Perché non andiamo d’accordo con i Paesi del Nord Europa

L’Eurogruppo del 10 aprile ha trovato non senza difficoltà un accordo provvisorio sugli strumenti da attivare a livello europeo per affrontare la crisi da coronavirus. Il testo finale, giudicato “insufficiente” il giorno seguente dallo stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, rappresenta un compromesso decisamente più favorevole ai paesi del Nord Europa, che continuano a mostrare una forte preferenza per l’esclusiva attivazione di strumenti già esistenti, limitati nell’importo e nello scopo del finanziamento, opponendosi a qualsiasi forma di mutualizzazione del debito.

Alla radice delle suddette posizioni antitetiche sugli strumenti finanziari da mettere a disposizione degli stati membri per rispondere alla crisi provocata dal Covid-19 si possono individuare due visioni alternative sulla natura e sulla gestione della crisi. Queste riflettono gli interessi economici divergenti connessi agli squilibri commerciali che sussistono tra i paesi membri dell’area euro – che chiameremo, semplificando, Paesi del Nord e Paesi del Sud Europa. 

Comune ad entrambe le visioni è l’idea che la crisi economica da coronavirus sia uno shock che colpisce simultaneamente il lato della domanda e il lato dell’offerta. Da una parte, il confinamento delle persone limita la domanda di consumo di beni e servizi non essenziali, determinando un calo generalizzato della spesa aggregata. Dall’altra, la sospensione della maggior parte delle attività produttive causa interruzioni nella produzione e disfunzioni lungo la filiera produttiva, cui potrebbero seguire perdite di quote di mercato domestico e estero e, conseguentemente, chiusure definitive. 

Ciò che distingue radicalmente le due visioni riguarda l’intensità e la durata dello shock, il contesto economico nel quale tale shock si inserisce e, dunque, le implicazioni di politica economica che ne conseguono.

La visione condivisa dai Paesi nordici considera la crisi un fenomeno temporaneo, rappresentabile graficamente dalla lettera V, cioè una forte contrazione seguita da una rapida ripresa. Pertanto è sufficiente che lo Stato “congeli” il sistema economico durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, per poi “scongelarlo” in un secondo momento, confidando nella capacità del mercato di riattivare le forze produttive. Non è un caso che questa visione trovi terreno fertile nei paesi nordici, i quali negli ultimi anni hanno registrato tassi di crescita sostenuti, anche grazie a elevati e persistenti surplus di bilancia commerciale, speculari ai deficit commerciali dei paesi meridionali.

La visione opposta, sostenuta dagli Stati del Sud Europa, deriva dal quadro economico in cui l’attuale shock si è propagato in questi paesi, contraddistinto da bassa crescita e alta disoccupazione. In un simile contesto, l’assenza di un adeguato intervento pubblico provoca il rischio di compromettere ulteriormente le prospettive di crescita di medio-lungo termine, esacerbando il processo di divergenza economica tra i paesi della zona euro. Secondo questa prospettiva, la forma più appropriata per rappresentare questa crisi è semmai una U, o una L, se non addirittura una I come ipotizzato dall’economista Nouriel Roubini, cioè una lunga crisi seguita da una ripresa incerta.

Da queste due visioni discendono diverse implicazioni di politica economica. In particolare, stando alla visione secondo cui la crisi sarà un fenomeno temporaneo, l’approccio può limitarsi alla fase di contenimento, detta fase uno, durante la quale lo Stato è chiamato a sostenere il reddito dei lavoratori disoccupati e garantire liquidità alle imprese costrette a interrompere o rallentare l’attività economica a causa delle misure restrittive necessarie per limitare il contagio. Una volta superata la fase uno, condivisa da entrambi i gruppi di paesi, le indicazioni di politica economica si differenziano. I Paesi del nord Europa, infatti, sembrano escludere una fase due, invece fortemente auspicata dai Paesi del Sud Europa.

Questa consiste nella fase di ricostruzione o di ripresa del sistema economico, che, per palesare interamente la sua efficacia, dovrebbe accompagnarsi a una riforma del sistema produttivo. In particolare, sarebbe necessario un intervento diretto dello Stato attraverso un piano di investimenti pubblici orientato non solo a sostenere la domanda ma anche a indirizzare la produzione verso settori strategici e a più alto valore aggiunto al fine di rilanciare il tessuto produttivo, logorato da anni di impoverimento, e gettare le basi per un nuovo sviluppo economico.

Le due fasi si distinguono anche per il tipo di strumenti di finanziamento che sono necessari, da cui discendono le diverse proposte con cui i ministri delle finanze europei si sono presentati alle trattative precedenti l’Eurogruppo di ieri. Da un lato strumenti finanziari che consentirebbero di affrontare esclusivamente la fase uno, smuovendo risorse da prestare ai governi nazionali al fine di sostenere il reddito dei disoccupati (SURE), garantire liquidità alle imprese (BEI) e finanziare le spese sanitarie (MES). Dall’altro lato, invece, la creazione di un fondo per la ripresa (Recovery Fund) con la facoltà di emettere titoli di debito comune (euro-coronabond) per finanziare un piano di investimenti su larga scala. La trattativa si è conclusa con una vittoria del fronte tedesco-olandese, che è riuscito a impedire che il testo finale includesse i coronabond, limitandosi a un impegno formale a ridiscuterne in data futura. 

Appare evidente che gli strumenti approvati (MES, BEI, SURE) sono tutt’al più funzionali alla gestione della fase di emergenza, ma del tutto inadatti a sostenere la fase di ricostruzione. Da questo punto di vista, si fatica a comprendere l’entusiasmo con cui l’accordo è stato accolto da buona parte della stampa italiana e da alcuni esponenti dei partiti di governo. Al momento, infatti, l’esito dell’accordo rispecchia fedelmente gli interessi sottostanti la visione sostenuta dai Paesi del Nord Europa, attenti che le risorse siano utilizzate esclusivamente per l’emergenza e contrari al sostegno di una fase di ricostruzione per evitare che questa finisca per favorire un’inversione di quel processo di divergenza che metterebbe in discussione la loro posizione di supremazia commerciale.

Salvo modifiche sostanziali quanto improbabili al prossimo Consiglio, il governo italiano farebbe bene a respingere l’accordo uscito dall’Eurogruppo e optare per finanziare la spesa necessaria per affrontare la crisi attraverso emissioni di titoli di Stato, approfittando del programma di acquisto titoli per l’emergenza pandemica (PEPP) lanciato dalla Banca Centrale Europea che al momento permette agli Stati di indebitarsi a tassi irrisori. Certamente si tratterebbe di una strada non priva di rischi in quanto il programma della Bce è temporaneo e, superata l’emergenza, lo Stato italiano si ritroverebbe a gestire da solo il conseguente aumento del debito pubblico che, in assenza di una copertura della Bce, potrebbe innescare attacchi speculativi e nuove crisi del debito sovrano. Fintanto che non si riuscirà a trovare un meccanismo che consenta di ricongiungere le istituzioni fiscali e monetarie nell’area euro, ad esempio attraverso la creazione di un debito comune, lo scontro politico con le istituzioni europee sarà solo rimandato.

Tuttavia, il rischio dell’inazione o di un’azione ritardata in questo momento è ancor più elevato. Oggi pensiamo al coronavirus, domani ai problemi strutturali dell’unione monetaria europea.

Studente di dottorato tra l’Università di Amsterdam e l’Università Cattolica di Milano. Laureato in Economia all’Università Cattolica di Milano. Già membro di Rethinking Economics Italia e Young Scholars Initiative.

Aiutaci a realizzare la rivista!

Ti potrebbe interessare

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here