Smith Ricardo Marx: l’origine del pensiero economico – Letture Kritiche

pensiero economico

Lo scopo di questo articolo è quello di ripercorrere la storia del pensiero economico, mettendo a tema la cosiddetta corrente classica dell’economia, cercando in particolar modo di fornire un affresco della teoria del valore-lavoro.

Il lettore mi perdonerà per la lacunosità e l’incompletezza delle questioni affrontate. Il tentativo è però necessario, dato che la teoria marginalista continua ad occupare le aule delle facoltà di economia in maniera pressoché totalitaria. La nostra guida per questo scorcio dell’economia classica è Claudio Napoleoni (1924 – 1988) e il suo fondamentale testo Smith Ricardo Marx (1970), ormai tenuto impolverato in quelle biblioteche universitarie disposte ad ospitarlo.

L’introduzione dell’opera si rivela preziosa, perché risponde alla domanda sulla nascita della scienza economica come disciplina autonoma rispetto alle altre scienze cui era tradizionalmente legata: la filosofia, il diritto, la politica… Interrogarsi sull’origine del pensiero economico significa, sostanzialmente, porre in questione la nascita del capitalismo, dato che l’economia riuscirà a ritagliarsi uno spazio proprio nel campo del sapere solo quando avrà come oggetto specifico di indagine il modo capitalistico di produzione.

A differenza delle economie precapitalistiche, spiega Napoleoni, il capitalismo prende sul serio la nozione di sovrappiù: esso coincide con quella parte residuale del prodotto sociale complessivo che eccede la reintegrazione dei mezzi di produzione e dei mezzi di sussistenza necessari per la riproduzione della vita del lavoratore. Le forme di vita feudali destinavano il sovrappiù ad attività estranee al processo economico: il consumo delle classi signorili, la guerra, le attività pastorali… insomma, tutto ciò che era ritenuto essenziale e degno per lo status civile dell’epoca.

In questo modo, in quanto interamente consumato, il sovrappiù corrisponde al termine del processo economico. Nel capitalismo, invece, il sovrappiù viene reimpiegato per l’allargamento del sistema produttivo. In un processo circolare continuamente in moto, il sovrappiù è, nel contempo, compimento ed origine del processo produttivo; tutto ciò che è fuori viene fagocitato ed immesso in questo circolo. Qui sta l’origine del discorso capitalistico ed economico.

I fisiocratici

Il capitalismo si configura pienamente come oggetto dell’economia soltanto nel Settecento grazie ai fisiocratici. Confrontando i vari settori dell’economia (agricolo, artigianale, manifatturiero), i fisiocratici notarono che soltanto il settore agricolo riusciva a garantire l’allargamento del sovrappiù adottando un metodo di produzione tipicamente capitalistico. Il termine fisiocrazia deriva appunto dal greco φύσις, natura. E’ bene collocare storicamente il perimetro concettuale dei fisiocratici, innervato nella struttura economica della Francia del Settecento.

Di più: i fisiocratici considerano la produzione in termini fisici e non come creazione di valore, manca cioè una teoria del valore che permetta di comparare merci materialmente diverse in criteri omogenei di misurazione: i prezzi. Riconoscendo alla fertilità naturale della terra l’origine del sovrappiù, che i fisiocratici chiamano prodotto netto, essi rilevano che il prodotto netto è costituito dagli stessi beni impiegati come mezzi di produzione e di sussistenza dei lavoratori, accettando di conseguenza come dati i prezzi di mercato.

Nonostante la mancanza di una teoria del valore, il grande contributo della fisiocrazia per la storia del pensiero economico è stato quello di aver indagato nel processo produttivo l’archè del prodotto netto (sovrappiù) e non nella sfera dello scambio. Un altro aspetto rilevante della fisiocrazia è l’individuazione delle classi sociali: la classe produttiva, la classe sterile, costituita da tutti coloro che non producono sovrappiù e infine la classe dei proprietari fondiari, gli unici che partecipano alla distribuzione del prodotto netto.

Smith

Il pensiero filosofico ed economico di Adam Smith (1723 – 1790) ha come sfondo la rivoluzione teorica di Thomas Hobbes nel campo dell’etica e della storia delle idee: quest’ultimo sovverte l’idea di diritto naturale di ascendenza cristiana in base alla quale l’ente-uomo si definisce secondo la propria essenza, che proviene dalla norma fondamentale che governa il creato. Tale essenza può darsi solo all’interno della società civile (mai in uno stato precedente ad essa), dove i doveri hanno la precedenza sui diritti, poiché sono la condizione di realizzabilità dell’essenza.

Ebbene, Hobbes manda in frantumi questa interpretazione del diritto naturale: per il filosofo, gli enti si definiscono in funzione della potenza. La domanda fondamentale non è più “cosa deve un corpo?” ma “cosa può un corpo?”. Il filosofo inglese introduce l’idea di conflitto tra le relazioni sociali e, declinandolo in senso pessimistico, ciò per Hobbes significa che ognuno mira alla propria conservazione, non avendo remore a sopraffare l’altro in una lotta senza fine per la sopravvivenza. Gli individui decidono allora di alienare i propri diritti a favore dello Stato che garantisce l’ordine e la pacifica convivenza all’interno della società civile.

Smith cerca di ricostruire l’armonia nell’ordine sociale, inficiata dalle idee di Hobbes, ponendo l’economico alla base della società civile, separando l’ambito della morale, caratterizzata dalla “simpatia” e da un naturale sentimento di umanità verso l’altro, da quello della sfera economica, in cui l’armonia e l’ordine sono garantiti da una mano invisibile: ognuno, perseguendo il proprio interesse, contribuisce al naturale sviluppo della società.

