Come l’austerità alimenta la xenofobia: il caso della Grecia

Secondo una lunga schiera di economisti ortodossi affermare che scelte di politica economica possano avere come conseguenza l’intensificazione del conflitto tra lavoratori ed immigrati è assurdo ed estremamente avventato. La storia greca degli ultimi dieci anni dimostra il contrario.

Sul tema dell’immigrazione è in atto uno scontro vivace tra globalisti e isolazionisti: a seconda del colore del giornale per cui si scrive c’è una tendenza a trattare il tema facendo leva sulla sensibilità emotiva dell’elettorato o sulla sua traballante situazione economica, ma l’ipotesi di non parlarne non viene nemmeno presa in considerazione.

Ben altro approccio viene riscontrato rispetto alle politiche di rigore adottate in periodi di crisi, dal momento che la corrente di pensiero economico attualmente dominante le ha legittimate agli occhi dell’opinione pubblica descrivendole come il male minore, un sacrificio necessario per sorreggere la traballante impalcatura europea. Quelle stesse penne che sembrano taglienti come spade quando raccontano vicende migratorie, diventano coltelli da burro se il tema è quello dell’austerità. Fece scalpore la rivelazione dell’editorialista Federico Fubini (“In Grecia morti 700 neonati in più per la crisi. Ma ho nascosto la notizia”).

Nel tentativo di comprendere al meglio i drastici risultati a cui giungono le classi sociali più deboli quando vengono abbandonate a sé stesse, entrerò nel dettaglio di motivazioni e conseguenze della tragica fine di una giovane vita, quella di Pavlos Fyssas, musicista trentaquatrenne morto il 18 settembre 2013.

Non essendo descritta accuratamente dai giornali, l’austerità genera spaesamento nella popolazione, crea un divario enorme tra politici e lavoratori, mina ogni certezza ed ogni principio fondante di vita collettiva. Le comunità fanno fronte comune nel disperato tentativo di sopravvivere, ma allo stesso tempo si chiudono su sé stesse, alimentando la paura del diverso, di chi emigra da un altro paese.

Le manifestazioni di dissenso nei confronti delle politiche di bilancio restrittive sono gocce nell’oceano del pensiero unico europeista, nonostante vengano mosse anche da eminenti intellettuali di fama internazionale, tra i quali Noam Chomsky, che afferma:

Una delle conseguenze delle politiche di austerità è indebolire il mondo del lavoro, smantellare lo stato sociale e tutti quei contributi socialdemocratici che l’Europa ha regalato alla civiltà moderna dopo la seconda guerra mondiale.” [1]

Si sta parlando delle conseguenze di errori macroeconomici. Ovviamente, gli effetti delle politiche di austerità non si vedono il giorno dopo che un governo ha scelto di implementarle, ma è innegabile che consistenti tagli alla spesa pubblica provochino, anno dopo anno, riduzione dei servizi (trasporti, sanità, educazione) e dei sussidi, aumento della disoccupazione, intensificazione della rabbia sociale e della guerra tra poveri. Se si mischiano con forza tutti gli ingredienti, li si guarnisce con una grossa fetta di rivolte ed un’abbondante spolverata di xenofobia, ecco che il cocktail mortale è servito. Per convincere anche i più scettici, procediamo con ordine analizzando nel dettaglio gli ingredienti della paradossale ricetta preparata in Grecia.

Tra il 1999 e il 2009 in Grecia si assiste ad un crollo della competitività. Lo Stato ellenico in vent’anni perde il 15% della sua quota di esportazioni e il 22% di produzione industriale. Uno dei motivi di questo crollo è l’impossibilità, conseguente all’introduzione della moneta unica europea, di effettuare svalutazioni competitive della propria moneta. Al contrario, la Germania dalla creazione dell’euro risulta estremamente competitiva rispetto ai paesi del Sud Europa, grazie ad un tasso di cambio reale enormemente sottovalutato. In questo modo le imprese tedesche mantengono un consistente vantaggio competitivo, riuscendo negli anni ad incrementare nettamente le loro esportazioni verso la Grecia (prodotti chimici +94%, generi alimentari +87%, materie prime + 56% [2, p.14]).

