Quando la sinistra francese scelse l’austerità

Nella dialettica politica contemporanea, in particolar modo a seguito della pandemia e della crisi climatica, le contraddizioni del modello di sviluppo neoliberale hanno stimolato un dibattito sulle sue possibili alternative. Meno spazio, invece, è dedicato agli eventi che hanno portato all’affermarsi della fase neoliberale della nostra storia comune e le ragioni di essa. Centrale in questo contesto, ma quasi del tutto rimosso, è stato il ruolo della Francia negli anni ’80 e in particolare dell’allora dominante Partito Socialista Francese, le cui scelte cambiarono per sempre il volto del paese e dell’intero continente.

“Il nostro obiettivo non è quello di modernizzare il capitalismo o temperarlo, ma di rimpiazzarlo con il socialismo“. Con queste parole al congresso del Partito Socialista Francese, due anni prima della sua elezione a primo presidente socialista della Quinta Repubblica nel 1981, François Mitterrand espone un radicale piano di governo.

Personaggio di indubbio carisma, la figura di Mitterand ha una forza polarizzatrice tutt’oggi, a 25 anni dalla sua morte. L’aura da “rivoluzionario leninista” che potrebbe trasparire dalle sue parole poco si addice a una personalità ben più complessa, che più di ogni altra cosa era abile nei giochi di palazzo. Avvicinatosi alla politica in gioventù nell’area della destra estrema come sostenitore del governo collaborazionista di Vichy, ma convertitosi nel 1943 alla resistenza antifascista, ha nel corso della sua lunga carriera politica tentato più volte la corsa presidenziale senza successo.

Sebbene avesse sempre mantenuto posizioni moderate, con ombre gettate dal suo ruolo prima come ministro dell’interno e poi della giustizia nella repressione dell’anticolonialismo in Algeria, nel corso degli anni ’70 diviene instancabile sostenitore di un’alleanza con l’enorme Partito Comunista Francese, che al tempo raccoglieva più del 20% dei voti e rappresentava larghe fasce del proletariato francofono. Tale iniziativa, del tutto tattica e ben poco ideologica, ha come risultato l’adozione di un programma di sinistra radicale che porta i socialisti e i comunisti al potere nel 1981 per la prima volta dall’esperienza del Fronte Popolare del 1936.  

La vittoria dei socialisti alle presidenziali del maggio 1981 viene accolta da immensi festeggiamenti, con le masse che spontaneamente riempiono Piazza della Bastiglia per celebrare l’evento. La sconfitta della destra, nella figura dell’ex presidente Valéry Giscard d’Estaing, viene vista come una rottura rispetto al rigido programma di austerità economica applicato a seguito della crisi petrolifera del 1973, che poneva il controllo dell’inflazione e del debito pubblico come primaria via per non far perdere competitività all’industria francese.

Le riforme messe in pratica da Mitterrand a seguito della sua elezione, sebbene non più anticapitaliste, consistevano in un approccio keynesiano radicale. Per questa ragione, viene attaccato dalla speculazione nei mercati finanziari internazionali sin dal primo giorno. Tra le principali riforme sociali introdotte troviamo la settimana lavorativa di 39 ore, l’innalzamento delle ferie obbligatorie a 5 settimane l’anno e l’aumento del salario minimo. L’età pensionabile viene diminuita e le pensioni incrementate notevolmente, con l’introduzione di piani per il diritto alla casa, mentre la spesa per sanità e educazione viene sostenuta con notevoli fondi aggiuntivi.

Particolare attenzione merita la nuova politica industriale del governo socialista. Un esteso piano di nazionalizzazioni coinvolge sia vari conglomerati finanziari, sia numerose imprese del settore manifatturiero. Il fine è quello di affrontare la crisi del capitalismo internazionale attraverso un massiccio intervento statale a favore dell’occupazione, coerente con la tradizione francese di stretta alleanza tra stato e capitale nel sostenere la crescita economica. Agli occhi di Mitterrand la risposta alla crisi deve essere netta, seppur l’approccio dei socialisti incontri notevole opposizione tra vari apparati del potere finanziario e apparati dello Stato, come parte della dirigenza della Banca di Francia, che in quel periodo persegue una politica monetaria restrittiva.

L’effetto nel breve termine della politica fiscale espansiva del governo è un allargamento del deficit della bilancia commerciale francese, con un aumento delle importazioni sempre superiore alle esportazioni, come risultato dello stimolo della domanda attraverso un aumento dei redditi. Insieme a ciò, l’inflazione aumenta portando nel complesso alla necessità di svalutare il franco per recuperare competitività. Ai tempi la Francia aderiva allo SME, il Sistema Monetario Europeo, un regime monetario che obbligava le banche centrali europee a mantenere, entro un certo intervallo, un cambio fisso comune tra le valute, che le banche centrali difendevano acquistando e cedendo valuta estera.

