Le sfide dell’Argentina fra debito estero ed “empate” politico

Dipendenza e “empate” politico in Argentina: sfide di un governo di coalizione in tempo di pandemia

L’economia di mercato ha acquisito forme specifiche nelle società di quei Paesi che, nella seconda metà del secolo XIX, sono nati dalla subordinazione alla divisione internazionale del lavoro. Queste singolarità delle economie latinoamericane come l’Argentina sono dovute alla loro doppia condizione di dipendenza, tanto tecnologica quanto finanziaria.

Da un lato, la condizione di dipendenza tecnologica si deve ad una esacerbata persistenza della necessità di importare input, la quale implica che ad aumenti nella scala di produzione corrispondano sempre aumenti più che proporzionali della domanda di beni importati. Caratteristica, quest’ultima, che emerge precisamente dalla condizione ricettiva di queste economie per quanto riguarda l’insieme delle tecniche di produzione, la cui frontiera è determinata esternamente dalle cosiddette economie ‘’sviluppate’’. Dall’altro lato, la condizione di dipendenza finanziaria si riferisce alla incapacità di ripagare debiti esteri attraverso mezzi di pagamento emessi in moneta propria. Incapacità che spiega le situazioni di indebitamento in valuta internazionale come tentativi di affrontare, almeno temporaneamente, la tendenza allo squilibrio esterno.

Alla luce di ciò, qualsiasi analisi di economia politica applicata a sistemi sociali ed economici di questo tipo non può prescindere dalle specificità delle suddette condizioni di dipendenza, le quali limitano la dinamica di accumulazione e condizionano gli assetti distributivi.

In Argentina entrambe le forme di dipendenza hanno teso ad aggravarsi quando l’amministrazione dello Stato è finita nelle mani di forze politiche rispondenti agli interessi della classe imprenditoriale, più in generale, e delle sue fazioni “primary-exporter” e finanziarie, in particolare.

Argentina
Calle 9 de Julio a Buenos Aires. Foto di Andrea Galeotti

In tutte queste occasioni, si è favorita la liberalizzazione del commercio estero, radicando sempre più la specializzazione dell’economia argentina nel settore agricolo e la partecipazione di beni importati tanto nel prodotto sociale che nel salario reale. Allo stesso tempo, sono stati eliminati i controlli sui cambi e sui capitali, cosa che ha facilitato le operazioni di arbitraggio tra attività finanziarie domestiche ed estere, incoraggiando l’ingresso di investimenti a breve termine e imponendo il tasso di interesse internazionale e le aspettative di deprezzamento della valuta locale come restrizioni di politica monetaria.

A quest’ultimo punto fa riferimento anche un’ulteriore singolarità del sistema economico argentino. Si tratta della sua natura bi-monetaria, risultato della sua lunga storia di insolvenze in debito sovrano, svalutazioni della moneta nazionale e conseguenti dinamiche inflazionistiche. Tali dinamiche hanno contribuito, infatti, a un uso generalizzato del dollaro statunitense come la principale riserva di valore dell’economia, avendo esso più volte dimostrato la maggior capacità di preservare il potere d’acquisto dei surplus e di poter garantire rendimenti superiori rispetto alle altre attività finanziarie.

Il radicamento di tali dipendenze è ed è stato incoraggiato e promosso da una retorica integrazionista e globalizzante, secondo cui il progresso sociale non può che portare a una maggiore vulnerabilità del sistema economico rispetto alle determinanti esterne come la variazione dei prezzi internazionali, il tasso di interesse nordamericano o il tasso di crescita del prodotto mondiale.

Tuttavia, l’argomento integrazionista si giustifica alla luce delle conseguenze che un sostenuto aumento delle condizioni di dipendenza ha sulla sfera distributiva. In breve, se ci rifacciamo alla revisione della teoria classica del valore e della distribuzione fornitaci da Piero Sraffa e Pierangelo Garegnani, la dipendenza può essere intesa come un modo di aggravare la condizione dei mezzi internazionali di pagamento, più precisamente il dollaro, come merce base.

Essendo il dollaro una merce base che entra direttamente e indirettamente nella riproduzione del prodotto sociale dell’economia argentina, ciò significa che non è possibile stabilire la tendenza dei prezzi relativi e delle variabili distributive senza tenere in considerazione la relazione di cambio sussistente tra la moneta nordamericana e il peso argentino. Da qui, è facile comprendere perché le dinamiche esplosive del livello generale dei prezzi, in quanto riflesso dell’indeterminatezza dei prezzi relativi normali, si siano verificate precisamente in momenti in cui lo Stato argentino aveva perso la capacità di controllo su tale relazione cambiaria. Il risultato: un’ingente sottomissione delle variabili distributive domestiche alle determinanti internazionali.