Nel 2009 esplode la crisi del debito greco. Ne vanno però rimarcate le motivazioni: una Grecia debole era necessaria e funzionale al modello mercantilista franco-tedesco. Come sottolinea Vladimiro Giacché:

Per molti anni i conti sono stati truccati dal governo conservatore per mantenere un livello di spesa pubblica elevato in grado di drogare un’economia che non funzionava a dovere. Il punto fondamentale è quest’ultimo, ed è espresso da un deficit della bilancia commerciale nei confronti dell’estero di enorme entità: superiore al 20% nel 2008, al 14% nel 2009, e all’11,8% nel 2010. Quando c’è uno squilibrio prolungato di questo genere, qualcuno all’interno di un paese deve indebitarsi: nel caso della Grecia questo peso è stato sostenuto principalmente dallo Stato. Il problema principale non è quindi il debito pubblico, ma il debito nei confronti dell’estero.” [2, p.14]

Il 20 0ttobre 2009 è l’inizio della fine. Il ministro delle finanze greco Giorgos Papaconstantinou annuncia che il deficit di bilancio è stimato al 13% del PIL, oltre il doppio della previsione precedente del 6%. Come immediata conseguenza, le agenzie di rating declassano i titoli di stato greci fino al livello più basso. A nulla servono gli annunci del governo di riforme restrittive volte ad acquisire credibilità nei confronti dei tecnocrati europei, i quali lasciano che lo spread finisca fuori controllo oltrepassando quota mille punti. Per prevenire un default, nell’aprile 2010 Papandreou lascia che il potere decisionale sulle politiche da attuare in Grecia passi alla Troika (organo costituito da Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale).

Dal 2010 al 2017, andando sistematicamente contro la volontà del popolo sovrano, che nel frattempo esterna la propria rabbia riempiendo a più riprese le piazze di tutte le principali città elleniche, vengono approvati quattordici pacchetti di austerità che demoliscono lo stato sociale. Per comprendere la portata drammatica dei vari pacchetti di austerità, basti considerare le riforme previste dal primo memorandum: “L’innalzamento dell’età pensionabile per le donne (da 60 a 65 anni), la privatizzazione di quattromila società pubbliche, la riduzione del numero dei Comuni da mille a quattrocento, aumento dell’IVA (dal 21% al 23%) e delle accise carburanti (+10%), la sospensione di tredicesima e quattordicesima mensilità per lavoratori e pensionati, sostituite con assegni dal valore da quattro a sei volte inferiore” [2, p.27].

Tra un taglio alla spesa pubblica e l’altro, i cittadini greci non vogliono arrendersi e, come racconta Antonio Di Siena nel suo recente libro [3], danno sfoggio sia della loro tenacia nel continuare le proteste per anni, sia della capacità di restare uniti nelle difficoltà. Costretto a sopportare tagli di quasi il 50% in 5 anni, il personale sanitario greco dimostra un encomiabile senso di solidarietà e crea 92 cliniche sociali, in cui sono vietate le donazioni in denaro ed è possibile contribuire soltanto fornendo medicinali e beni di prima necessità o donando il proprio tempo.

L’imprenditoria viene messa in ginocchio: il 30% delle aziende chiude e quelle che sopravvivono vedono dimezzarsi il loro fatturato. Nonostante ciò, i lavoratori non si arrendono ed occupano molte fabbriche per evitarne la chiusura. Significativo è il caso della Bio.Me, ditta che produceva materiali chimici ma che dopo la crisi è orientata a chiudere i battenti. Gli operai perseverano nella loro lotta occupando gli stabilimenti, sequestrando i macchinari e creando una cooperativa sociale d’impresa, con proprietà collettiva dei mezzi di produzione, che vengono convertiti dalla realizzazione di solventi inquinanti a quella di saponi e detersivi ecologici.

