovrebbe, essere oggetto di una legislazione ben più punitiva. Ma questo ovviamente non esclude che si possa  tassare intanto la ricchezza legale: negare ciò sarebbe come dire che non si devono tassare i redditi perché c’è chi evade l’Irpef, o non si deve dare un reddito di emergenza ai poveri perché c’è chi lo percepisce indebitamente.

Le aliquote proposte sono basse, in effetti troppo basse sulla base di criteri elementari di giustizia. Per esempio, chi avesse un patrimonio finanziario di 1,1 milioni di euro (e quindi uno complessivo –presumibilmente – superiore ai 2), dovrebbe versare al massimo 10.000€, un sacrificio immensamente minore di quello, ritenuto “normale”, imposto a chi deve passare da uno stipendio a un sussidio di cassa integrazione.

Non solo: di solito i grandi patrimoni si sono formati (quando non sono stati ereditati) con l’accumulo di redditi da capitale, tassati in misura proporzionale e non progressiva (come giustamente prevede invece la Costituzione), e con un’aliquota (il 26%) più bassa dei redditi da lavoro di pari importo. Aliquote più alte sarebbero quindi del tutto giustificate.

Tuttavia applicare delle aliquote basse (ma progressive) ha tre grandi pregi. In primo luogo, come si è detto, esse consentono comunque un gettito relativamente elevato. In secondo luogo, e questo è importante, dato che l’esazione è abbastanza bassa anche per importi elevati (quasi sicuramente inferiore al rendimento del capitale), l’imposta può restare in vigore per più anni, mentre la proposta di LeU e quella del Fatto sono inevitabilmente una tantum. Infine, e soprattutto, la continuità delle aliquote e il loro basso importo, unitamente alla necessità universalmente sentita di politiche di solidarietà, dovrebbe far sì che l’opposizione da parte dei contribuenti sia molto ridotta. (Chi avesse dei dubbi resterà sorpreso leggendo i risultati di una ricerca sul campo, relativi a una proposta analoga, descritti nello studio scaricabile dal sito https://econpapers.repec.org/paper/ucaucapdv/185.htm e in particolare i dati riportati a p.14 e la loro discussione).

Riassumendo. La ricchezza finanziaria in Italia è molto alta e molto concentrata. Un piccola imposta su di essa consentirebbe un gettito significativo. La sua piccolezza, la presenza di una quota esente elevata e di aliquote progressive dovrebbe assicurare un vasto consenso. Ma tutto questo a condizione che si abbia il coraggio di abbandonare il tabù per cui la ricchezza dei ricchi (a differenza dei redditi dei poveri) è sacra, e di smetterla di credere a certe panzane come quella che ogni euro sottratto a un ricco è un euro sottratto a investimenti produttivi. E allora perché no?

Personalmente credo che un motivo molto importante sia che in Italia il sistema dei media di regime è ormai talmente asservito ai suoi padroni da vivere in un continuo eccesso di zelo. Ma un motivo ancora più importante è la natura della nostra classe politica. I politici di destra preferiscono puntare sul malcontento generico e fanatico, secondo le loro tradizioni, il che esclude per principio che si possa discutere di politiche articolate e consensuali. I politici del cosiddetto centro-sinistra sono troppo legati a una pletora di interessi di parte per potere capire quanto sia importante, anche per battere la destra, avanzare appunto proposte di quel tipo (oltre, temo, ad avere distrutto ogni seria capacità di elaborazione teorica al proprio interno). E quelli di sinistra contano troppo poco; non mi sono chiari i motivi di ciò, ma comunque discutere  di questo argomento esula dal nostro tema.

Un’ultima considerazione. Come accennato, ci sono sul tappeto almeno altre due proposte di imposta patrimoniale (quella del Fatto Quotidiano e quella di LeU, peraltro piuttosto simili). La loro caratteristica comune è di prevedere aliquote elevate oltre una certa soglia di ricchezza, e nulle al disotto di essa. Esse puntano a risvegliare l’indignazione dei cittadini contro  la immunità di cui godono le  grandi ricchezze anche quando, come oggi, sono necessari sacrifici e solidarietà. È un’indignazione più che giustificata (consiglio di guardare il sito https://giacomoortona.github.io/1-pixel-wealth/, da cui risulta in modo impressionante come questo privilegio sia effettivamente intollerabile).

Personalmente considero valide quelle proposte, ma non alternative alla Paperoniale (il cui nome, del resto, indica come anche essa colpisca soprattutto i grandi patrimoni). Non fosse che per un motivo: l’eventuale rifiuto di una proposta consensuale e limitata darebbe più peso alla richiesta di provvedimenti più ambiziosi e più conflittuali. Ma perché ciò possa avvenire occorre che la Paperoniale arrivi almeno ad essere discussa in sede politica. Per questo finisco ricordando ancora una volta che sul sito www.paperoniale.it si può firmare la petizione per la sua adozione.

Professore Ordinario di Politica Economica (in pensione), Università del Piemonte Orientale.

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