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Dunque, la strategia di radicalizzare la dipendenza (strumentalizzata dai governi che danno voce e priorità solo agli interessi della classe capitalista, dalla Dittatura del 1976, passando per il “Régimen de Convertibilidad” fino all’ultimo tentativo dell’amministrazione Macri) è un fenomeno attribuibile alle peculiarità del paese sudamericano, storicamente caratterizzato da intensi conflitti distributivi. L’Argentina, a differenza degli altri paesi latinoamericani, è da 75 anni in una situazione di stallo politico. Dall’avvento del Peronismo come movimento di massa, il Paese si trova in una situazione in cui né le forze politiche delle classi materialmente avvantaggiate (“primary-exporters” e classe finanziaria) né quelle dei settori popolari raggiungono il potere necessario per imporre l’assetto distributivo desiderato e il relativo modello di sviluppo economico. Tuttavia, entrambi i settori hanno potere sufficiente per porre il veto alle politiche delle loro forze rivali. Da qui, l’“empate”.

Questa situazione anti-egemonica è alla base dell’incapacità, recentemente dimostrata dalla destra argentina, di imporre un programma di riforme strutturali in grado di riconfigurare sostanzialmente la relazione capitale-lavoro. Se da un lato essa vorrebbe eliminare i diritti acquisiti dalla classe lavoratrice, dall’altro lato non può farlo apertamente senza allo stesso tempo compromettere la portata del suo stesso consenso elettorale. La presenza di un alto livello di sindacalizzazione così come la crescente istituzionalizzazione di movimenti che rappresentano settori marginali della sfera produttiva (disoccupati, lavoratori autonomi, settori dell’economia informale, etc.), tutti articolati in movimenti politici in grado di realizzare alleanze e negoziazioni con i settori produttivi messi a rischio dal liberoscambismo, spiegano in gran parte perché l’Argentina non si trova oggi piegata allo spettro conservatore e liberale che invece incombe, governa e impone l’agenda politica in America del Sud.

Tuttavia, l’empate politico in Argentina si ha anche nel momento in cui le forze politiche dei settori popolari coincidono sul programma di politica economica. Un esempio è l’attuale situazione della politica economica argentina. Un’amministrazione che mira alla ricomposizione del potere d’acquisto dei salari e al livello di occupazione necessariamente affronta alcune difficoltà: l’immediato e ingombrante piano di esborso (capitale e interessi) nonché il coinvolgimento di organizzazioni multilaterali di credito.

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Queste ultime hanno soccorso l’amministrazione Macri nella sua tranche finale e pertanto sono oggi enti con cui dover negoziare la determinazione delle politiche economiche. Nei processi di negoziazione, come in quello condotto dall’attuale amministrazione Fernández inerente all’intera ristrutturazione del debito sovrano, le aspettative di svalutazione dovute a una concreta possibilità di default esercitano una pressione sul mercato cambiario e innescano processi di dollarizzazione del portafoglio. Tali tendenze, in un regime di tassi di cambio regolamentati, spiegano la divergenza che sussiste tra il mercato cambiario ufficiale e il parallelo. Esse obbligano, quindi, le autorità monetarie dei governi popolari a offrire alternative finanziarie in moneta locale in grado di ridurre la pressione sul mercato dei cambi e di evitare un possibile ulteriore aumento della valuta nordamericana [1].

In sintesi, la necessità di mezzi internazionali di pagamento per un’economia con forti debiti esteri costringe le autorità di politica monetaria a mantenere tassi di interesse che scoraggino fughe dalla valuta domestica. Un modus operandi chiaramente scomodo per una coalizione di governi che auspicherebbe invece a realizzare le richieste distributive tanto della classe lavoratrice quanto dei piccoli-medi imprenditori.

L’aggravamento della dipendenza finanziaria a causa dell’estensione temporale della scarsità di valuta non è neutrale dal punto di visto distributivo, e, pertanto, non lo è neppure dal punto di vista politico. Questi elementi influiscono sul mercato cambiario e aggravano le tensioni interne al governo di coalizione, in quanto hanno effetti benefici per quei settori politicamente non rappresentati dall’alleanza di governo e, al contrario, circoscrivono i conflitti distributivi all’interno dell’alleanza stessa, guidata da forze popolari – che cercano di evitare una svalutazione e, quindi, una caduta del salario reale – e dai settori che impiegano produttivamente il capitale – che richiedono linee di finanziamento a basso costo per poter mantenere rendimenti al netto dei costi finanziari.

