Recovery Fund: un anestetico locale di breve durata

recovery fund

A più di due settimane dall’accordo sul Recovery Fund è possibile realizzare un primo bilancio del compromesso raggiunto dal premier Conte al Consiglio europeo.

Come sempre accade, le misure promosse da Bruxelles sono state accolte con toni trionfalistici dalla stampa nazionale. I giornalisti italiani, infatti, hanno tessuto le lodi della bravura di von der Leyen, della tenacia di Michel, della diplomazia di Conte e delle capacità di tutti gli altri attori che a loro dire hanno contribuito alla creazione di uno strumento innovativo ed efficace (il Recovery Fund, appunto). Insomma, è il solito giornalismo del sentito dire che guarda più alla forma che alla sostanza e, attraverso una narrazione acritica, preferisce riportare i fatti presentati dalla burocrazia al potere anziché verificarli.

Tuttavia, se si analizza concretamente lo strumento del Recovery Fund si scopre che nella realtà esso si manifesta come una specie di MES in salsa diversa. Come rivelato dal ministro Gualtieri durante la sua audizione in Commissione Bilancio, i prestiti del Recovery Fund (al pari di quelli del MES) godono del privilegio creditizio, un particolare che potrebbe provocare una juniorizzazione dei titoli di stato italiani e il conseguente aumento dei tassi di interesse sui titoli di nuova emissione. Inoltre, stando agli accordi del Consiglio europeo, la politica economica promossa dallo Stato beneficiario dei fondi dovrà passare dalla valutazione delle istituzioni europee. In altre parole, proprio come per il MES, anche nel caso del Recovery Fund sussiste un’influenza più o meno diretta degli Stati membri sulle misure di politica economica promosse dal Paese beneficiario. Dunque, la differenza con il MES comincia a farsi veramente sottile.

Tenuto conto delle considerazioni tecniche di cui sopra, l’aspetto più interessante resta quello politico. L’Italia otterrà dal Recovery Fund 81 miliardi a fondo perduto e 127 miliardi a titolo di prestito. In altre parole, il nostro Paese riceverà denaro dall’UE con cui pagherà (in maniera più o meno diretta) una parte del debito che la stessa UE vanterà nei nostri confronti.

Com’è possibile notare, ciò che la stampa italiana ha celebrato come un trionfo non è altro che un meraviglioso gioco di prestigio con cui si stanno anestetizzando le ferite di una crisi che ancora una volta colpirà i soliti noti. Ma il vero inganno sta nei numeri perché, nei meandri della burocrazia europea, nulla è “a fondo perduto”: ogni contributo, infatti, è il frutto di una compartecipazione economica da parte degli Stati membri. Quindi, occorre interrogarsi sul saldo netto tra dare e avere dell’Italia.

Secondo le stime dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), l’italia dovrebbe incassare un beneficio netto pari a 46 mld. Si tratta di cifre ottimistiche che tengono conto degli ultimi dati macroeconomici, sulla base dei quali l’UPB ha stimato un incremento delle concessioni a “fondo perduto” previste dall’accordo sul Recovery Fund (da 81 a 86 miliardi).
Scrive l’Ufficio Parlamentare di Bilancio:

Per arrivare a definire il beneficio/costo netto derivante dall’attivazione di NGEU devono essere valutati gli oneri di rimborso che ricadranno a carico di ciascuno Stato membro negli anni successivi. Una valutazione relativamente precisa di tali oneri è di difficile quantificazione. Secondo una stima “meccanica” dei contributi che ciascun paese potrebbe dover versare negli anni a venire, per l’Italia il beneficio netto ‒ definito come la differenza tra il totale dei trasferimenti ricevibili nell’ambito di NGEU e il contributo al rimborso del debito UE necessario per il suo finanziamento ‒ ammonterebbe a oltre 46 miliardi (a prezzi 2018), ovvero a circa il 2,6 per cento del PIL del 2019 (a prezzi 2018). In termini nominali, tale beneficio netto sarebbe il più elevato tra i paesi della UE.

Tuttavia, se queste stime non fossero confermate, stando alle cifre iniziali previste dall’accordo (81 miliardi a fondo perduto e 127 a titolo di prestito), il beneficio netto potrebbe aggirarsi intorno ai 25-35 miliardi. Dunque, tutta la lunghissima diatriba che ha interessato la politica europea, mentre la pandemia avanzava, si è compiuta per 20-50 miliardi. Cifre insignificanti per la macroeconomia e che certo non basteranno a risolvere una crisi dalla portata eccezionale.

Evidentemente, la situazione non appare sufficientemente drammatica agli occhi di politici e giornalisti che, attraverso la devota gratitudine mostrata nei confronti di Bruxelles, hanno manifestato tutta la loro comicità, trasformando la tragedia in una tragicommedia. Stando all’opinione comune, senza l’UE tutte le misure fin qui messe in campo non ci sarebbero state. Si tratta di un’affermazione che nella sua banalità contiene degli elementi di verità: senza l’UE, infatti, non ci sarebbero state la neutralizzazione della politica monetaria (affidata ad un’entità autonoma che risponde solo ai mercati), la demonizzazione del debito pubblico e tantomeno la restrizione della politica fiscale (sottoposta a vincoli privi di fondamento). Quindi, lo Stato avrebbe potuto realizzare le misure di politica economica senza dover sottostare ai diktat di altri Paesi e aspettare mesi per un misero compromesso.

Dunque è vero: tutto questo senza l’UE non ci sarebbe stato, perché non ce ne sarebbe stato bisogno.

Salvatore La Marca
Informazioni su Salvatore La Marca 8 Articoli
Sicano in ostaggio a Roma, laureato in Scienze Economiche e amante della birra (doppio malto alla Bersani). Nel tempo libero mi dedico alla ricerca della terra promessa.

Commenta per primo

Commenta