Raphael Raduzzi (M5S): “Se europeismo è fedeltà cieca all’Unione Europea, no grazie. Patto di stabilità antiscientifico”

Uno dei volti più giovani del Parlamento, Raphael Raduzzi fa parte del Movimento Cinque Stelle. È stato eletto alla Camera nel 2018 ed è membro della Commissione Bilancio e della Commissione Finanze. Si è laureato in Economia e Politiche Pubbliche e ha lavorato nell’ambito della consulenza. Lo abbiamo intervistato per capire meglio le proposte economiche del Movimento.

D: Come membro della commissione Bilancio e della commissione Finanze della Camera, quali sono le tue proposte di politica economica per il Paese?

R: Abbiamo innumerevoli problemi economici sia come continente europeo sia come Italia, nel senso che l’eurozona è forse l’aggregato macroeconomico che è cresciuto meno dopo la grande crisi e l’Italia è il fanalino di coda. Ci sono numerose cose che devono secondo me essere viste con una visione d’insieme. Abbiamo per esempio il lato del credito, che non sta facendo da volano all’economia, perché abbiamo regolamenti, direttive e linee guida della Bce che favoriscono certi modelli bancari e sfavoriscono quelli più tradizionali e quindi penalizzano molto il credito. Abbiamo una politica economica basata su un patto di stabilità e crescita che è antiscientifico e antieconomico. Non è per nulla trasparente: penso che siano forse in cinque in Parlamento ad avere una buona idea di come funziona veramente il patto di stabilità e crescita. Le questioni del calcolo del deficit strutturale, dell’output gap, eccetera, sono cose che andrebbero archiviate immediatamente, se avessimo un minimo di visione a medio-lungo periodo. C’è la tematica degli investimenti, dove voler investire e in che settori. Quindi la panoramica è abbastanza ampia.

D: Ti definiresti sovranista o europeista?

R: Dipende un po’ da che accezione si dà al termine sovranista. “Sovranismo” negli ultimi mesi e anni è stato fatto passare sui grandi media come un termine negativo. In realtà è la nostra Costituzione che parla di sovranità, che appartiene al popolo, nell’articolo 1. Poi soprattutto, anche storicamente, i partiti di sinistra nel dopoguerra avevano una visione quantomeno patriottica. Basti pensare al logo con Garibaldi alle prime elezioni… Non mi piacciono le etichette in generale se devo essere sincero e schietto, però ovviamente in questo momento bisogna capire cos’è l’europeismo. Se è la fedeltà cieca all’Unione europea, no grazie. Perché anche l’Europa è qualcosa di più grande rispetto a questa organizzazione, che, come vediamo tutti, è sotto pressione e in questo momento storico non brilla di certo.

D: Ti definiresti keynesiano invece?

R: Purtroppo non sono un economista, anche se mi sarebbe piaciuto intraprendere questo percorso. Però certamente Keynes è stato uno dei grandi rivoluzionari, è colui che ha fondato la macroeconomia moderna. Di sicuro tanti suoi insegnamenti vengono puntualmente riscoperti un po’ come si riscopre la ruota. Tanti si riempiono sempre la bocca di spending review, di austerità, però alla fine per far uscire i Paesi dalla crisi le ricette keynesiane sono le uniche che funzionano.

D: Tu hai votato a favore della risoluzione di maggioranza sul Mes?

R: Sì, perché ho contribuito a scriverla.

D: Però ti sei detto certo che il Mes non sarà approvato così com’è. Ne sei così sicuro?