In questo senso, gli sforzi dell’attuale governo per arrivare ad un accordo con gli obbligazionisti privati per la ristrutturazione del debito possono essere letti come un tentativo di alleviare le pressioni sul mercato cambiario. La possibilità di arrivare a un accordo per un debito sostenibile è stata per il gabinetto economico la principale garanzia di un assetto distributivo che viene sfruttato sin dal principio dell’amministrazione Fernández, quando un iniziale aumento del salario reale si combinò con una politica di tassi d’interesse al ribasso. Tuttavia, il costante deflusso di riserve internazionali ha mostrato come la ristrutturazione è stata ben lontana dall’essere una condizione sufficiente per garantire una stabilità cambiaria e, di conseguenza, le minacce all’assetto distributivo non sono mai realmente cessate.

La complessa situazione finanziaria del Paese è caratterizzata da insufficienti incentivi alla canalizzazione dei surplus nel mercato finanziario locale, in aggiunta all’enorme liquidità introdotta dalla politica economica per far fronte a una strategia di confinamento e per poter creare una capacità del sistema sanitario in grado di affrontare la pandemia, all’insufficiente liquidazione del settore esportatore a causa di un persistente divario cambiario e all’erogazione di impegni finanziari esterni da parte del settore privato. Questa situazione ha costituito una combo perfetta per il perpetuarsi delle tensioni sul fronte cambiario e ha costretto il gabinetto economico a dover ripensare la politica da applicare.

L’attuale dilemma che la politica economica del governo di Fernández ha di fronte può essere riassunto come segue:
1) incentivare la canalizzazione di liquidità aumentando il rendimento dei risparmi in pesos e promuovere la liquidazione della raccolta, concedendo una riduzione delle trattenute e contenendo le aspirazioni distributive dei settori a sostegno dell’attuale coalizione al governo, oppure
2) una svalutazione innescata dalle pressioni cambiarie che vedrebbe come vittima principale il salario reale e dalla quale potrebbe  scaturire un eventuale eccesso di richieste salariali, visto anche il contesto di recessione prolungata a causa della pandemia.

È immediato comprendere che, in entrambi i casi, i beneficiari naturali sono precisamente quei settori esclusi dal governo popolare. È semplice: lo stallo c’è sempre stato. Tuttavia, ciò che fa la differenza sta nei settori che, in quanto parte dell’assetto politico, ne assorbono poi le maggiori conseguenze.

Da un lato, la prima strategia implicherebbe un compromesso: rimandare al domani un possibile miglioramento dei rendimenti netti dell’impiego produttivo di capitale e dei salari reali, accettando oggi maggiori costi finanziari e un aumento dei prezzi. Dall’altro lato, la seconda alternativa porterebbe a una caduta brusca del salario reale, fortemente recessiva, che comprometterebbe le basi del consenso all’attuale governo e che, in caso di intensificazione del conflitto distributivo, ci lascia con l’incognita dell’eventuale dinamica dei prezzi.

Tutto sembrerebbe far intendere che il governo abbia deciso – spinto più dalle circostanze che da una lucida e corretta diagnosi – per la prima strategia, ovvero per quel cammino in cui la politica sembra possedere la chiave per generare consensi e minimizzare quei costi che sono, al momento, inevitabili.

Andrea Galeotti ha collaborato alla traduzione dell’articolo.


Note:

[1] Vale la pena rimarcare che queste pressioni non sono in atto, al contrario, nei casi in cui si abbia un governo che esclude gli interessi dei settori popolari dalla sua agenda di politica economica. In questo caso, la svalutazione, gli alti tassi di interesse e l’austerità fiscale sono alla base stessa del programma politico-economico proposto e supportato dalle forze politiche componenti questo tipo di governo.

Ramiro Eugenio Álvarez è ricercatore Postdoc all’Instituto de Altos Estudios Sociales dell'Università di San Martín (Argentina). Ha conseguito una laurea in Economia (UNL, Argentina), un MSc in Sviluppo Economico (UNSAM, Argentina) e un dottorato in Economics (UniSi, Italia). Si occupa di teoría económica, economía política argentina e sviluppo economico.

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