Dietro a chi non si arrende purtroppo però ci sono anche tanti individui deboli ed insicuri che, dopo aver perso lavoro (nel 2013 la disoccupazione arriva al 29%, quella giovanile quasi al 50%, quella delle donne giovani al 65% [4]), vengono abbandonati e sprofondano in un mare di depressione e droghe a basso costo. Interi quartieri vengono dimenticati dalla politica, il clima di incertezza porta alla ricerca di un capro espiatorio e di risposte immediate a problemi complessi.

È il caso del rione di Agios Panteleimon, distretto in cui la percentuale di immigrati è sensibilmente aumentata negli ultimi trent’anni, al punto da essere ora suddiviso in sottozone etnicamente omogenee e da avere scuole dove gli stranieri superano in numero i greci. Qui ovviamente l’austerità non ha generato soltanto aumento di disoccupazione, criminalità e tossicodipendenza, ma ha anche acuito le tensioni razziali. Clima politico perfetto per l’ascesa di un partito di estrema destra. Come accadde nella Germania del cancelliere della fame Brüning, anche nella Grecia dei Memorandum i consistenti tagli alla spesa pubblica portano alla crescita dei consensi di un partito xenofobo e nazionalista: Alba Dorata.

Partendo in sordina nel 2009 con la gestione di un piccolo bar, il partito, passo dopo passo, guadagna l’egemonia territoriale ad Agios Panteleimon, incolpando gli immigrati per la drammatica crisi che mette in ginocchio l’intero paese, sostituendosi allo Stato nel garantire indumenti e cibo ai più bisognosi (solo a quelli di origine greca) e garantendo l’ordine tramite pattugliamenti. Il quartiere viene soprannominato “la base di Alba Dorata”, ed i successi elettorali non tardano; Di Siena lo definisce “Un luogo in cui, per decenni, sono completamente mancate sia la protezione dello Stato che l’equilibrata gestione del fenomeno migratorio e della conseguente e complessa convivenza multiculturale fra ultimi e penultimi” [3, p.70].

Alle comunali del 2010, Alba Dorata passa dalle precedenti percentuali da zero virgola, al 5,3% dei voti totali (8,4% ad Agos Pantaleimon). Il partito cresce ed intensifica le ronde, presidiando le piazze e incendiando le zone del quartiere adibite a luogo di culto straniero. Con più di un milione di immigrati su un totale di 11 milioni di abitanti, sicurezza e netta opposizione all’immigrazione sono temi che un numero crescente di greci inizia a considerare prioritari per uscire dalla crisi. Due anni dopo, alle prime elezioni politiche dall’inizio della recessione, il partito raggiunge il 7%, ottenendo 21 seggi in Parlamento, diventando a tutti gli effetti la quinta forza politica del paese. Negare il nesso causale tra le rigide politiche di austerità e l’aumento dei consensi della forza politica neofascista significa negare l’evidenza [5].

L’aumento dei consensi di un partito come Alba Dorata non viene visto di buon occhio da chi milita in gruppi del fronte opposto, come membri dei sindacati e lavoratori impegnati nella lotta contro l’inesorabile eliminazione dei loro diritti. Tra i due schieramenti la tensione cresce in tutta la Grecia, in particolare al porto del Pireo, dove le condizioni lavorative sono peggiorate sensibilmente dopo la privatizzazione: da un lato chi la lotta vuole vincerla portando tutti i lavoratori a ribellarsi, dall’altro chi ha come principale obiettivo quello di alimentare l’odio verso i migranti così da poter radicare il proprio potere sul territorio in modo da sostituirsi a poco a poco allo Stato, continuando a commettere atti di violenza verbale e fisica nei confronti degli stranieri.

In questa situazione incandescente, Pavlos Fyssas gioca un ruolo da protagonista. Membro del sindacato metallurgico, è diventato un rapper militante del fronte anticapitalista della sinistra greca, con lo pseudonimo di Killah P., dopo aver lavorato ai cantieri navali. La sua è una voce che infastidisce gli ambienti di estrema destra.

