Uber, tra caporalato e tecnica

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Caporalato. Questa è la grave accusa che il Tribunale di Milano ha presentato a Uber Italy srl disponendone il commissariamento

Le condizioni dei rider non sono una novità. La combinazione di falso autonomo e salario a cottimo imposte dalle grandi del delivery sono state fronteggiate dai rider e riconosciute dalla Corte di Cassazione con la sentenza 1663/2020, con la quale ha dichiarato che i rider devono essere soggetti alle stesse tutele del lavoro subordinato. 

Inoltre, con l’emendamento al decreto legge 101/2019 si è compiuto il primo passo per la definizione di un contratto nazionale entro un anno. A oggi è tutto fermo. 

Eppure, il mercato non sta a guardare, così come le società di delivery che nel lockdown hanno visto l’opportunità di accrescere i loro profitti. Infatti, Il secondo rapporto ISMEA sulla domanda e l’offerta dei prodotti alimentari nell’emergenza Covid-19 riporta come il settore del delivery abbia visto un aumento del +160%, “la cui crescita è stata limitata non dalla domanda, ma dalla capacità di soddisfarla”. 

Per soddisfare questa domanda e aumentare i margini di profitto, Uber Eats ha reclutato, attraverso società di intermediazione, migranti, richiedenti asilo e indigenti, imponendo loro un salario a cottimo: 3 euro a consegna, indipendentemente da qualsiasi condizione. 

È ciò che è avvenuto anche nella filiera agro-alimentare. La crescente domanda di manodopera per la stagione del raccolto ha spinto il governo alla “regolarizzazione”, che altro non è che un riconoscimento dell’esigenza di mercato. Riconosciuta la necessità di merce-lavoro nel settore agricolo, si è introdotta una regolarizzazione temporanea, giusto il tempo di soddisfare le richieste del mercato. In questo senso, l’istituzione del caporalato e la strutturale condizione di schiavismo nel settore agricolo non vengono attaccate, vengono derogate per esigenza di mercato

Il caporalato non è solo una condizione del settore agricolo, ma è una “istituzione” del sistema produttivo nei suoi settori più deregolamentati. Dove il lavoro è più debole e facilmente ricattabile – dalla piccola fabbrica non sindacalizzata, al campo agricolo, alla logistica – fenomeni di sfruttamento e abbattimento dei costi della forza lavoro sono la normalità. 

Inoltre, è proprio in questi settori dove l’alienazione è pienamente evidente. Amazon, o Uber (Eats e non), non sono aziende innovative, sono aziende di rendita, aziende che estraggono valore da una tecnologia preesistente nella quale non hanno contribuito con alcuna forma di investimento. Tuttavia, la tecnica ha un ruolo fondamentale perché il suo dominio aliena totalmente il lavoro con il soggetto che si identifica nell’oggetto e da esso viene dominato, costituendo l’essere una mera componente del processo produttivo. In Amazon o nel delivery, il lavoratore è oggettivato nello scanner/applicazione che dettano i tempi di lavoro, i ritmi e nel caso del cottimo anche il salario. Lo scanner/applicazione si animano come avessero l’amore in corpo, direbbe Marx. 

Horkheimer e Adorno, così come lo stesso Marcuse e il nostro Napoleoni, individuarono nel dominio della tecnica le nuove forme di sviluppo capitalistico. La tecnica è capitalismo, e il capitalismo è tecnica. Ciò non vuol dire che bisogna rigettare lo sviluppo tecnico, ma significa dominare la tecnica, renderla lo strumento di liberazione, e non il fine del profitto

Significa, soprattutto, riconoscere che lo sfruttamento di una parte del lavoro – ad esempio rider o bracciante – a vantaggio di un’altra parte di lavoro (il consumatore finale) è un processo di scissione dello stesso essere. Per l’attuale capitalismo l’essere deve essere sdoppiato: da un lato lavoratore-merce da pagare il meno possibile, ma dall’altro deve essere anche consumatore che deve sostenere l’espansione della produzione. E si arriva così al conflitto lavoratore-consumatore, un conflitto interno all’essere unico che altro non è che riproduzione all’interno del singolo del conflitto capitale-lavoro.

L’enfasi che si pone sulla tutela del consumatore a dominio del lavoratore altro non è che il tentativo del capitale di mantenere il suo rapporto di forza. Difatti, il consumatore (con salari da fame generalizzati) sarebbe restio a subire un aumento dei prezzi al dettaglio come conseguenza del miglioramento delle condizioni materiali degli schiavi agricoli/digitali, mentre il distributore accresce la sua quota profitto. 

E così, come nel mito della caverna, il lavoratore deve rimanere faccia al muro, ammaliato e depotenziato attraverso le sirene del consumo, anestetizzato al conflitto di classe e incline all’accettazione di qualsiasi condizione materiale.  

Luca Giangregorio
Informazioni su Luca Giangregorio 6 Articoli
Studente PhD presso l'Università Pompeu Fabra di Barcellona. Ricerca su temi di disuguaglianza, mobilità intergenerazionale e stratificazione sociale.

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