Risparmiare sui parlamentari è davvero una buona idea?

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Pubblichiamo il commento di Beppe Vandai, attento osservatore dell’attualità europea, al referendum sul taglio dei parlamentari.

In occasione della proposta di riforma costituzionale del governo Renzi, nel mio piccolo, mi ero speso invitando a votare sì; la riforma intendeva soprattutto superare il doppione del bicameralismo perfetto. 

Il popolo bocciò quella riforma, credo soprattutto per ragioni di opportunità politica. La grande maggioranza degli elettori non giudicò che in minima parte nel merito. Vide invece in Renzi un uomo politico incapace di affrontare la grave crisi che stava attraversando il Paese. Invece di rafforzarlo lo bocciò. Il discorso costituzionale ne fece le spese.

Questa lettura strettamente politica dell’esito di quel referendum era ed è suffragata dal fatto che le linee generali di quel progetto di riforma costituzionale, nel passato, anche lontano, erano state, ora in un’occasione, ora in un’altra, più o meno condivise da quasi tutte le forze politiche. Questo fu il motivo principale per cui Renzi si sentiva già la vittoria in tasca; tanto da volerla addebitare solo a se stesso. Invece di costruire un vasto consenso, consultando e coinvolgendo le opposizioni, trattò la Costituzione come uno strumento della battaglia politico-partitica. Fu lui dunque ad innescare la miccia dell’ interpretazione politico-partitica della riforma costituzionale. Il popolo capì… e rispose a tono

Ora, credo, siamo di nuovo ad un uso improprio di un tema costituzionale

È noto a tutti che la proposta di riduzione del numero dei deputati da 630 a 400, dei senatori eletti da 315 a 200 e dei senatori a vita, di nomina presidenziale, da 7 a 5, proviene dal Movimento 5 Stelle. È un suo cavallo di battaglia “storico” – volendo scomodare questo aggettivo. In esso i grillini vedono un colpo mortale alla “casta”, che si sarebbe indebitamente arricchita a spese dei comuni ed onesti cittadini. A loro modo di vedere la causa principale per il declino del nostro Paese consisterebbe nell’uso privatistico delle cariche pubbliche, ovvero nel tradimento del mandato popolare da parte dei politici e degli amministratori pubblici di tutti i livelli. Non a caso il loro grido di battaglia che risuonava nelle piazze fino alla noia era “onestà! onestà! onestà!”

Non mi dilungo troppo su questa tesi balzana. Ho scritto più volte sulle cause del declino economico-sociale del nostro Paese. Riassumo in breve. L’origine primaria della nostra crisi consiste nel fatto che le nostre classi dirigenti degli anni ottanta e novanta, invece di rafforzare la grande industria nazionale, per lo più “a partecipazione statale”, l’ hanno smobilitata e svenduta – sull’altare dell’integrazione europea – alla nostra grande borghesia “vendedora” (così la chiama il prof. Giulio Sapelli).

Borghesia che non vedeva l’ora di reinvestire i proventi della propria imprenditoria e della rivendita dei capitali acquisiti dallo Stato nelle laute rendite del capitale finanziario o dell’ “onorevolissima industria del pedaggio” (vedi Benetton). Non si dimentichi mai che i principali registi di questa trasformazione furono Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi e che ad eseguirla fu il tanto osannato Mario Draghi

A fare il paio a questa dismissione tafazziana della politica industriale italiana fu la bella pensata di rinunciare alla sovranità monetaria, costruendo l’Euro sotto i dettami e gli interessi della classe politica e industriale tedesca. Perdendo competitività da prezzo, per via dei mancati aggiustamenti nei rapporti di cambio, si mandava allo sbaraglio un apparato industriale frammentato, già affetto da nanismo e lo si condannava anche a perdere posizioni nella competitività tecnologica e oligopolistica. Data la forte riduzione degli utili, non c’è da meravigliarsi che furono la produttività del lavoro e del capitale a farne le spese, e da ultimo l’occupazione e la qualità e la remunerazione del lavoro (disoccupazione, dilagare delle forme precarie del lavoro e bassi salari). 