Le riflessioni di Adam Smith si sono rivelate decisive per la formulazione di una teoria del valore di scambio delle merci. In un’economia primitiva che precede l’appropriazione della terra e l’accumulazione del capitale, i beni si scambiano secondo la quantità di lavoro necessario a produrli (lavoro incorporato). In questa fase, il lavoro contenuto coincide con il lavoro comandato, ovvero la quantità di lavoro che una merce può acquistare (comandare). In un’economia capitalistica, tuttavia, questa identità si spezza e il lavoro comandato risulterà superiore al lavoro incorporato, perché il valore di una merce comprenderà, oltre al salario, il profitto e la rendita; dunque una merce potrà comandare anche quella quantità di lavoro uguale, in valore, a quella parte del prezzo della merce che corrisponde al sovrappiù, cioè rendita e profitto.

A questo punto, però, si giunge ad un errore metodologico da parte di Smith: il prezzo naturale di una merce è il risultato della somma di salario, profitto e rendita, calcolati in una situazione di equilibrio, al riparo cioè dalle fluttuazioni temporanee di domanda e offerta. Tuttavia, essendo gli stessi saggi naturali del salario, profitto e rendita dei valori, occorrerebbe individuare da che cosa sono, a loro volta, determinati. Perciò, ammettere il lavoro comandato come elemento determinante dei valori di scambio implica un circolo vizioso. Nonostante il sostanziale fallimento dell’analisi di Smith, proprio attraverso la teoria del lavoro comandato, egli coglie un aspetto cruciale: è il lavoro a produrre il sovrappiù in tutti i settori dell’economia, non più la fertilità naturale della terra in agricoltura, come credevano i fisiocratici. La divisione del lavoro è in grado di aumentare enormemente le capacità produttive del lavoro; il livello dei salari è l’esito di fattori storico-politici.

Ricardo e Marx

Il principale merito di David Ricardo (1772 – 1823) è stato quello di aver legato la teoria del valore alle condizioni di produzione delle merci: i valori di scambio corrispondono alla quantità di lavoro contenuto nelle merci e nei mezzi di produzione occorsi a produrle. Per Smith, invece, i prezzi rimandano alle quantità di lavoro con cui le merci si scambiano. Secondo Ricardo, il fatto che parte del valore di scambio sia costituita da profitto e rendita e quindi ecceda la remunerazione destinata ai lavoratori, non impedisce affatto che le merci si scambino secondo le quantità di lavoro in esse contenute: tanto in un’economia precapitalistica quanto in una società di mercato, il lavoro incorporato determina il valore delle merci.

Smith decide di abbandonare la teoria del valore-lavoro in quanto non riesce a spiegare perché, quando il capitale comanda la merce forza-lavoro, alla fine del processo produttivo apparirà una merce il cui valore è superiore a quello dei beni-salario che remunerano il lavoro. Se una merce A, ad esempio, contiene 100 ore di lavoro, fornite da lavoratori la cui sussistenza corrisponde a 50 ore di lavoro, attraverso la merce A si può fornire la sussistenza a un numero di lavoratori capaci di erogare 200 ore di lavoro; allora il lavoro contenuto sarà pari a 100 e il lavoro comandato sarà 200.

Ricardo si affretta a concludere che il valore di scambio delle merci corrisponde al lavoro contenuto in esse: ed è a questo punto che Napoleoni critica Ricardo, perché non tiene conto di un aspetto che invece Smith coglie perfettamente: esiste una quantità di lavoro che eccede quella che produce beni-salario. La critica di Napoleoni a Ricardo si articola utilizzando la distinzione introdotta da Marx (1818-1883) tra forza lavoro e lavoro, che consente di spiegare la determinazione del plusvalore, ovvero profitto e rendita.

Il lavoro complessivamente erogato si divide in due parti: il tempo di lavoro necessario a riprodurre il valore della forza-lavoro e il pluslavoro, cioè il tempo di lavoro supplementare non retribuito. In questo modo, nello scambio tra capitale, cioè la quantità di lavoro contenuta nell’insieme dei beni salario e quantità di lavoro contenuta nella forza-lavoro, le due quantità risultano identiche. Perciò il principio del lavoro incorporato è fin qui salvo. Ma l’utilizzo della forza-lavoro all’interno del processo produttivo determina la trasformazione del lavoro contenuto in lavoro vivo, il quale è maggiore del lavoro contenuto nella merce forza-lavoro ed è proprio il lavoro vivo a “tradire” la teoria del valore-lavoro, cioè l’idea, ripetiamo, secondo cui le merci si scambiano sulla base di quantità di lavoro in esse incorporate.

Il grande merito della teoria del valore-lavoro sta proprio nella sua contraddizione: la quantità di lavoro non è un’astrazione logico-mentale ma è in realtà il tempo, è il tempo della nostra vita, che comprende il nostro tessuto emozionale, cognitivo e linguistico. Il lavoro come soggettività rappresenta un’eccedenza, un’incommensurabilità che il capitale cerca continuamente di inglobare nel suo circolo, ma costituisce allo stesso tempo la sua “scheggia nelle carni”.

Ho conseguito la laurea magistrale in scienze filosofiche presso l'Università di Roma Tre, discutendo una tesi sull'evoluzione storica del capitalismo. Sono attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in scienze economiche presso la stessa Università. Credo molto nel sapere come strumento di emancipazione personale e sociale. Credo molto poco nel sapere che si compiace di se stesso.

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