10 ragioni per dire no al MES. Una volta per tutte

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Ormai una parte consistente dell’apparato politico e industriale italiano è a favore del Meccanismo Europeo di Stabilità. A fine giugno Nicola Zingaretti, segretario del Partito Democratico, ha esposto le ragioni per cui varrebbe la pena accettare i fondi del MES. Questa ossessione che il centrosinistra – ma non solo – nutre per il MES non ci stupisce più di tanto: il Partito Democratico, ormai, è vittima innocente del proprio servilismo compulsivo.

L’assenza di senso critico e l’accettazione passiva di una narrazione favolistica distinguono la maggior parte dei pro-MES. Ciò che ci lascia sconvolti non è tanto la posizione in sé a favore del MES ma il vuoto che riempie quei contenuti posti a difesa della propria posizione. Nella sua intervista Zingaretti (senza l’ombra di un’analisi politica ed economica) si limita a descrivere una lista dei desideri: 10 proposte realizzabili, a suo dire, soltanto attraverso l’utilizzo dei 36 miliardi del MES (briciole, in politica economica).

Tutte spese in conto corrente che dimostrano come il Partito Democratico e i cantori del MES non siano più capaci di andare oltre l’ordinario. A questo punto, ci sentiamo in dovere di aiutare i sostenitori del MES di destra e sinistra ad uscire da questo mondo fantastico. Ecco le 10 ragioni per cui l’Italia dovrebbe evitare il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità.

1)  Il debito nei confronti del MES è soggetto al diritto internazionale.

Questo significa che l’Italia sarebbe vincolata nei confronti di un’istituzione di diritto internazionale sulla cui governance incidono i Paesi membri dell’Unione Europea. Dunque, dal momento che attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità risulta possibile l’alterazione dei rapporti di forza tra gli Stati dell’unione, l’accesso al MES da parte dell’Italia permetterebbe ai paesi rigoristi di consolidare la loro posizione e di condizionare ulteriormente la politica economica del nostro Paese (in misura maggiore di quanto già accade). Si tratta di un “costo” che sussiste a prescindere dalle condizioni a cui è sottoposto il ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità.

2)  Si tratta di prestiti.

I fondi del MES sono concessi a titolo di prestito. Questo significa che la spesa di oggi sarà ripagata con i tagli di domani. Insomma, questi soldi entrano dalla porta ed escono dalla finestra. 

3)  La questione delle condizionalità.

Le condizionalità possono essere forse “irrilevanti” in un primo momento, ma in punta di diritto, e data l’attuale struttura dei trattati europei, sono suscettibili di modifiche in qualsiasi momento successivo, e c’è da scommettere che le modifiche verranno proposte presto, una volta usciti dalla fase acuta dell’emergenza. Infatti, l’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (nella nuova versione approvata nel 2011) afferma che “la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità”.
Per modificare questo articolo sarebbe necessario modificare i trattati europei, ma per la revisione è necessario un accordo unanime di tutti gli Stati membri (articolo 48 del Trattato sull’Unione europea). Una strada impraticabile, almeno nel breve periodo.
La lettera di Dombrovskis e Gentiloni a Centeno del 7 maggio recita testuale:

A Member State benefitting from precautionary financial assistance from the European Stability Mechanism is subject to enhanced surveillance by the Commission when the credit line is drawn.
(Uno Stato membro che beneficia dell’assistenza finanziaria precauzionale del meccanismo europeo di stabilità è soggetto a una sorveglianza rafforzata da parte della Commissione quando viene concessa la linea di credito).

Inoltre, viene esclusa l’applicazione dei soli articoli 3(3), 3(4), 3(7) e 7 dove sostanzialmente si richiedono programmi di aggiustamento macroeconomico. Tuttavia, il resto del two-pack (regolamento n. 472/2013) rimane intatto, come ad esempio l’articolo 6 che richiede valutazione sulla sostenibilità del debito. Soprattutto, la lettera di Dombrovskis e Gentiloni in cui si esclude l’aggiustamento macroeconomico è solo un impegno politico. Nulla vieta che esso non venga rispettato: tale mancanza sarebbe del tutto legittima in quanto protetta dalla legislazione vigente.
Infine, altro punto fondamentale riguarda il numero di tranche con il quale il prestito verrebbe erogato. Infatti, se le tranche fossero più di una, significa che ad ogni erogazione potrebbero essere ridiscusse, chiaramente a favore del creditore, le condizioni per ricevere la successiva parte di credito.  

4)  Il privilegio creditizio del prestatore.

Quello nei confronti del MES è un debito privilegiato, questo aspetto porrebbe in essere una pericolosa dinamica di “juniorizzazione” dei nostri titoli di debito nazionali, polverizzando sostanzialmente il suddetto risparmio. Difatti se il debito che contraiamo con il MES è sovraordinato rispetto agli altri, cioè gode di priorità di risarcimento in una eventuale situazione di crisi, è ragionevole pensare che chi sottoscriverà i nostri titoli di debito (ad esempio i Btp) potrebbe chiedere un tasso d’interesse maggiorato a “indennizzo” della sua posizione meno favorevole. 

