Il centro non reggerà: la sinistra alla prova della pandemia

Uno degli insegnamenti politici che possiamo trarre dalla pandemia è l’ormai manifesta incompatibilità tra la realtà e il paradigma che ha dominato la sinistra occidentale negli ultimi trent’anni. Quello che è stato definito Terza Via o liberismo di sinistra appare oggi inutile per capire e, ancora di più, per risolvere i problemi che affronta la nostra società. 

Per comprendere questo cambio di rotta è necessario rivolgere lo sguardo al passato, in particolare alla congiuntura storica degli anni ’70. A seguito della Seconda Guerra Mondiale, i governi degli Stati occidentali applicarono politiche interventiste in grado di garantire una crescita economica inclusiva ed egualitaria. Tali iniziative, seppur anticipate negli anni ’30 dal programma dell’amministrazione Roosevelt , affondano le proprie radici nella vittoria del partito laburista alle elezioni britanniche del 1945, un momento magistralmente catturato dal documentario “The Spirit of ’45” di Ken Loach. 

A guidare l’azione del governo fu il cosiddetto Rapporto Beveridge: stilato da un parlamentare ed economista di ispirazione liberale (oggi sembrerebbe un paradosso), consigliava la creazione di un welfare state inclusivo che garantisse standard di vita superiori rispetto a quelli precedenti alla guerra. Il fiore all’occhiello di questo rapporto fu l’NHS, il primo servizio sanitario universale istituito dal gabinetto Attlee nella seconda metà degli anni ’40. 

Il cosiddetto “consenso keynesiano” consistette, di fatto, nella creazione di una società più giusta dalle macerie della guerra attraverso l’intervento statale, attuato tanto dai governi di destra quanto da quelli di sinistra. D’altronde, sempre rivolgendo lo sguardo al Regno Unito, già nell’800 i conservatori avevano compreso l’importanza di mantenere la concordia sociale, dando vita alla corrente One Nation Conservative. 

D’altro canto, ogni politica ha fondamenta teoriche. Quegli anni furono segnati, in campo economico, dalla sintesi neoclassica. Incorporando gli insegnamenti di Keynes nella teoria neoclassica, economisti come Robert Solow e Paul Samuelson costruirono una teoria raffinata in grado di guidare la politica del tempo. Uno dei risultati fondamentali per l’attuazione di un certo tipo di politiche fu la cosiddetta curva di Philipps. Studiata prima dal punto di vista empirico e poi incorporata nel contesto teorico proprio da Solow e Samuelson, di fatto stabiliva che una certa inflazione fosse il prezzo da pagare per una bassa disoccupazione. 

Negli anni ’70 questo assunto venne meno, come previsto da Milton Friedman quasi un decennio prima. Si assistette, infatti, a quel fenomeno denominato stagflazione: la presenza di alti tassi di inflazione e di un’alta disoccupazione. La fine di un’epoca, come ebbe a dire James Callagham nel suo discorso alla conferenza del 1976 del partito laburista. 

Fu proprio in questo contesto che si realizzò un cambio di paradigma radicale, supportato dai cambiamenti che stavano ridisegnando le teorie economiche: l’affermazione della nuova macroeconomia neoclassica, della public choice theory e del monetarismo. 

Così, nasceva quello che comunemente chiamiamo neoliberismo, termine che sinceramente trovo poco consono e che sostituirei volentieri con “feticismo del mercato”. Lungi dall’essere una teoria ben formulata, si trattava sostanzialmente di una fede profonda, se non cieca, nelle virtù del mercato, testimoniata ad esempio dall’atteggiamento ideologico di Margaret Thatcher. 

A trainare la rivoluzione neoliberista furono Ronald Reagan e, appunto, Margaret Thatcher. Ma la comunione d’intenti tra i due è più debole di quanto si pensi: se l’azione politica della Lady di Ferro si basava su una serie di idiosincrasie e dogmi più filosofici che economici, la politica di Reagan fu piuttosto ambigua. Da una parte la lotta all’inflazione con il rialzo dei tassi della FED, dall’altra le necessità politiche dovute alla guerra fredda fecero lievitare il debito pubblico – grazie anche a una politica di taglio delle tasse supportata dall’improbabile teoria della curva di Laffer – e attraverso la spinta sulle tecnologie militari posero le precondizioni per la rivoluzione tecnologica degli anni a venire. 

Per reagire al dominio incontrastato delle destre e al mutato scacchiere geopolitico, la sinistra non poteva di certo cancellare gli ultimi dieci anni con un colpo di spugna. Dopo l’inaspettata sconfitta elettorale del ’92, i laburisti si affidarono a Tony Blair. Il cambiamento fu radicale: fu proprio Blair a tagliare il cordone ombelicale con il passato di sinistra del Labour, elogiando il contributo del mercato nella creazione di scuole e ospedali. Nel 1997 i laburisti non vinsero le elezioni: le stravinsero. Dall’altra parte dell’Oceano, Bill Clinton, democratico, portava avanti lo stesso tipo di politiche. Politiche che, nonostante i feticisti del mercato si ostinino a negarlo, gettarono i semi per la crisi del 2008

Dietro questa rivoluzione copernicana, si celava la fede nell’idea di un mercato in grado di garantire prosperità e benessere diffuso. Non il mercato artificiale di Polanyi e Granovetter, ma un mercato naturale. Come un sistema fisico, il mercato si dirigerebbe spedito verso uno stato di equilibrio. L’azione della sinistra si riduceva così alla creazione di un ambiente favorevole al mercato. Si doveva investire in capitale umano e infrastrutture, ma sempre in una logica market based

Che cosa è successo dopo? La crisi del 2008 mostrò la fragilità di un sistema lasciato a sé stesso e le profonde iniquità che esso aveva creato. Come hanno studiato Piketty, Saez e Zucman la crescita dagli anni ’80 al 2016 ha maggiormente favorito le fasce più benestanti della popolazione. 

