Socialismo all’islandese: come l’Islanda è fuori dal contagio

Una piccola isola con delle cifre che sono impressionanti, talmente straordinarie da sembrare quasi surreali. Parliamo dell’Islanda dove dall’inizio della pandemia (al 22 aprile 2021) ci sono stati in tutto 29 morti per il Covid-19.

Si tratta di 29 morti su 366 mila abitanti: uno dei tassi di letalità più bassi del mondo. Le vittime sono, pertanto, 8,5 per ogni 100 mila persone. Come si spiega un risultato come questo? È davvero solo frutto di una collocazione fortunata da un punto di vista geografico?

Fiducia nella scienza, lockdown mirati e tracciamento avanzato hanno permesso all’Islanda di uscirne quasi completamente indenne. Nonostante sia stata appena dichiarata la prima nazione europea ad essere Covid-free, l’allerta non è svanita per via di un sospetto caso di variante inglese, che potrebbe far prolungare ancora taluni provvedimenti.

Pensiamo al primo pacchetto di misure adottate dal governo islandese di un valore stimato di 380 milioni di euro e concentrato, tra le altre cose, sugli aumenti salariali per gli operatori sanitari, maggiori rimborsi per la ricerca e lo sviluppo e i contributi aggiuntivi all’innovazione.

Inoltre, esso riuscì immediatamente a fornire sostegno a gruppi vulnerabili come i disoccupati, gli studenti e i sussidi alle piccole imprese che sono state costrette a chiudere.

La strategia di Katrin Jakobsdóttir è stata diametralmente opposta all’ondata di sgravi e condoni che ha caratterizzato, proprio recentemente, il nostro paese. Considerato, inoltre, che l’Islanda è l’unico paese europeo dove troviamo una premier di sinistra radicale alla leadership del paese. [1]

132 milioni di euro sono stati stanziati immediatamente per i trasporti, l’edilizia pubblica, le infrastrutture tecnologiche. [2] Il governo ha pensato anche una campagna di marketing per incoraggiare gli islandesi a viaggiare sul territorio nazionale nei prossimi mesi. Oltre a progettare di aprire il paese a coloro che sono stati vaccinati.

Il Tesoro sosterrà l’economia con entrate fiscali rimodulate e maggiori spese, a causa delle condizioni economiche delle fasce più deboli. Queste misure di ampia portata integrano le azioni intraprese dalla Banca centrale, ovvero riduzioni dei tassi di interesse, obblighi di riserva minimi e riserve di capitali anticicliche.

La figura di Katrin Jakobsdóttir è senza dubbio una delle più illuminate ed innovative della sinistra radicale, oltre che europea, mondiale. Ciò ancor prima che con il suo coraggio riuscisse a fronteggiare con efficacia la pandemia di coronavirus.

Convinta euroscettica – celebre fu la sua frase: stiamo meglio fuori dall’UE, e la NATO non piace al mio partito – è anche emblema del radicalismo verde ed artefice di un nuovo socialismo ecologico.

Sotto il suo Governo l’Islanda ha fatto scuola in Africa su come sfruttare l’energia geotermica del sottosuolo: Reykjavik è stata infatti protagonista del programma green delle Nazioni Unite dedicato ad innescare una nuova rivoluzione energetica nell’Africa dell’Est. [3]

Nella Grande Rift Valley ci sono condizioni simili a quelle islandesi e la popolazione di Eritrea, Etiopia, Kenya, Ruanda, Tanzania e Uganda ha bisogno di metodi innovativi e puliti per ricavare energia.

L’Islanda è infatti una nazione prettamente vulcanica e sicuramente ciò è stato un grandioso regalo che la natura ha fatto a questa terra estrema. Essendo dunque una vera e propria pioniera del geotermico, perché non esportare queste conoscenze?

Sono avvenuti grandi progressi da quando questa innovativa forma di produzione di elettricità è stata lanciata all’inizio del secolo scorso. E non trascurabili sono i vantaggi finanziari.

Il solo riscaldamento geotermico consente di risparmiare un massimo di circa 100 miliardi di ISK (corone islandesi) all’anno, che equivalgono a circa 730 milioni di EUR. Inoltre, a questi calcoli sono esclusi gli enormi benefici ambientali che derivano dalla riduzione delle emissioni.

E sempre in Islanda vige una legge, sul tema la più severa al mondo, che impone a istituzioni pubbliche e private, banche e datori di lavoro con più di 25 dipendenti di assicurare pari retribuzione alle donne a pari qualifica con gli uomini, pena multe salatissime (50mila corone islandesi, pari a circa 450 euro). Katrin Jakobsdóttir ha dato infatti tempo fino al 2020 alle aziende di adattarsi, fino al 2025 per le più piccole.

Nella sua azione politica troviamo, fin dagli inizi, un tentativo di trasformazione radicale della società in senso egualitario, femminista ed ecologista. [4] Un nuovo “ecofemminismo” che mira a sradicare ogni substrato reazionario, in uno dei paesi più avanzati al mondo in termini di gender equality e di tutele ambientali:

“L’ambientalismo […] è anche cambiare il sistema in cui viviamo. Il capitalismo lavora contro i nostri interessi ecologici – ruota attorno all’aumento dei consumi e della crescita, ma la sostenibilità necessita la riduzione di queste cose. In Islanda abbiamo risorse rinnovabili altamente sviluppate. Il nostro obiettivo è espanderle e usarle e iniziare un processo di transizione verso nuove industrie e un’economia più sostenibile.” (Katrin Jakobsdóttir)


Riferimenti

[1] https://www.largine.it/index.php/islanda-un-governo-guidato-dalla-sinistra-verde-intervista-alla-leader-katrin-jakobsdottir/

[2] https://www.invest.is/press–media/news/invest/economic-and-stimulus-response-to-covid-19/313

[3] https://www.italiaoggi.it/news/l-islanda-ora-punta-sull-idrogeno-e-fa-scuola-in-africa-per-la-geotermia-2457738

[4] https://www.bbc.com/news/world-europe-56412790

Yahia Al Mimi è nato a Pavia il 2/3/1999. Scrittore e teorico, studia Medicina e Chirurgia all’Università degli Studi di Genova. Autore di “Storia di Miraggi Interplanetari e Interspecie” - racconto segnalato e inserito nella raccolta “Terra Viva” (2017) - e di “Over The Politics. Populismi, sovranismi e regionalismi nel mondo globale” (Santelli, 2020), si occupa di tematiche inerenti al socialismo, al bioregionalismo e all’adattamento del pensiero di Mouffe-Laclau alle realtà mediterranee. Fa parte di Foreign Friends of Catalonia e indaga la dimensione agonistica del Politico, reinventando il concetto di “democrazia radicale”.

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