Orbene, mettere in ombra le dimensioni di questa svolta storica – e qui l’aggettivo è pertinente – per puntare i riflettori sulla più o meno presunta corruzione dei politici italiani è una mossa da falsari, con cui si distrae il pubblico, indicandogli un obiettivo “facile e appariscente” perché non si occupi invece di quello “difficile”. Se ricorriamo a un’altra metafora, è come se un medico dicesse ad un paziente che soffre di terribili mal di testa che ha un problema alla cervicale, quando invece è affetto da una neoplasia cerebrale. 

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Ma ora facciamo un passo indietro. Fingiamo che, con l’attuale referendum, non siamo alle prese con l’ennesimo tentativo di strumentalizzare una riforma costituzionale per interessi di bottega politica. Quali sarebbero i motivi di natura costituzionale che dovrebbero suffragare il sì alla riduzione del numero dei parlamentari?

Con la riforma, si tocca il principio della rappresentatività.  Che dire in proposito? 

A livello qualitativo, il principio fondamentale della nostra Costituzione rimane salvo. Resta infatti in vigore l’articolo 67 che, saggiamente, recita così: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.” [corsivi miei]. 

Il vincolo di mandato, tanto caro ai grillini, che lo hanno sbandierato a lungo come la mossa per ridare potere al popolo, sarebbe una vera sciagura. Darebbe l’illusione all’elettore di fare del rappresentante che si è scelto un esecutore fedele di un programma preelettorale “steso insieme”, un programma che dovrebbe avere queste due “semplici” caratteristiche: essere dettagliatissimo ed essere in grado di prevedere esattamente il futuro. 

Per di più depotenzierebbe il Parlamento come organo delegato a gestire la sovranità popolare nel suo insieme, nella sua pienezza, e nel vivo di un dialogo razionale tra le componenti del Parlamento. Il vincolo di mandato in fondo vive di una finzione assurda. Finge di rendere i parlamentari dei meri esecutori di un consesso ideale, il popolo, che però non può riunirsi costantemente a consulto. È certamente una trovata di bassa lega populistica. Per ora i grillini lo hanno messo nel cassetto. Ma sarà sempre così? Perché dovremmo incoraggiarli nei loro progetti di riforme costituzionali?

A livello quantitativo si indebolirebbe la rappresentatività del Parlamento, ma questo avrebbe anche una ricaduta qualitativa. Con l’attuale dettato costituzionale (artt. 56 e 57) oggi in Italia, un singolo membro della Camera dei deputati viene a rappresentare circa 80.500 aventi diritto al voto. Con la riforma di quegli articoli proposta dal M5S, ogni deputato rappresenterebbe invece quasi 127.000 aventi diritto al voto. Il rapporto numerico, tra elettori ed eletto diventerebbe più debole. Dunque la ‘voce del popolo’ diverrebbe più fioca. Non si capisce perché i paladini del vincolo di mandato siano al tempo stesso i paladini della riduzione dei parlamentari. Con la prima misura vorrebbero dare più voce in capitolo al popolo, con la seconda invece farebbero il contrario. Forse a loro piacciono i giochi a somma zero? Oppure è l’aspetto sparagnino-genovese, legato alla richiesta dell’onestà, ad aver giocato un brutto scherzo ai loro cervelli? 

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Ma passiamo a vedere come stanno le cose in Paesi democratici di dimensioni simili al nostro. In Francia l’ Assemblée Nationale ha 577 deputati ed il rapporto rappresentanti/aventi diritto al voto è di circa 1 a 82.300. In Gran Bretagna, la Camera dei Comuni ha 650 membri ed il rapporto rappresentanti/aventi diritto al voto è di circa 1 a 72.400. 

In Germania la situazione è particolarmente interessante. Il Bundestag non ha un numero fisso di deputati. Esso varia di legislatura in legislatura perché una parte dei deputati (in teoria, suppergiù la metà) viene scelta con il sistema maggioritario, ma il sistema è nel suo complesso rigorosamente proporzionale. Al momento del voto, l’elettore dispone di due schede elettorali. Con l’una sceglie un candidato della componente maggioritaria, con l’altra un candidato per la componente proporzionale. Ben si badi, con questa seconda scheda viene determinata la ripartizione globale, proporzionale, dei seggi.

