Salvare un matrimonio in crisi

euro bce

L’eurozona, di recente, non è stata un matrimonio felice. A partire dalla crisi dei debiti sovrani del 2012, quando ci si rese conto che forse forse una valuta comune per un area economica eccessivamente eterogenea non era una grande idea (come previsto da Robert Mundell tempo addietro) le tensioni tra i partner fecero palpabili, e lo sono tuttora.

La soluzione che si trovò allora fu di rivolgersi a un consulente matrimoniale, la Bce, che però non era in grado, da sola, senza la collaborazione dei coniugi, di sistemare le cose. Tutto quello che poteva fare era offrire il suo supporto (monetario). E lo ha fatto al massimo delle sue possibilità: garantendo liquidità più o meno illimitata ai “debitori più incalliti” attraverso il QE, e finanziando indefinitamente gli squilibri di bilancia dei pagamenti dei “lazzaroni meno produttivi”, attraverso Target2, ha fatto sì che il matrimonio non esplodesse in un dolorosissimo divorzio. Tuttavia, marito e moglie dormono ancora in due stanze separate.

Fuor di metafora, la Bce ha impedito il collasso di una struttura finanziaria e monetaria insostenibile e non autosufficiente: i saldi Target2 sono esplosi e i debiti pubblici non si sono ridotti. Ha quindi applicato la logica dell’eterno rifinanziamento dei debiti, che i professori Amato e Fantacci criticano nel loro libro “Fine della finanza”, dove spiegano come i sistemi finanziari moderni abbiano la tendenza a rimandare sempre di più la chiusura dei conti, cioè il pagamento di ciò che è dovuto.

Di quanto viene rimandata questa chiusura? Tendenzialmente, non c’è una data prefissata. Fintantoché nessuno si “sporca le mani” chiedendo la restituzione dei debiti, il gioco continua. E in Europa, dopo il 2012 e la santificazione di Draghi, nessuno vuole essere additato come colui che ha bruciato la bandiera blu a stelle (ne parlavo in questo articolo). 

Ciò nonostante, la tensione politica continua a sobbollire. I tedeschi e gli olandesi continuano a non vedere di buon occhio gli italiani e gli spagnoli (e vengono ricambiati con gli interessi), e i progressi sul completamento del progetto europeo, soprattutto dal lato fiscale, sono fermi, arenati tra una videocall e l’altra. Neanche il coronavirus, come si è visto, riesce a smuoverli.

È tempo però di rinegoziare gli accordi matrimoniali, per garantire un futuro all’unione (potete anche metterci la maiuscola). Magari non riusciremo a riportare i coniugi nella stessa stanza da letto, ma perlomeno si parleranno cordialmente a cena. E poi chissà…

Un’idea, a modesto parere dell’autore intelligente, per realizzare questo scopo, è quella che Joe Stiglitz, nel suo libro “L’euro. Come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa” definisce euro flessibile, ossia il creare diversi raggruppamenti valutari all’interno dell’eurozona, ciascuno con una sua moneta, senza tornare alle singole monete nazionali. Una divisione molto grossolana potrebbe essere quella tra EuroNord (Germania, Olanda, Danimarca, Finlandia) ed EuroSud (Paesi mediterranei più Francia). Ma altre partizioni più fini potrebbero essere immaginate.

Questa proposta ha numerosi vantaggi, spesso sommariamente liquidati sia dagli europeisti militanti che dai sovranisti più puri. Innanzitutto, per rispondere alle critiche degli europeisti, consente di preservare un framework multilaterale: non ci sarebbe un ritorno di massa alle monete nazionali, con annesse guerre valutarie e svalutazioni competitive; si potrebbe pensare di mantenere la decisione sugli aggiustamenti dei tassi di cambio in capo a un organismo comune, come l’Europarlamento. Poi, il commercio intraeuropeo verrebbe tutelato: se questa procedura di “spacchettamento valutario” venisse messa in atto ordinatamente, i tassi di cambio non fluttuerebbero troppo; e d’altronde, recuperata per l’appunto la leva del cambio, non sarebbe necessario imporre dazi alle importazioni per tutelare l’equilibrio della propria bilancia dei pagamenti.

Passando poi alle critiche dei sovranisti, questa soluzione rende comunque possibile evitare le dolorosissime svalutazioni interne, fine ultimo della mitica austerity, e consente di realizzare ordinate politiche espansive nei Paesi con tassi di disoccupazione inaccettabilmente alti da troppo tempo, come il nostro: se le “sub-eurozone” vengono decise con criterio, si avranno appunto delle aree valutari semi-ottimali, senza per forza dover tornare alla lira (o stampare Marco Tardelli che esulta nella finale dei mondiali ’82 sui minibot, come suggeriva in modo effettivamente simpatico Borghi).

Alternativamente, qualora si decidesse di rendere fluttuante il cambio tra le due o più sub-eurozone, in ossequio al dilemma di Triffin, si recupererebbe in pieno la leva del tasso di interesse e attuare politiche monetarie che siano nell’effettivo interesse delle economie reali a cui sono collegate. Per esempio, nell’eurozona Nord, si potrebbe avere un tasso di interesse più alto di quello attuale, vista la situazione di elevata occupazione e il costante timore dell’inflazione, argomento politicamente sensibile in quell’area. Inoltre i pensionati tedeschi potrebbero ritrovare un rendimento positivo sui propri risparmi; e i pensionati la CDU la votano…

Ma il vantaggio principale, che giganteggia probabilmente su tutti gli altri, è che verrebbe ristabilita la fiducia coniugale. Se il matrimonio potrà sostenersi senza il supporto del consulente coniugale, ossia senza le iniezioni continue e squilibrate di liquidità della Bce, i coniugi smetteranno di guardarsi in cagnesco. I tedeschi e gli olandesi saranno meno propensi a considerare noi mediterranei come degli spendaccioni irredenti, e viceversa noi mediterranei saremo meno propensi a considerare gli amici del Nord come dei flagelli biblici che vogliono fare a pezzi il nostro welfare State.

L’avvocato del diavolo a questo punto potrebbe chiedere: ma è una soluzione realizzabile? Si, perlomeno più degli eurobond. Così come noi non possiamo forzare i tedeschi a mutualizzare i debiti, loro non possono forzarci a mantenere l’attuale struttura dell’euro. Il proverbiale manico del coltello passerebbe nelle mani dei Paesi del Sud.

C’è uno svantaggio ovvio, però, se si parte da una posizione europeista, o quantomeno europeista critica come quella dell’autore: si farebbero dei passi indietro nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Se prima avevi perlomeno l’unione monetaria, senza quella fiscale, con questo sistema non avresti nessuna delle due. 

Ma per capire perché questa cosa, in fondo, non è affatto un dramma, mi rifarò… alla prima guerra mondiale. Durante il conflitto, l’esercito tedesco mise in atto un particolare accorgimento tattico, di grande successo sul campo, chiamato difesa elastica: in pratica, il comando tedesco accettava di arretrare la linea e perdere terreno, di fronte a un attacco nemico, per recuperare forze e poter contrattaccare con successo, visto l’allungamento delle linee di approvvigionamento avversarie.

Ecco, per quanto riguarda il futuro dell’Unione (potete anche metterci la minuscola), gli europeisti dovrebbero essere un po’ più… tedeschi.

Federico Bindi
Informazioni su Federico Bindi 2 Articoli
Studente di Economia e Scienze Sociali, classe 1997, appassionato di teoria monetaria e finanziaria. Ama leggere Stephen King, videogiocare in compagnia e (purtroppo) il Milan

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