R: Di sicuro c’è solo una cosa nella vita. Io comunque non voterò mai quella riforma del Mes, che ha parecchi punti problematici, tra cui la divisione netta tra Paesi di serie A e di serie B nell’accesso alla liquidità precauzionale. C’è un tema sul maggior ruolo che acquisisce il Mes a scapito della Commissione, che comunque deve rappresentare per statuto i Paesi europei, e insieme a questo è previsto un maggior ruolo del managing director. Ci sono poi le clausole CACs, che sono clausole legali sui titoli di Stato che rendono praticamente più facile una ristrutturazione preventiva del debito pubblico. Quindi ci sono tre elementi che a noi non piacciono assolutamente. Ma, come ti dicevo prima, anche questa riforma va guardata nel complessivo. Intendo soprattutto il completamento dell’unione bancaria, cioè il terzo pilastro (che è il fondo europeo Edis). Riguardo a esso il nostro Paese deve stare molto attento a che non entrino in qualsiasi forma politiche che vadano a disincentivare le banche nazionali o internazionali ad acquistare titoli di Stato. Su questo siamo riusciti con non poco sforzo a inserire un qualcosa di molto esplicito nella mozione sul Mes. Ora siamo ancora in una fase preliminare ma è bene mettere le mani avanti. Adesso non voglio entrare in tecnicismi, ma un’ipotesi di mediazione che stava uscendo fuori dal gruppo di alto livello (un gruppo tecnico che precede l’Eurogruppo) era sostanzialmente fare un Edis per step (quindi un fondo di riassicurazione internazionale, poi uno schema misto e alla fine uno schema di tutela dei depositi a livello europeo), però affiancare ciò a una maggiore contribuzione a Edis da parte delle banche con maggior concentrazione di titoli di Stato italiani. Questo è un punto ancor più dirimente.

D: Quali sono le prossime mosse delle commissioni di cui fai parte per quanto riguarda la Popolare di Bari e che configurazione intendete dare alla commissione Banche?

R: Su Bari c’è un decreto che ha fatto il governo, quindi non so quanto sia modificabile. Come Movimento Cinque Stelle abbiamo da tempo delle proposte che vorremmo portare un po’ di più alla ribalta: innalzare certe pene e spezzare le porte girevoli fra Consob, Banca d’Italia e grandi gruppi nazionali. A questo proposito la commissione d’inchiesta dovrebbe partire non dico domani, ma dopodomani, nel senso che se guardiamo la storia della Popolare di Bari ci sono delle evidenti pecche di Banca d’Italia. Basti pensare all’errore macroscopico di far acquisire Tercas, la cassa di risparmio di Teramo, da parte della Popolare di Bari. Tercas era praticamente fallita e si reggeva grazie a un prestito di liquidità d’emergenza concesso dalla stessa Banca d’Italia, a cui poi è subentrata Bari, chiedendo però un altro prestito Tltro. Tra l’altro Popolare di Bari già dal 2010 aveva ricevuto un provvedimento della Banca d’Italia che le vietava di fare operazioni straordinarie e le imponeva dei requisiti di capitale addirittura superiori. Quindi molto spesso Banca d’Italia ha tirato un calcio al barattolo dei problemi per rimandarli nel tempo, ma adesso ci sono molte situazioni che recentemente sono salite a galla. Non ultima Mps che ha venduto ancora 1,3 miliardi di crediti deteriorati.

D: Il M5S fino a qualche anno fa era esplicitamente anti euro. Perché il tema non è più fra i primi nell’agenda politica del movimento? Qual è la tua posizione in merito?

R: Di sicuro l’euro è un tema che non ci siamo dimenticati. Ti posso dare la mia opinione personale. Il punto è che, vedendo come funziona il nostro Paese, quello è forse l’ultimo step: bisognerebbe provare a farlo funzionare, ben consci però che le dinamiche internazionali sono ampie. Quindi, per quanto riguarda l’euro – lo sappiamo bene anche noi – ci sono problemi a livello economico. A livello finanziario, e qui si potrebbe lavorare, sarebbe interessante vedere se si riesce a introdurre una qualche forma di risk-sharing, di eurobond. Pure Banca d’Italia, anche l’ultima volta che è venuta in commissione, sta continuando a mettere sul piatto le riforme di cui prima ti parlavo, come lo schema di tutela dei depositi. Loro spingono molto per uno European redemption fund, cioè sostanzialmente un prototipo di eurobond. Non so se con la nuova Commissione [europea n.d.r.] ci saranno dei margini più ampi. Credo di no. Si gioca poco a livello di Commissione e si gioca molto a livello di Consiglio e quindi di capi di Stato. Però è un po’ tutta l’architettura dell’eurozona che andrebbe ripensata. Non è un discorso singolo su euro, Mes, unione bancaria, eccetera. Ci sono più pilastri che andrebbero rivisti completamente o su cui andrebbe fatto un ragionamento di un altro tipo.

Ho frequentato il Liceo Classico e studio Economia e Scienze Sociali. Temporaneamente a Milano, in realtà il mio cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove sono nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisco di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del mio Adriatico

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