Quando la banca centrale fa il suo lavoro

di Alessandro Bonetti* e Andrea Muratore**

La banca centrale degli Stati Uniti ha annunciato un piano di acquisti illimitato di titoli di Stato americani e programmi di sostegno a istituzioni finanziarie e imprese. Una massiccia potenza di fuoco è stata schierata sui mercati. Una mossa che fa sgranare gli occhi, ma la Fed sta semplicemente facendo il suo lavoro.

In primo luogo, sta agendo da prestatore di ultima istanza per le istituzioni private colpite dalla crisi. Significa che se banche e aziende non riescono più a rifinanziarsi, interviene direttamente la banca centrale a sostenerle. In particolare, essa potrà comprare direttamente obbligazioni di imprese, anche di nuova emissione. Aveva smesso di farlo durante la crisi del 2008. Certo, bisogna vedere se effettivamente la Fed non finirà per salvare speculatori e imprese già decotte, ma la cassetta degli attrezzi per fare qualcosa di buono c’è.

L’ex vicepresidente della Fed Stanley Fischer in un discorso del 2016 disse che l’intervento della banca centrale come prestatore di ultima istanza era stato fondamentale per evitare l’aggravarsi della Grande Recessione e che in una futura crisi sarebbe stata necessaria flessibilità. Aveva ragione. Non è socialismo, ma un lavoro necessario per la sopravvivenza di una moderna economia capitalistica, che senza le istituzioni pubbliche semplicemente non esiste. Una cosa che in Europa qualcuno stenta ancora a capire.

Ma soprattutto la Fed ha annunciato che comprerà “le quantità necessarie” di titoli di Stato americani e di titoli garantiti da ipoteca (mortgage-backed securities) delle agenzie para-governative. Non ha imposto un tetto massimo. Cosa che invece ha fatto la Banca centrale europea. Il programma di emergenza PEPP della Bce, che comprende titoli privati e pubblici, ha infatti un limite di 750 miliardi di euro. In pratica la Fed garantisce il debito del governo Usa, mentre la Bce non si impegna a garantire il debito degli Stati membri dell’eurozona.

Di fatto, la banca centrale americana ha annunciato un quantitative easing illimitato. Una misura che secondo molti equivale alla monetizzazione del debito pubblico. Che significa monetizzare il debito? Vuol dire che le nuove emissioni di titoli di Stato, invece di essere comprate dai mercati finanziari, vengono acquistate direttamente dalla banca centrale. In questo modo il debito pubblico non cresce.

A qualcuno può venire spontaneo chiedersi da dove la banca centrale prenda i soldi. Dal nulla. Basta cliccare un tasto sul suo computer per creare denaro, come in passato ha spiegato chiaramente l’ex capo della Federal Reserve Ben Bernanke. La banca centrale non può finire i soldi: parola dell’ex presidente della Bce Mario Draghi.

Come dicevamo, molti sostengono che non c’è una distinzione netta fra il quantitative easing e una diretta monetizzazione del debito. Ad esempio, Lord Adair Turner, ex capo della Financial Services Authority del Regno Unito, ricorda che “ogni anno la Banca del Giappone compra titoli giapponesi in misura pari al deficit del governo. Così il volume di titoli detenuto dal settore privato non aumenta. Questo è permanente finanziamento monetario”.

In ogni caso, la Fed potrebbe in linea teorica finanziare direttamente il deficit del governo americano. E non è escluso che inizi a farlo. Anzi, secondo Ben Bernanke, ex presidente della Fed, questa sarebbe la migliore alternativa in circostanze estreme.

Il lettore ora potrebbe chiedersi: perché non lo facciamo anche in Europa? La risposta è semplice: perché è vietato. Lo proibisce l’articolo 104 del trattato di Maastricht, incorporato nell’articolo 123 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. E conta anche il fatto che la Bce ha come obiettivo la stabilità dei prezzi, mentre la Fed ha un doppio mandato: stabilità dei prezzi, appunto, ma anche massima occupazione.

Nonostante ciò, anche un economista di spicco come Paul De Grauwe ha affermato che “è il momento di pensare fuori dagli schemi”: “la Bce deve accettare che il finanziamento monetario a supporto della spesa in deficit è una necessità non solo per mitigare la crisi da Covid-19, ma anche per evitare una spirale deflazionistica che potrebbe distruggere l’eurozona”. Come aggirare i divieti? Secondo De Grauwe i giuristi della Bce in qualche modo ci possono riuscire.

Tuttavia, aggiungiamo noi, c’è un ostacolo in tutto ciò: si chiama Germania. Anzi, a essere più precisi, il problema sono l’ideologia rigorista della classe dirigente tedesca e la sua atavica paura dell’inflazione. Ma in una situazione come questa, i veri rischi sono semmai la deflazione e la depressione dell’economia. Non certo l’inflazione.

Tornando agli Stati Uniti, la mossa della Fed porta la banca centrale Usa dal bazooka alla bomba atomica. Ossia dalle misure mirate allo stimolo di massa. La realtà dei fatti ci dice, però, che tutto questo potrebbe non bastare se, al contempo, dalla politica fiscale non arriverà uno stimolo capace di avviare l’economia reale. Il piano dell’amministrazione Trump è lievitato da 500 a 2.000 miliardi di dollari, ma contiene misure che non sono davvero anticicliche. Una fra tutte è l’helicopter money, ideata da uno dei padri del neoliberismo, Milton Friedman.

La capacità di stimolo dei mercati finanziari da parte delle banche centrali di tutto il mondo si è esaurita a mano a mano che venivano al pettine i nodi del “quantitative easing globale”. Per istituzioni come la Fed ora la svolta necessaria sarà il passaggio al supporto delle politiche fiscali di investimento e rafforzamento della domanda: una misura che con la monetizzazione del deficit potrà essere messa in campo efficacemente se a essere coperte saranno politiche di radicale rottura.

Si stenta a capire, ad esempio, perché tra Congresso e Casa Bianca non venga rilanciato il colossale piano infrastrutturale da mille miliardi di dollari che rappresenta uno dei capisaldi non realizzati del programma elettorale di Trump. La monetizzazione non deve trasformare la Fed nella bad bank delle politiche fiscali di tamponamento, ma fungere da reale stimolo: solo la prosecuzione del dibattito in Congresso ci dirà quali saranno i prossimi sviluppi.

*Alessandro Bonetti è il coordinatore del centro studi “Kritica Economica”. Potete seguirlo qui su Twitter

**Andrea Muratore lavora come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e assiste il professor Aldo Giannuli nel centro studi “Osservatorio Globalizzazione”

Ho frequentato il Liceo Classico e studio Economia e Scienze Sociali. Temporaneamente a Milano, in realtà il mio cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove sono nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisco di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del mio Adriatico

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

Aiutaci a realizzare la rivista!

Ti potrebbe interessare

Commenta