L’attualità del pensiero: perché riscoprire Claudio Napoleoni

Claudio Napoleoni (1924–1988) è stato un economista italiano, professore di economia politica a Torino (dopo aver insegnato ad Ancona e Napoli), deputato e poi senatore della Repubblica, ma anche filosofo dell’economia, aspetto questo niente affatto separato dal suo lavoro di economista. Una figura poliedrica dal percorso inusuale, se si pensa che divenne professore ordinario di economia senza nessuna formazione accademica in materia.

Il 10 dicembre 2020 si è tenuto un convegno organizzato dall’Istituto Gramsci di Torino dal titolo “Economia e Politica dopo la catastrofe. L’eredità di Claudio Napoleoni”. Lo scopo era quello di discutere la figura di Claudio Napoleoni alla luce di tre punti principali: l’eredità fisica del Fondo Napoleoni, le implicazioni epistemologiche del suo libro più controverso – “Discorso sull’economia politica” (1985) – e la rilevanza del suo pensiero per la politica di oggi. Non è un caso che questo convegno si sia tenuto in un periodo di profonda crisi che investe vari livelli, dall’economia alla società: pur non diventando mai pessimista, il pensiero di Napoleoni è sempre stato attento al pericolo della “catastrofe”.

Ciò che più colpisce delle riflessioni di Claudio Napoleoni è l’attualità di molti temi che tratta. Perché il pensiero di Claudio Napoleoni è così attuale? Perché con il metodo del pensiero critico ha saputo andare oltre la lezione dei grandi dell’economia per provare a costruire un diverso rapporto tra l’uomo e il mondo, che passasse anche per una diversa economia.

Non è semplice riassumere il suo pensiero, ma conviene comunque partire da un testo preciso, il “Discorso sull’economia politica”. In questo libro Napoleoni opera un ripensamento radicale della storia del pensiero economico. Ripensamento che non è però un semplice esercizio di storiografia, ma una constatazione della fine del pensiero dell’economia come scienza per come l’abbiamo conosciuta. La fine è sancita dal libro di Piero Sraffa “Produzione di merci a mezzo di merci”, uscito nel 1960, di cui Napoleoni non solo è uno dei primi recensori, ma è anche uno dei pochi a intuirne la portata devastante per l’economia politica. Sraffa elabora un modello di economia circolare in cui le quantità prodotte sono date e le variabili da determinare sono quindi i prezzi e le variabili distributive (salari e profitti). Egli dimostra, superando le difficoltà di Ricardo, che i prezzi si possono di fatto determinare senza nessun riferimento al valore e dunque alle variabili distributive.

Se nelle intenzioni di Sraffa quel libro serviva a farla finita con una tradizione particolare, quella neoclassica, per riaffermare una teoria dei prezzi basata sulla teoria del valore, Napoleoni comprende fin da subito che invece Sraffa chiude con tutta la storia del pensiero economico, anche con quella classica. Ciò che allontana l’impostazione analitica di Sraffa da quelle tradizionali è il “fatto di aver concepito il capitale come il tutto, al di fuori del quale non c’è niente; questo tutto è costituito da certe determinazioni merceologiche, da certe merci, da certi beni che io assumo come dati perché non posso assumere come dato altro che il capitale […] che è l’unica realtà di fronte alla quale io sto.” (“Introduzione allo studio di Sraffa”, dattiloscritto non datato, Fondo Napoleoni).

Le conseguenze di questo “libro sconcertante” sono enormi, sia per l’economia che per la politica, ma di fatto rimangono totalmente incomprese, mascherate dal neutro rigore delle equazioni sraffiane.

E proprio il rigore matematico sraffiano sancisce l’egemonia del calcolo rispetto al problema del senso. Un problema che, anche se ignorato, non scompare e il fatto stesso di venire sistematicamente ignorato non è esso stesso senza conseguenze. Come scrive Napoleoni, alla fine del suo lungo percorso di lettura di Sraffa:

“Ma l’economia politica sembra, sotto questo riguardo, una disciplina singolare. La sua singolarità sta in ciò: che se essa è ricondotta a una forma “scientifica” (secondo il paradigma, cioè, delle scienze naturali), “si sa”, indipendentemente dalla possibilità di fondare o anche solo di argomentare bene questo “sapere”, che qualcosa di essenziale va perduto: di essenziale, si badi bene, per la conoscenza delle cose di questo mondo”.

(1985, 154-155).

Ecco un primo elemento di attualità: il problema dello statuto dell’economia, che è sempre meno politica perché vuole essere scienza sul modello delle scienze dure, al prezzo di una drammatica perdita di senso. Non sorprende quindi che il premio Nobel Paul Romer nel 2016 affermasse nel suo paper “The trouble with macroeconomics” che la macroeconomia non solo non è progredita, ma addirittura è regredita nel suo tentativo di spiegare i fenomeni macroeconomici.

Sraffa quindi ci obbliga a un radicale ripensamento di tutte le categorie economiche, ma non per ricominciare una storia già scritta, quella basata sulla volontà di dominio di un soggetto che si ritrova a essere esso stesso dominato, ma per pensare un’altra economia, capace di prendere le misure dell’alienazione e di dare indicazioni per una liberazione.

E proprio il concetto dell’alienazione, teorizzati da Marx, si lega a doppio filo con la presa di coscienza della totalità del capitale. Centrale in Napoleoni è infatti la riflessione intorno al pensiero di Marx, ma non per un’adesione acritica al suo pensiero, bensì per capire cosa di Marx potesse essere utile per risolvere il problema dell’alienazione. La riflessione sull’alienazione porta Napoleoni a prendere una distanza critica da Marx (che non trae le debite conseguenze dalla differenza, che pur vede, tra sfruttamento capitalistico e pre-capitalistico) e ad avvicinarsi al pensiero di Heidegger e in particolare al suo pensiero dell’essenza della tecnica.