Il numero dei collegi uninominali è fissato, dal 2002 in poi, in 299.  Qui sono in palio i cosiddetti Direkmandate (mandati diretti). L’elezione è ad un solo turno. Il candidato che ha il maggior numero di suffragi viene eletto. Il resto dei seggi (ipoteticamente, altri 299 seggi) è invece assegnato in collegi plurinominali con il sistema proporzionale. Ma non è finita: poiché il sistema tedesco è e vuole essere nel suo impatto finale solo ed esclusivamente proporzionale, si prende in considerazione l’intero territorio nazionale per ricompensare i partiti che hanno ottenuto un numero di mandati diretti inferiore ai consensi ottenuti con la scheda del proporzionale. Fanno eccezione i partiti che non superano la soglia del 5% dei voti espressi con la seconda scheda. 

In pratica, che avviene? Non si toccano affatto i 299 seggi assegnati con il sistema maggioritario; ma i partiti svantaggiati, ottengono dei seggi aggiuntivi (Überhangsmandate) in modo da avere un numero di rappresentanti che rispecchi la loro forza elettorale proporzionale. Per questo motivo l’attuale Bundestag non è formato da 598 deputati, bensì da 709. Perciò, ora, in Germania, il rapporto rappresentanti/aventi diritto al voto è di circa 1 a 87.000. 

Ma non è ancora finita. Siccome la capienza del nuovo Bundestag è limitata, i partiti di governo stanno discutendo una riforma della rappresentatività quantitativa. La soluzione che si profila è di limitare ad un massimo di 750 deputati la composizione del Bundestag. Allo stato attuale, in teoria, se venisse a determinarsi il numero massimo di Überhangsmandate (mandati in sovrappiù) il rapporto rappresentanti/aventi diritto al voto scenderebbe a circa: 1 a 82.700. A quel punto, la rappresentatività quantitativa sarebbe ancora più simile a quella francese e alla nostra, in base allo stato attuale della Costituzione.  Insomma, i partiti tedeschi non si sognano di ridurre il numero dei parlamentari, pensano piuttosto ad aumentarli in modo pragmatico, equo e consono con il loro dettato costituzionale. 

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Summa summarum: perché dovremmo indebolire quantitativamente la rappresentatività dei nostri parlamentari? Forse per risparmiare, per risanare i conti pubblici? Vien da ridere. E poi… perché non tenere lo stesso numero di deputati e di senatori, pagandoli di meno? Il copyright, abbastanza scherzoso, di questa obiezione è del prof. Luciano Canfora. Ma qui potremmo andare oltre nelle ilarità. Visto il livello intellettuale e la preparazione di tanti parlamentari italiani, grillini in testa, una riduzione forse sarebbe saggia: la probabilità che escano scemenze diminuirebbe. Ma si tratta di un argomento a doppio taglio: la diminuzione delle scemenze sarebbe figlia di una scemenza. Un bel paradosso, un bel dilemma, che personalmente risolverò votando no. E Tafazzi che farà? Non gli resterà che votare sì.   

P.s.: Ho letto sui giornali e in rete che corre anche questa tesi arzigogolata: sarebbe meglio votare sì perché, in tal modo, si aprirebbe la strada ad una riforma più complessiva della Costituzione, soprattutto per superare il bicameralismo perfetto o riordinare le funzioni del Presidente del Consiglio. La proposta suona molto strana. Si peggiorerebbe, scientemente e di fatto, la Costituzione affinché più forte salga il grido di dolore e l’appello a riformarla come si deve. Ma chi ci garantisce che sarà così? E se poi, premiando politicamente il M5S, i grillini ritornassero alla carica con il loro velleitario e pernicioso vincolo di mandato? E se il buon Tafazzi fosse già pronto per la prossima, altrettanto perniciosa, martellata? 

Trevigliese. Ha militato in Avanguardia Operaia. Laureato in filosofia alla Statale di Milano. Ha proseguito gli studi filosofici a Heidelberg, in Germania. Dalla crisi finanziaria del 2009 inizia a interessarsi di teorie economiche, giungendo ad apprezzare la macroeconomia post-keynesiana. Considera nefasti l’ordoliberismo
e i’egemonismo tedeschi.

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