Il 13 settembre 2013, dopo un diverbio avvenuto in un bar tra Fyssas e alcuni militanti del partito neofascista, tutti i camerati della zona vengono chiamati a rapporto. Si presentano in cinquanta, Killah P. viene placcato e preso a pugni in mezzo alla strada fuori dal bar, fino all’arrivo di un’auto da cui scende Giorgios Roupakis, che piomba su Fyssas e lo uccide con tre pugnalate. Subito dopo la morte del rapper, Roupakis, militante di Alba Dorata, viene arrestato e confessa il suo omicidio.

Fyssas muore per chiare ragioni politiche. La sinistra incolpa tutti gli elettori di Alba Dorata per aver implicitamente legittimato un atto simile, con lo slogan “500mila voti impugnavano quel coltello” [3, p.90]. Si procede con l’arresto del leader del partito e di 15 deputati, l’accusa è di far parte di un’organizzazione criminale militarmente organizzata. Ciononostante, alle elezioni europee del 2014 il partito neonazista raggiunge la percentuale più alta (9,39%), perdendo poi consensi gradualmente fino al 2,93% dello scorso anno.

Nel processo ad Alba Dorata vengono coinvolte 78 persone e, dopo cinque anni, ad ottobre 2020 i vertici del partito (tra cui il leader Nikos Michaloliakos) sono condannati a 13 anni di carcere, ad oltre 50 militanti sono inflitte pene dai 5 anni per detenzione illegale di armi e aggressione, fino all’ergastolo per l’omicidio del musicista Pavlos Fyssas. Il partito viene classificato come organizzazione criminale e di conseguenza disciolto.

Vale però la pena riflettere sui motivi che hanno portato Alba Dorata ad ottenere 21 seggi in parlamento. Incolpare sempre e soltanto i cittadini senza considerare le politiche economiche che li hanno portati a quel voto è attività cieca e profondamente fallace. Non esistono decisioni tecniche che esulano dall’aspetto umano della politica. Ogni provvedimento dei governi porta ad una variazione del tenore di vita di una determinata categoria. Nella Grecia dei memorandum si è scelto di privilegiare gli interessi delle banche commerciali francesi, tedesche ed olandesi, le quali erano molto esposte in titoli di stato greci ad alto rendimento e rischiavano di fallire, provando a ripianare le loro forti perdite finanziarie tramite rigide politiche di austerità, a discapito delle classi sociali più deboli, ridotte alla fame.

Infatti, nel famoso memorandum del 2015 con cui Syriza andò contro l’esito del referendum cedendo alle imposizioni dell’UE, su un totale di 86 miliardi, solamente 15 vanno effettivamente allo Stato greco. Il restante 83% è suddiviso tra 46 miliardi per ripagare il debito precedentemente contratto con FMI e BCE e 25 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche. Il tutto con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico/PIL, che dal 2010 al 2018 al contrario è andato in crescendo dal 115% al 181,2% (le stime del 2020 indicano un ulteriore aumento al 185%) [3, p.163],

Non lasciamo che i tecnicismi economici pseudo-scientifici dominino il dibattito politico. La civiltà di un sistema socio-economico dovrebbe misurarsi in base a come si prende cura degli ultimi. Chi pensa si debba necessariamente scegliere tra aiutare un immigrato ad integrarsi e dare sussidi al proprio vicino di casa disoccupato parte da due presupposti: che la moneta sia merce scarsa e che le casse di uno stato somiglino a quelle di una famiglia. Entrambi gli assunti sono sbagliati, come sottolineato di recente persino dalla presidente della BCE Christine Lagarde, ed è necessario estirparli alla radice. L’alternativa è quella di restare intrappolati in dibattiti illogici ed inconcludenti su immigrazione e povertà per il resto dei nostri giorni.

Vale tanto per la Grecia quanto per l’Italia, dove Camera e Senato hanno approvato da pochi giorni la proposta di riforma peggiorativa del MES, un meccanismo la cui attivazione provocherebbe una grande sfiducia da parte dei mercati finanziari e la definitiva erosione del risparmio privato italiano, portando a tagliare la spesa pubblica in un periodo in cui servirebbe aumentarla drasticamente.