5)  L’Italia non ha problemi di accesso ai mercati.

Il Btp Italia, di recente ha battuto ogni record: 22,4 miliardi di euro di sottoscrizioni del titolo di Stato pensato per mobilitare il risparmio nazionale in risposta alla crisi sanitaria ed economica del coronavirus. L’Italia, pur presa nel mezzo di quella che si prevede essere la recessione economica più grave degli ultimi decenni, ha mandato un segnale di resistenza e l’ha mandato soprattutto attraverso quei 14 miliardi di titoli raccolti attraverso il risparmio delle famiglie, frutto di anni di lavoro e consolidamento. Dal momento che il nostro Paese riesce a finanziarsi egregiamente sui mercati, non si capisce per quale ragione ci si dovrebbe vincolare nei confronti di un’organizzazione di diritto internazionale. 

6)  Il MES significa austerità.

Gli Stati che ricorrono al MES dovranno impegnarsi a rafforzare i fondamentali economici e finanziari. Tradotto, tutto questo significa che i Paesi di cui sopra dovrebbero predisporre un piano di rientro dalle spese effettuate.

7)  Il risparmio di interessi non è molto elevato e in un’ottica dinamica non è neanche certo.

A differenza di quanto sostenuto molto, troppo, spesso dai media principali e da voci cosiddette autorevoli quale Enrico Mentana, il tasso di interesse totale della linea di credito MES non è dello 0,1%. Questo è il tasso marginale al quale, come riportato da Eugenio Gaiotti in un’audizione alla Camera, va aggiunta una commissione annuale di 0,5 punti base più un’altra commissione una tantum (da versare al primo anno) di 25 punti base. Questo comporterebbe un risparmio stimato di circa 500 milioni all’anno – per 10 anni – rispetto al finanziamento sui mercati finanziari tramite emissione di titoli del debito pubblico. Sempre che il risparmio ottenuto grazie al MES non sia vanificato da tassi di interesse maggior sul debito ordinario. Sorge quindi spontanea una domanda: per un risparmio presunto di circa 500 milioni siamo davvero disposti a sottoporci a vigilanza sorvegliata e tutte le altre condizioni del regolamento 472/2013 – oltre ai nuovi dettagli ancora tutti da definire legati a questa specifica linea di credito? 

8)  La cifra di 36 miliardi del MES risulta comunque troppo bassa per essere efficace.

L’agenzia Cerved ha stimato per il 2020 un crollo del fatturato pari a 470 miliardi di euro. Questo ci lascia pensare che le misure anti-crisi necessitino di somme ben più consistenti rispetto ai 36 miliardi messi a disposizione dal MES. Dunque, piegandoci a chiedere il MES non solo non otterremmo grandi benefici, ma rischiamo addirittura di favorire l’arrivo della Troika.

9) L’accesso al MES crea un clima di sfiducia.

L’ombra del memorandum (punto 3) e il privilegio creditizio (punto 4) scoraggiano i potenziali futuri investitori. Lo stesso Vitor Constâncio (ex vice-governatore della BCE) ha affermato che i programmi del MES non sono affatto attrattivi per le nazioni più deboli perché darebbero un cattivo segnale per i mercati.

10) È inutile dal punto di vista delle necessità sanitarie.

Le principali riforme necessarie al sistema sanitario richiedono una totale messa in discussione del federalismo sanitario introdotto dalla riforma del titolo V ( con cui lo Stato ha consegnato la sanità alle regioni allo scopo di aprirla alle logiche di mercato, concorrenziali e aziendalistiche). Questo ha portato al secondo dei principali problemi attuali del sistema sanitario, ovvero: l’esternalizzazione dei servizi ospedalieri, dalle pulizie agli infermieri, che ha generato condizioni di disparità per stessa occupazione e svalutazione salariale. In questi due casi, ad esempio, non è necessaria nessuna spesa in conto capitale perché si rientra nella spesa corrente.
I problemi di sottodimensionamento del sistema sanitario – carenza di personale medico-sanitario, di medici di base, di specializzandi e insufficienza di borse di studio – non possono e non devono essere risolti con finanziamenti conto terzi. Il finanziamento della spesa corrente attraverso la spesa in conto capitale è contrario a qualsiasi logica e principio contabile. Per gli investimenti strutturali, quindi impianti/macchinari e nuova tecnologia, così come l’ammodernamento delle strutture sanitarie o il recupero di quelle dismesse, sono richieste sì fonti di finanziamento in conto capitale, ma queste possono essere reperite sui mercati date le condizioni favorevoli grazie all’intervento della BCE – che resterebbe il first-best nonché il canale più rapido ed efficiente per affrontare la crisi attuale. 

Tenuto conto di queste considerazioni, ci auguriamo che i pro-MES abbandonino una volta per tutte quel mondo fiabesco che circonda il loro immaginario e ritornino nel mondo reale, il cui quadro è ben più nero.

Hanno contribuito all’articolo Alessandro Bonetti, Jacopo Magurno, Luca Giangregorio, Matteo Lipparini e Salvatore La Marca.

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