Nel 1982, appare evidente che i partner della Francia non sono più disposti a sopportare svalutazioni del franco e gli USA stessi si rifiutano di supportare economicamente il governo socialista senza l’introduzione di misure di austerità. Le strade per Mitterrand sono due: sottomettersi alle pressioni internazionali e rinunciare al suo programma riformista o uscire dallo SME e introdurre draconiane restrizioni alla libertà di movimento dei capitali finanziari proseguendo lungo la strada degli obiettivi socialisti. Tra l’autunno del 1982 e l’inizio del 1983 la tempesta valutaria contro il franco continua, rendendo la prospettiva dell’esaurimento di tutte le riserve di valuta estera della Banca di Francia sempre più probabile, nel tentativo di difendere la stabilità della moneta.

La crisi economica diventa crisi politica, con il gabinetto socialista diviso nella scelta. Sebbene Mitterand fosse inizialmente a favore dell’uscita della Francia dallo SME, l’ala a favore dell’austerità guidata da Jacques Delors usa per convincere il presidente lo spauracchio di una svalutazione del franco del 20%, con relativo aumento dell’inflazione e dei costi del debito pubblico, in caso di uscita dal regime di cambio fisso.

La soluzione “albanese”, come è stata chiamata quella di uscire dallo SME, viene scartata per la convinzione da parte di sempre un maggiore numero di socialisti che i controlli di capitale tendano a punire la classe media piuttosto che le classi più agiate. Questo cambio di paradigma ideologico avviene in un periodo storico in cui il neoliberismo ha iniziato il suo corso nel mondo anglosassone esercitando influenza su economisti di tutto il vecchio continente e in conseguenza della grande difficoltà avuta fin a quel momento a impedire le fughe di capitali, nonostante le leggi sempre più rigide.

La politica del rigueur introdotta nel marzo 1983 viene vista come il fallimento storico della “via francese al socialismo”. Nel giro di un anno, i ministri comunisti sono usciti dal gabinetto e il nuovo obiettivo del governo diviene la stabilità dei prezzi, non più la piena occupazione. La liberalizzazione finanziaria, progressivamente, inizia. Le ripercussioni a livello europeo del cambio di rotta della Francia, che da sempre aveva posto il veto su ogni possibilità di liberalizzazione dei capitali nella Comunità Europea, si manifestano in un’accelerazione nel processo di integrazione.

Agli occhi dei socialisti francesi, i controlli di capitale sono strumenti ormai arcaici, perfettamente sacrificabili sul tavolo dei negoziati con i vicini tedeschi al fine di creare un’Europa multilaterale in cui trovare il proprio spazio. L’accordo con la Germania include la creazione di un’area con la piena libertà di movimento dei capitali, in cambio di una moneta unica gestita da una nuova autorità centrale, in modo che, a differenza del marco, non faccia gli interessi esclusivamente tedeschi. L’euro viene così pianificato, sacrificando le restrizioni finanziarie contro la speculazione, come voluto dai dettami neoliberali.

La tragedia della sinistra francese è una storia poco raccontata, ma con importanti lezioni. La prima presidenza Mitterrand è stata caratterizzata da una congiuntura economica internazionale già molto sfavorevole, dovendo tuttavia affrontare un muro di interessi sia interni che esterni al paese rappresentati da influenti centri di potere, in particolare finanziari. Gli alleati occidentali hanno rifiutato categoricamente una soluzione diversa da quella dell’austerità e ogni tentativo di trovare un compromesso è fallito. Ciò di fronte a un programma che in realtà non aveva l’intento di mettere fine al capitalismo, ma di salvarlo cercando di tutelare la collettività.

I progetti di miglioramento della società, per quanto convincenti sul piano teorico, devono alla prova dei fatti tenere in considerazione la distribuzione del potere in un dato periodo storico ed i loro promotori devono essere disposti a scelte politicamente difficili, con l’unica alternativa di deludere quell’elettorato che, al cambiamento, realmente ci ha creduto.

Riferimenti

[1] Duchaussoy, Vincent. Les Socialistes, la Banque de France et le <<Mur d’Argent>>. Presses de Sciences Po. 2011/2 n°10.

[2]Birch, Jonah. “The Many Lives of François Mitterrand“. Jacobin Magazine. 8th September 2015. Link: https://www.jacobinmag.com/2015/08/francois-mitterrand-socialist-party-common-program-communist-pcf-1981-elections-austerity/

[3] Helleiner, E. (1994). States and the Reemergence of Global Finance: From Bretton Woods to the 1990s. Cornell University Press.

[4] Abdelal, R. (2007). Capital Rules: The Construction of Global Finance. Cambridge, Harvard University Press.

Classe '99, studente di economia con un debole per la storia contemporanea. Ostinato, analitico, con tante ambizioni. Sempre pronto alla discussione, ancora meglio se davanti ad una birra.

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