Chiunque abbia compreso la gravità di quanto accaduto in Grecia ha il dovere morale di impegnarsi per fare in modo che si smetta di demonizzare la spesa pubblica e si torni ad analizzarne i pregi, che si guardi alle politiche di austerità come ad un esperimento fallito, da scartare e non ripetere mai più. Mantenete la rabbia con cui discutete degli argomenti che vi stanno più a cuore. Nutritela con la cultura e sfruttatela con chi, nonostante tutto, cerca ancora di spiegarvi i lati positivi dell’austerità. Ricordate loro come è morto Pavlos Fyssas e raccontate la crisi greca dal punto di vista dei più deboli.


Note e riferimenti

[1] Cutraro, A., Greco, F., Melchiorre, M. (2017). ‘PIIGS, Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity’. Gingko Edizioni.

[2] Giacché, V. (2015). ‘Titanic Europa, La crisi che non ci hanno raccontato’. Imprimatur.

[3] Di Siena, A. (2020). ‘Memorandum, una moderna tragedia greca’. L’AntiDiplomatico Edizioni.

[4] European Parliament (2013). ‘The Social and Employment situation in Greece’. Directorate general for internal policies, Policy department – economic and scientific policy.

[5] Hübscher, E., Sattler, T., & Wagner, M. (2020). Does Austerity Cause Political Polarization and Fragmentation?. Available at SSRN 3541546.

Sono stato seduto composto in diverse aule universitarie, per la maggior parte del tempo a Bergamo, un annetto anche in Germania. A volte ho preso appunti, mi hanno consegnato dei fogli bianchi e li ho riempiti, li hanno letti, ci hanno scritto sopra dei voti e alla fine ho ricevuto un pezzo di carta un po’ più grande; non so dire se mi sarà utile ma almeno mi ha dato un motivo socialmente accettato per bere Braulio irresponsabilmente, almeno per una sera. Follemente innamorato delle Prealpi orobiche dove sono cresciuto e tornato a vivere dopo l'università, quando non lavoro di solito faccio cose non indispensabili allo sforzo produttivo del paese, come andare in montagna e studiare macroeconomia, ma niente di serio.

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1 COMMENT

  1. La critica più interessante che ho letto finora su questo articolo è di Giuseppe Guerra, eccone un estratto: “nel quadro della violenza sociale in Grecia, guardare alla sola componente xenofoba è come considerare un solo lato della medaglia. Il citato esempio dell’omicidio Fyssas ne è una chiara dimostrazione: violenza tra greci, causata dalla polarizzazione politica […], conseguenza di un’Alba Dorata più propensa ad agire, avendo ormai raccolto un consenso mai visto in oltre 30 anni di storia.”

    In risposta chiarisco cosa intendo con il termine xenofobia in ambito politico:
    Ho riflettuto su quale crimine di Alba Dorata inserire nell’articolo ed alla fine ho optato per l’omicidio Fyssas, pur sapendo che c’era il rischio concreto di finire fuori tema dato che non c’è, almeno non direttamente, uno sfondo razziale. Ho scelto Fyssas perché è il caso più eclatante ed il motivo che ha portato alla sentenza dello scorso Ottobre.
    Per come la intendo io la xenofobia non è solamente paura del diverso, ma si riflette negli scontri interni alla società(anche tra persone dello stesso popolo) e soprattutto nelle politiche dei partiti. Un comunista come Fyssas non pensa che il proprio popolo sia migliore di tutti gli altri, non idolatra i suoi connazionali sminuendo gli immigrati, un neonazista invece di solito sì.
    Ad esempio, un conto è valutare pro e contro dell’uscita dall’euro nell’ottica sia di migliorare il processo di integrazione dei migranti sia di avvicinarsi alla piena occupazione, riducendo al minimo i problemi sociali, un altro affermare che si possano risolvere magicamente tutti i problemi di un paese solo interrompendo il flusso in entrata dei migranti e dando la caccia a quelli che abitano lì ormai da anni.
    In questo senso credo che l’omicidio Fyssas possa avere una componente xenofobica, perché compiuto nei confronti di chi, seppur greco come i militanti di Alba Dorata, al contrario di loro difendeva gli ideali di internazionalismo e solidarietà tra popoli, in netta opposizione al razzismo.

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