Quelle piazze roventi che non possiamo ignorare

Non solo violenze, incendi, saccheggi, vetrine rotte. Nelle manifestazioni di ieri, le prime di una settimana calda nelle piazze italiane, in strada c’era anche l’altra faccia della luna, maggioritaria e pacifica, il fiume grosso dei commercianti, ristoratori, titolari di bar e locali, gestori di palestre, che assieme ai loro dipendenti e agli addetti del settore spettacoli (musicisti, tecnici, organizzatori di eventi) hanno dato vita a una protesta quasi totalmente tranquilla, carica di rabbia ma senza eccessi.

A Torino, per dire dell’ultimo caso d’allarme, le devastazioni di negozi di noti marchi internazionali non sono state parte del corteo pomeridiano, che si è svolto senza problemi. Tensioni si sono verificate a Milano (lancio di una molotov contro una volante di polizia) e a Trieste (bomba carta contro la prefettura), ma nella stragrande maggioranza delle città, a Ferrara, a Cosenza (un petardo, capirai…), a Rovigo, a Treviso, a Vicenza, le vittime del Dpcm 22 si sono riunite non dando pensieri alle forze dell’ordine.

Al grido diffuso di “libertà, libertà!” (di lavorare, non dal contagio),
migliaia di esercenti e lavoratori hanno rivendicato il diritto alla
sopravvivenza economica
, chiedendo in sostanza di rivedere il decreto
per tener aperte le attività dopo le 18, rispettando distanziamento e precauzioni senza assembramenti all’esterno. Un po’ in tutti i raduni si
è sfogata la frustrazione per l’inutilità dei sacrifici fatti finora, l’aver adeguato gli ambienti di lavoro alle norme sanitarie, aver stretto la cinghia per non abbassare la saracinesca, premiati oggi con una chiusura selettiva che sa di ingiustizia sociale.

Per la grande parte, i partecipanti hanno preso la parola a turno spontaneamente, con testimonianze personali, mettendosi a cerchio in assemblea spontanea. In qualche caso, come nel capoluogo della Marca trevigiana, hanno parlato anche esponenti politici, come l’assessore regionale Federico Caner (Lega) che non si è fatto mancare una sviolinata al governatore plebiscitario Luca Zaia, mentre a Vicenza alla collega assessore Elena Donazzan (FdI) è stato negato il megafono, per autoimposto divieto dei promotori di politicizzare la manifestazione.

Bandiere tricolori, o della Serenissima simbolo del Veneto, cori innocui (“Aiuti, non parole!”, “Conte, vaff…”), musica pop e italiana di sottofondo. Per il resto, Forza Nuova si è vista qua e là ma autonomamente, Casapound non pervenuta (qualcuno mischiato alla folla, ma non in forma ufficiale), in generale il dato politico è che le categorie colpite si sono date appuntamento senza farsi mettere il cappello da nessuno.

Le infiltrazioni criminali di cui si accusa l’insorgenza napoletana dell’altro giorno sono purtroppo inevitabili, quando a ribellarsi è l’area della marginalità, della precarietà e dell’impoverimento. Ma le ragioni del disagio restano: tracollo del reddito, indebitamento, disoccupazione. Fatti certi, contabili, che si sommano al vuoto di relazioni a cui il coprifuoco serale condanna chi lavora, costretto poi a lucchettarsi a casa come in un fortino, e ancor peggio chi non lavora, da mane a sera deambulante fra il divano e i giardinetti.

Di contro, i benpensanti di ritorno additano i manifestanti come untori,
appestatori incoscienti, dimenticando che le principali vie di contagio, almeno stando a quel che si sa (perché molto non si sa, ad esempio non
si hanno evidenze epidemiologiche sui ristoranti, mentre per cinema e teatri i focolai finora sono stati zero), corrispondono ai luoghi di lavoro, ai mezzi di trasporto pubblico, alle stesse abitazioni familiari.

Semmai, se una critica si può rivolgere, nel senso neutro di discernere le diverse sfaccettature e le possibilità potenziali del fenomeno, si potrebbe osservare che non c’è il senso unitario di una lotta comune, perché comune è il pericolo di contagio e nessuno può dirsi immune, né dal Coronavirus né dalle strette governative.

Nei prossimi giorni sono previste altre manifestazioni, dei sindacati e di associazioni della cultura, staccate e separate, quando non si vede perché non unire i puntini della figura, certamente temibile ma perfettamente legittima, dell’esasperazione popolare verso la palese inadeguatezza di quel che (non) è stato fatto fin qui. Cioè tracciamenti, rafforzamento di personale medico e strutture ospedaliere, riorganizzazione degli spostamenti. Di chi la colpa? Dell’indisciplinatezza del singolo suddito? O della filiera Stato-Regioni-Comuni, in cui si gioca a passarsi il cerino di responsabili decisioni che andavano prese per tempo, non all’ultimo momento, con le brache calate? “Lavoro, lavoro!”, urlavano ieri. Sempre
più un miraggio, nella Repubblica costituzionalmente fondata sul de cuius.

Giornalista vicentino.

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