La crisi del 2008 minò alle fondamenta il feticismo del mercato. Non furono colpite solo le tesi sull’efficienza dei mercati finanziari (come l’ipotesi di mercati efficienti di Eugene Fama). A uscire dalla crisi più velocemente furono quei paesi il cui manifatturiero pesava di più sul PIL: questo andava in controtendenza rispetto all’enfasi che era stata data negli anni precedenti all’economia dei servizi.

La crisi pandemica ha dato il colpo di grazia al vetusto sistema concettuale neoliberista, rendendo obsoleta qualunque pretesa di un ritorno al centro. Non a caso gli esponenti politici di quell’area, insieme agli intellettuali di riferimento, non hanno ancora compreso appieno le conseguenze dell’epidemia. 

Vi sono vari aspetti della pandemia che, grazie ai vaccini e alle misure di distanziamento, ci stiamo lasciando alle spalle. Per sua natura, un’epidemia è un fenomeno sociale complesso che si basa sull’interazione tra agenti e sulla natura dei loro rapporti: il virus non è un essere razionale che massimizza la sua utilità. 

Il virus è un problema sociale, nonostante per anni si fosse ripetuto, seguendo la Thatcher, che la società non esiste e che esistono solo gli individui. Questa componente sociale, che fa sì che le esternalità non siano l’eccezione ma la regola, ha delle implicazioni profonde sulle politiche da attuare. Poiché il mercato è incorporato nella società, i legami e le influenze giocano un ruolo fondamentale nell’applicabilità di un certo tipo di politiche. 

Il secondo aspetto, strettamente collegato al primo, riguarda le disuguaglianze. Fin dall’inizio dell’epidemie è stato compreso che a reggere il peso non sarebbero stati, ovviamente, coloro che hanno beneficiato della crescita di questi anni. Chi si è trovato a passare il lockdown in condizioni di povertà o di disagio abitativo, chi viveva nel dolore cieco della depressione, chi, in particolare le donne, vedeva crescere rischi e responsabilità, chi era in una situazione lavorativa precaria o chi, addirittura, una casa non ce l’aveva neanche: queste sono le persone, assieme ai sanitari e ai parenti delle vittime o dei sopravvissuti ad aver sofferto maggiormente. Uno dei maggiori problemi, soprattutto con il protrarsi dell’emergenza pandemica, è stato proprio quello di come alleviare il peso sulle fasce più deboli della popolazione. 

Non vi è discussione sul fatto che le disuguaglianze siano cresciute a dismisura in questi ultimi quarant’anni.

Come società, siamo disposti a tollerare un certo livello di disuguaglianze: anzi, in certi contesti – lontani anni luce da quello occidentale – le disuguaglianze possono anche funzionare da motore per la crescita economica. Ma, poiché non si tratta di un motore che saggiamente possiamo maneggiare fino rimuovere tutte le imperfezioni, le nostre idee e tabù a riguardo giocano un ruolo fondamentale: siamo disposti ad accettare le disuguaglianze fino a quando queste premiano il merito in un contesto di parità dei mezzi. 

Questa parità dei mezzi, perlomeno nelle nostre società occidentali, non esiste, perché la giustificazione teorica delle disuguaglianze si limita a un tempo infinitesimo: allungando lo sguardo si nota che maggiori disuguaglianze irrigidiscono la mobilità sociale. E così ad emergere non sono i più meritevoli, ma coloro che sono nati in un certo contesto. Non solo: come ha osservato l’OECD un elevato livello di disuguaglianze è un ostacolo per la crescita.

Per combattere queste disuguaglianze non bastano politiche redistributive: nessuna società ha mai ottenuto la crescita puntando solo sulla redistribuzione.

Serve un cambiamento radicale nell’offerta politica. Questo cambiamento non può che passare dalla comprensione dell’elevata connessione e dagli effetti di diffusione propri delle dinamiche sociali. Proprio laddove le disuguaglianze e la povertà sono più intensi, coloro che vivono in condizioni di difficoltà saranno penalizzati, influenzati dall’ambiente circostante. Non vi è alcuna forza di richiamo che spinge l’individuo verso l’impegno quando la situazione è difficile. 

La comprensione di questi fenomeni porta necessariamente a una rivalutazione dell’intervento statale nell’economia, sia attraverso l’aspetto normativo sia attraverso un intervento diretto. Come? Ad esempio con la politica industriale e con l’elargizione di beni pubblici. 

Da tempo nel nostro paese si parla di un ritorno della politica industriale per colmare il gap tra noi e le potenze industriali europee: il sistema produttivo del nostro paese è infatti a basso valore aggiunto e quindi sensibile alla concorrenza straniera. 

Non è un caso se, all’estero, partiti come la SPD tedesca e il Partito Democratico statunitense stanno cominciando a percorrere la strada che porta a una nuova sinistra, consci del fallimento delle politiche timide degli ultimi decenni. In Italia, invece, il dibattito riguarda l’ampliamento al centro del Partito Democratico. Forse è più il centro che deve spostarsi a sinistra, perché, come cantavano le Sleater Kinney, il centro non reggerà. 

23 anni, nato a Scandiano, studente di Matematica.

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