L’Unione Europea sta facendo abbastanza contro il cambiamento climatico?

Con l’innalzamento della temperatura globale che corre verso +1.5 °C, l’UE sta muovendo i primi passi per affrontare il cambiamento climatico; ma affinché siano sufficienti è necessario che la tutela dell’ambiente venga messa al centro dell’attività di governo degli Stati Membri.

I cinque anni tra il 2015 e il 2019 sono stati i più caldi mai registrati. La temperatura globale media è stata infatti di 1.1°C superiore ai livelli preindustriali, non lontana dalla soglia di +1.5 °C, oltre la quale non si conterrebbero i danni del cambiamento climatico.

Ricordiamo brevemente quali sarebbero questi danni: scioglimento dei ghiacci con conseguente innalzamento del livello dei mari, maggiore frequenza di piogge estreme e inondazioni, temperature elevate e siccità, scarsità di cibo e acqua in aree come il Mediterraneo, con effetti più pronunciati nei Paesi poveri, più dipendenti dall’ambiente naturale e con meno risorse per affrontarne i mutamenti. Il cambiamento climatico colpisce e colpirà ogni persona sul pianeta, ma in modo eterogeneo.

Il mondo sta investendo abbastanza per rimanere entro +1.5 °C? No: mancano almeno 1000 miliardi di dollari ogni anno. Servirebbe cioè triplicare gli investimenti fatti negli ultimi anni (figura 1). Per mettere la cifra in prospettiva, si ricordi che il PIL mondiale ammontava a circa 88000 miliardi di dollari nel 2019. In altre parole – assumendo semplicisticamente che il PIL rimanga costante nel tempo – il mondo dovrebbe dedicare poco più dell’1% della propria attività economica annuale alla transizione ecologica, in aggiunta a ciò che sta già facendo [1].

Figura 1 – Divario tra investimenti effettuati ed investimenti necessari a contenere il cambiamento climatico
L’Unione Europea sta facendo abbastanza contro il cambiamento climatico?
Fonte: Climate Policy Initiative

È bene dunque chiedersi come stia agendo l’Europa, se farà la sua parte per contenere il riscaldamento globale entro +1.5 °C. Ciò non può essere discusso esaustivamente in queste poche righe, possiamo però guardare più nel dettaglio agli interventi di politica fiscale e monetaria più significativi dell’Unione Europea.

Sul lato fiscale, concentriamoci sulla spesa dell’UE per il 2021-2027, di cui il Next Generation EU rappresenta una fetta consistente. Sulla carta, i 27 membri dell’UE spenderanno mediamente almeno 81.6 miliardi di euro all’anno in programmi per l’ambiente [2]. Considerata la media di circa 30 miliardi nei sette anni precedenti, l’incremento corrisponde allo 0.37% del PIL del 2019. Se pur consistente, l’aumento di spesa è ancora lontano da quell’1% necessario per rimanere entro i precedentemente citati +1.5 °C. Sarebbe comunque errato aspettarsi che la transizione ecologica avverrà per sola mano dell’Unione: buona parte della spesa pubblica europea è controllata dagli Stati Membri, e negli ultimi anni più di metà degli investimenti verdi è stata effettuata dal settore privato.

Per quanto riguarda la politica monetaria, è proprio sugli investimenti privati che la Banca Centrale Europea potrebbe intervenire. Per come è strutturato attualmente, il Quantitative Easing, infatti, finanzia in maniera sproporzionata aziende ad alte emissioni di CO2. Questo perché, con l’obiettivo di non favorire attivamente alcuna impresa, la BCE acquista titoli in proporzione a quanti ce ne sono sul mercato; ciò ha però l’effetto indesiderato di favorire il settore dei combustibili fossili, il quale è molto presente su quel mercato. Le imprese ad alte emissioni richiedono infatti molti capitali – si pensi ad esempio all’industria automobilistica – ed emettono una gran quantità di titoli di debito per attrarli.

Su questo fronte, la BCE ha preso coscienza del problema, ma è ancora lontano il consenso unanime per un Quantitative Easing verde da parte del Consiglio direttivo, il suo organo decisionale. La buona notizia è che questi potrebbe essere implementato senza alcuna modifica dei Trattati. La BCE è anzi tenuta a supportare le politiche economiche dell’UE, a condizione che ciò non infici il suo obiettivo primario: la stabilità dei prezzi; con il limite di non favorire specifici settori o progetti, scelta che spetta ai governi democraticamente eletti.

In un mondo in cui l’innalzamento della temperatura globale corre verso i +1.5 °C, l’Unione Europea sta muovendo i primi passi per affrontare il problema. Affinché essi siano sufficienti, è però necessario che la tutela del clima sia al centro dell’attività dei governi europei; serve cioè che il cambiamento climatico venga percepito come un problema urgente dall’opinione pubblica, ma anche come una grande opportunità di sviluppo.


Note

[1] Fare stime su eventi di tale portata è estremamente complicato. Le cifre riportate servono solamente a dare un’idea dell’entità dello sforzo finanziario necessario. Inoltre, la percentuale potrebbe salire nel caso in cui il PIL mondiale non ritorni velocemente ai livelli precedenti la pandemia di Covid-19.

[2] La spesa dell’UE per il 2021-2027 prevede (ai prezzi del 2018): €1074.3 miliardi per il budget 2021-2027, di cui il 30% da destinarsi al cambiamento climatico; €750 miliardi per il Next Generation EU, di cui un minimo del 37% della Recovery and Resilience Facility (€672.5 miliardi) da destinarsi al cambiamento climatico. La spesa per il cambiamento climatico sarà quindi di almeno € 571.1 miliardi, in media € 81.6 miliardi all’anno.

Classe 1996, laureato in Economic and Social Sciences all’Università Bocconi.

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