Napoleoni rileva che porre l’alienazione al centro della riflessione economica significa riconoscere che tra le due forme di sfruttamento individuate da Marx non può esserci continuità, poiché il risultato del “furto del lavoro altrui” si traduce di fatto in un processo di accumulazione incondizionata, in cui capitalista e lavoratore si ritrovano affetti dalla medesima alienazione, e in cui l’unico soggetto è il processo stesso.

Se il capitale è la totalità, il consumo diventa solo un momento della produzione e l’uomo, il soggetto che crede di produrre, è anch’egli in realtà un prodotto. L’incontro con Heidegger quindi non è fortuito, ma è il necessario approdo della presa di coscienza che alle radici del capitalismo c’è la tecnica:

“Alla stregua di quella riflessione, infatti, si può dire che ciò che in Marx non c’è è il pensiero che l’alienazione specifica del capitalismo – cioè la Trennung e quindi, alla fine, la subordinazione al meccanismo oggettivo del mercato e all’astrazione del valore – è il termine necessario a cui perviene e in cui si rovescia un’alienazione più essenziale, che domina tutta la storia dell’Occidente: l’annullamento cioè della cosa nel soggetto, annullamento che procede dall’idea della cosa come nient’altro che il producibile. […] Si potrebbe dire così: alla base della Trennung vista, “esperita” da Marx, c’è un Abschied, che è una separazione, un distacco più fondamentale, quel distacco dall’Essere, che impedisce il riconoscimento di una alterità essenziale, e che, per questo, comporta alla fine l’annullamento del soggetto”.

(1985: 164,165).

Alla luce di questo, possiamo vedere come molte delle questioni aperte da Napoleoni rimangano forse ancora più attuali alla luce degli sviluppi tecnologici del capitalismo. La democrazia sembra in seria difficoltà di fronte alle nuove forme della tecnica rappresentate da tecnologie come i social network, che stanno polarizzando sempre di più i comportamenti elettorali, svuotando di senso il dibattito.

Ed è ancora ben presente lo spettro della disoccupazione data dalla sostituzione del lavoro umano con quello delle macchine, prospettiva a cui, per adesso, non ci sono risposte. Il problema del rapporto con la tecnica non solo non è risolto, ma nemmeno adeguatamente affrontato, men che meno dalla politica. Già Napoleoni, profondamente impegnato politicamente, denunciava l’atteggiamento inadeguato della sinistra italiana, che lottava per un aumento dei consumi senza rendersi conto che anche così si compie la dominazione del soggetto da parte della tecnica.

In questo contesto, risuona la domanda che Claudio Napoleoni stesso sollevò in un discorso tenuto a Cortona l’11 ottobre 1986: “Che fare?”. La soluzione non è cercare “la porta per uscire dal capitalismo”, ma cercare “di allargare nella massima misura possibile la differenza fra società e capitalismo, di allargare cioè la zona di non identificazione dell’uomo con la soggettività capovolta.” (1990; 64-65.). Dal capitalismo non si esce poiché dalla tecnica, in quanto manifestazione dell’Essere, non si esce. Ma proprio per questo il compito politico fondamentale è di instaurare un rapporto libero con essa. Questo è il compito lasciato da Napoleoni, un compito tutt’altro che semplice, ma che necessita di venire raccolto e compreso in tutta la sua portata.

Ma Napoleoni ha lasciato anche un’altra importante eredità, che può essere riassunta nelle parole “cercate ancora”, un invito a non fermarsi, a non accontentarsi, con in vista l’obiettivo di “guardare in modo diverso al rapporto tra l’uomo e il mondo, diverso cioè da quello stabilito dalla prospettiva della produzione-appropriazione-dominazione” (1985; 181).


Riferimenti bibliografici e sitografici:

Napoleoni, C. (1985). Discorso sull’economia politica. Boringhieri. Seconda edizione (2019) per Orthotes.

Napoleoni, C. (1990). Cercate ancora. Roma: Editori Riuniti

Napoleoni, C. (1992). Dalla scienza all’utopia. Torino: Bollati Boringhieri

Romer, P. (2016). The Trouble with Macroeconomics. Working Paper

Convegno su Napoleoni disponibile nella pagina Youtube dell’Istituto Gramsci di Torino:

Laureata in Economia e Scienze Sociali e in Economia delle Amministrazioni Pubbliche presso l’Università Bocconi, si avvicina alla storia del pensiero economico durante la laurea triennale e da allora ha continuato a studiarlo, facendone anche il tema della sua tesi di dottorato.
Da sempre vorace lettrice di fumetti, è anche una grande appassionata di animazione. E’ inoltre membro dell’Associazione Italiana oer gli Studi Giapponesi (AISTUGIA) e collabora con l’Associazione Italo-giapponese Nichii Studio della sua città natale, Piacenza.

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1 COMMENT

  1. Secondo me si ripete l’equivoco di cui è vittima tutta l’economia politica borghese: si identificano i mezzi di produzione, che sono esistiti in ogni tipo di società, con il capitale che è la forma sociale storicamente determinata con cui si presentano tali mezzi nel modo di produzione capitalistico.
    Anche la tecnica, nonostante sia interessata da uno sviluppo senza precedenti sotto il capitalismo, è sempre esistita da quando l’uomo ha cercato metodi di riproduzione che si avvalessero della scienza (o della protoscienza per le società più primitive). Essa quindi non coincide con il capitale, ma assume un determinato carattere sociale sotto il capitale. Tuttavia non bisogna rinunciarci perché nemmeno le società socialiste potranno farne a meno.

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