Perché non dobbiamo preoccuparci (troppo) del debito pubblico

In questo articolo il nostro Mattia Marasti cerca di affrontare il tema del debito pubblico in modo laico e senza preconcetti, in un periodo in cui molti miti del passato stanno venendo messi in discussione.

“I’m sorry that I’m kinda queer
It’s not as weird as it appears
It’s just my body doesn’t stop me”

The 1975 – Me and You Together Song

In un momento di criticità come quello che stiamo vivendo, con la diffusione di un virus che ha ucciso migliaia e migliaia di persone solo nel nostro paese, i governi hanno dovuto mettere in atto politiche di sostegno all’economia, colpita non solo dalle chiusure ma dall’incertezza del momento. Queste politiche hanno fatto schizzare in alto il debito pubblico. Ciò ha suscitato preoccupazione: nello scorso decennio la crisi economica, innescata dai mutui subprime, ha poi interessato maggiormente i paesi che mostravano una situazione meno florida delle finanze pubbliche, passando da crisi del debito privato a crisi del debito sovrano. A quel tempo, i governi più colpiti, per non perdere la fiducia dei mercati, hanno imposto politiche di austerità, tagliando la spesa e aumentando le imposte.

Questa volta, però, la situazione è differente.

Nonostante il debito italiano abbia raggiunto livelli spaventosi, ciò non ha comportato problemi di cassa o di fiducia nei mercati. Ciò è dovuto anche alle manovre di politica monetaria messe in atto dalla BCE che hanno senz’altro rilassato la situazione.

Differente è anche l’atteggiamento dell’Europa nei confronti della crisi. In primo luogo, ciò è dovuto alla natura stessa della crisi, che pur essendo arrivata in un momento di rallentamento dell’economia globale, è stata per lo più indotta da uno shock esterno come quello della diffusione del virus. Questo non ha di certo aiutato la retorica moralista dei paesi frugali, che vedono negli Stati del Mediterraneo un esempio di politiche irresponsabili.

Rispetto alla crisi precedente, dove le élite europee hanno improntato la loro azione su politiche di austerità, questa volta l’approccio sembra essere diverso, come dimostra il Next Generation European Union. Le giustificazioni teoriche dietro alle politiche di austerità si sono dimostrate deboli e la teoria non ha retto alla prova dei fatti, criticata sia da economisti eterodossi quanto da economisti invece più mainstream come Duflo.

Gli effetti politici inoltre sono stati disastrosi: l’avanzata dei movimenti nazionalisti e reazionari come risposta ai tagli del welfare state spaventano più del dissesto dei conti pubblici, probabilmente.

Non dobbiamo però seguire la narrativa opposta: quella secondo cui la spesa pubblica è sempre giustificata e il disavanzo è l’unico strumento portante della crescita. Questa narrativa, sposata tacitamente dal governo Conte I, rischia di trascinare ancora più a fondo la discussione.

Si deve invece effettuare un cambio di prospettiva: non concentrarsi sul debito, ma sulla crescita.

Non è un problema il debito in sé. Il problema è quanto il debito è funzionale alla crescita – economica e sociale – di un paese. Scorrendo la letteratura in merito, infatti, si nota che anche se non c’è un accordo sull’implicazione “maggior debito porta a minor crescita”, sappiamo per certo che una bassa crescita porta spesso a un’esplosione del debito pubblico.

Quindi non occorre concentrarsi sul debito in sé, ma sulla crescita economica, come ha sostenuto addirittura Carlo Cottarelli.

In questi anni la spesa pubblica italiana è stata estremamente inefficace nel supportare la crescita. Per cambiare rotta, in futuro, l’azione del governo deve indirizzarsi verso un utilizzo della spesa più ragionato.

Bisogna modificare i finanziamenti e gli sgravi alle aziende, i quali o tengono a galla aziende che non fanno innovazione e non portano valore aggiunto all’economia o, peggio ancora, non servono a sostenere la domanda andando di fatto ad aziende che non avrebbero bisogno. Il problema degli incentivi alle imprese d’altronde è stato già evidenziato dal Piano Giavazzi: l’economista della Bocconi ha sottolineato come i finanziamenti alle aziende debbano concentrarsi sullo sviluppo, il motore trainante della crescita.

Collegato a questo vi deve poi essere una maggior attenzione alla spesa in ricerca, anche di base. In quattordici anni la spesa in R&S è passata dall’1% del Pil all’1,4%, attestandosi ben al di sotto della media europea del 2%.

Si devono però tenere bene a mente due caveat.

In primo luogo, non si può sostenere, senza esitazione, che il debito e la sua sostenibilità non siano per nulla un problema. Anzi, questo contributo non nega il problema ma sostiene un cambio di paradigma. Il rapporto tra il debito e la crescita non è semplice. Gli effetti del debito possono essere altamente non lineari e di difficile individuazione. Non vi è ancora abbastanza evidenza empirica che le tesi della Modern Monetary Theory siano corrette. Inoltre, indubbiamente, la spesa per interessi, che è quella che più grava sul debito italiano ad oggi, sottrae risorse al welfare State e all’innovazione.

Successivamente bisogna tener conto di fenomeni di tipo extra-economico, come l’invecchiamento della popolazione, che influiscono sulla sostenibilità del debito soprattutto per quel che riguarda il sistema pensionistico.

Avviandoci a concludere, il problema del debito pubblico passa più dalla sua efficacia nel sostenere la crescita economica e l’innovazione che non attraverso tagli e austerità. Soltanto risolvendo il problema della crescita anemica del nostro paese il debito farà meno paura.

22 anni, nato a Scandiano, studente di Matematica.

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