Visione e pragmatismo: un’idea di agitazione culturale

metapolitica

Un’altra occasione persa. Questo rischia di diventare la crisi da Covid. Molti bei discorsi, ragionamenti elaborati sull’Europa, il lavoro, la lotta di classe, per poi finire ancora nelle grotte a giocare con le nostre ombre. Le logiche che si impongono con maggiore forza sono quelle degli Stati generali di Villa Pamphili: riunioni ristrette dove si discute a tavolino degli indirizzi politico-economici.

Possiamo impegnarci, possiamo organizzare eventi, seminari, conferenze, scrivere articoli, discutere, ma siamo in minoranza. Sta a noi trasformare questa situazione oggettiva in un punto di forza. La storia è scritta e sospinta in avanti dalle minoranze organizzate, che poi trascinano dietro di sé le masse. Ma l’avanguardia deve essere lucida. Non può essere drogata di ideologia e sogni. Perché, come si cantava in un cartone animato, “i sogni son desideri”. E il troppo desiderio inespresso è una masturbazione mentale.

Essere minoranza può essere un punto di forza. Non c’è bisogno infatti di confrontarsi continuamente con una base troppo ampia per poterne intercettare tutti gli umori. Si può avere l’agilità necessaria a una lotta rapida e senza esclusione di colpi. Ma il rischio è di cadere nella sudditanza psicologica alle forme mentali dell’avversario. Cercare a tutti i costi la sua legittimazione e voler ricevere riconoscimenti sono forme di narcisismo che non ci possiamo permettere. Anzi, sono dannose e controproducenti.

Il rischio opposto è però quello di trasformarsi in una setta. Dotarsi di un’ideologia totalizzante e onnicomprensiva può tarpare le ali a un movimento che voglia essere allo stesso tempo popolare e radicale. Oltretutto, impedisce di vedere la realtà così com’è, senza farsi illusioni di palingenesi future o di Messia pronti a salvarci. Anzi, l’ideologia dà l’impressione di avere la soluzione a portata di mano: molto spesso si tratta di una soluzione così semplice che crediamo impossibile che tutti gli altri non la condividano. Basti pensare al turbinio di pseudo-sette nell’area socialista o costituzionale. Che sembrano dimenticare l’insegnamento di Pietro Nenni: “A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura”.

Per sfuggire all’ideologia c’è da essere realisti. Che non significa moderati, ma capaci di leggere la realtà e quindi di agire al suo interno. Non dobbiamo muoverci in uno spazio che non c’è (u-topia), ma in quello che c’è adesso (nun-topia) per immaginarne uno migliore (eu-topia).

Ma quindi? Famo er partito? E con quali risorse intellettuali? Con quale massa critica di lotta? Quello a cui ci chiama la situazione attuale è fare in primis metapolitica, ossia agire in modo duttile per costruire una visione. Prima di organizzarsi ci si deve istruire e agitare, per dirla con Gramsci. Certo, per costruire l’egemonia culturale servono fatica, sudore, sacrificio. Ed è più facile raggiungerla se si hanno dietro finanziatori dalle tasche pesanti. 

Proprio per questo è necessario raddoppiare, anzi triplicare gli sforzi. Non chiudersi in ottusi diverbi ideologici, ma rendere le divisioni interne terreno fertile per l’elevazione culturale del gruppo. Non inseguire i leaderini di turno, ma preparare il terreno per progetti di ampio respiro. Non cedere a ideologia e utopismo, ma dotarsi di visione e pragmatismo.

Alessandro Bonetti
Informazioni su Alessandro Bonetti 26 Articoli
Ho frequentato il Liceo Classico e studio Economia e Scienze Sociali. Temporaneamente a Milano, in realtà il mio cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove sono nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisco di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del mio Adriatico

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