Addio all’austerità in Australia: il neoliberismo sconfitto da sé stesso

Dopo la presentazione del bilancio 2019, il Ministro del Tesoro australiano Josh Frydenberg aveva annunciato con orgoglio: “The budget is back in the black, and Australia is back on track”. Il tesoriere e il nuovo primo ministro Scott Morrison avevano più volte affermato che, per la prima volta da quando il loro partito era salito al potere 6 anni fa, avrebbero potuto finalmente prevedere un avanzo di bilancio di 7,1 miliardi di dollari australiani per l’anno fiscale che è terminato a giugno 2020. Se questo fosse accaduto, l’Australia avrebbe visto il suo primo surplus in 12 anni.

Una domanda sorge spontanea: perché il bilancio statale si era chiuso in rosso per oltre un decennio? Non sorprende che la principale responsabile fosse stata la crisi finanziaria globale. All’inizio del 2009, l’ex primo ministro e leader del partito laburista, Kevin Rudd, annunciò un pacchetto di stimoli da 52 miliardi di dollari, elargendo contestualmente sussidi a oltre 13 milioni di australiani. Il pacchetto comprendeva inoltre 26 miliardi di dollari per progetti di costruzione straordinaria di strade, case e scuole.

I risultati dell’approccio keynesiano furono lampanti: l’Australia fu uno dei pochi paesi ad evitare la recessione durante la crisi finanziaria, tanto che a Wayne Swan, ministro del Tesoro del governo Rudd, venne conferito il prestigioso premio di ministro delle finanze dell’anno.

Durante le elezioni del 2013, il leader dell’opposizione, Tony Abbott, additò il deficit come uno dei principali problemi del paese. Durante il suo discorso di lancio della campagna elettorale a Brisbane, definì la spesa per gli stimoli del governo Rudd – per un valore di soli 52 miliardi di dollari – come uno spreco di denaro.

“Dopo che il precedente governo guidato dal partito Liberale e da quello Nazionale ha generato i quattro più grandi surplus della nostra storia, l’attuale governo vi ha regalato i cinque più grandi deficit”

Abbott grazie a questa linea comunicativa vinse le elezioni, portando al governo una coalizione di destra tutt’oggi in carica. Nonostante il successo nella gestione della crisi finanziaria, l’elettorato decise così di non premiare l’operato del governo uscente.

Dal momento che i partiti di governo avevano promesso di riportare il bilancio in surplus, il deficit è diventato negli ultimi anni un argomento chiave nella politica australiana, il che ha portato a vari tagli di bilancio che hanno colpito soprattutto le fasce più povere. Emblematico è il caso dell’indennità di disoccupazione “Newstart”: nonostante vari economisti super partes in tutto il paese avessero denunciato che fosse troppo bassa per garantire un minimo tenore di vita, dato l’aumento dei prezzi degli affitti e dell’elettricità degli ultimi 5-10 anni, nessuno aveva osato mai toccarla: “spendere” era diventata una parolaccia.

Eppure, quando la pandemia di Coronavirus ha colpito l’Australia alla fine di marzo di quest’anno, il governo di coalizione tradizionalmente pro-austerity è stato incredibilmente rapido ad annunciare due nuovi contributi governativi: JobKeeper e JobSeeker. Il primo è un sussidio salariale per i datori di lavoro di 100 dollari al giorno, avente lo scopo di evitare licenziamenti durante i lockdown nazionali (simile a quanto è stato fatto nel Regno Unito); il secondo un raddoppio dell’indennità “Newstart”, 2230 dollari al mese.

Con l’aggravarsi della crisi e con Melbourne, la seconda città più grande dell’Australia, che attraversava la sua seconda ondata e un lockdown di oltre 100 giorni, la pressione da parte dell’opinione pubblica per ulteriori stimoli fiscali da inserire nel bilancio di ottobre è aumentata.

I cronisti hanno spesso fatto notare come un governo che in passato aveva fortemente criticato le politiche espansive di Kevin Rudd si è trovato a scegliere tra rinnegare la sua retorica dell’ultimo decennio o lasciar crollare l’economia. Nella misura in cui potevano, hanno scelto il primo approccio annunciando un’ondata di misure di stimolo per l’economia che aumenterà il deficit statale a 213,7 miliardi di dollari, il più grande nella storia australiana.

Nonostante la necessaria inversione di tendenza sulla politica fiscale, il governo è però rimasto in gran parte fedele alla sua ideologia di destra: le risorse investite hanno principalmente implementato sconti fiscali per i ricchi e politiche a sostegno delle imprese.

Alcuni economisti inoltre hanno criticato il governo per aver investito principalmente in industrie che non sono state colpite dalla crisi, come l’edilizia, l’energia e la produzione, sottolineando che i dollari investiti non stanno rendendo quanto potrebbero. Le industrie delle arti, del turismo e dell’ospitalità fortemente penalizzate dalla pandemia hanno ricevuto scarso sostegno. I pagamenti per JobKeeper e JobSeeker sono stati di recente ridotti.

Anche se il targeting del recente pacchetto di aiuti ha lasciato in molti delusi, è doveroso sottolineare che la sua eredità rimarrà per decenni a venire. La spesa pubblica è tornata ed ora in Australia è “surplus” ad essere una parolaccia.

Samara Cooper è un'economista australiana che si occupa di politiche pubbliche e ha lavorato in vari studi di consulenza e think tank a Melbourne. Attualmente sta completando la laurea magistrale in Economia e Scienze Sociali all'Università Bocconi di Milano.

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4 COMMENTS

  1. Ma proprio no. Il governo non poteva fare altro ma intende puntare nuovamente sull’ austerià. Da settembre hanno cominciato a tagliare i contributi jobkeeper. Il settore dell’istruziine terziaria è stato fatto collassare senza poter usufruire dello schema jobkeeper. Due giorni fa il Guarduan eduziine australiana ha pubblicato un ottimo articomo in cui si mostra che la stragrande maggioranza delle agevolazioni fiscali, che apparirebbero ’keynesiane’ in quanto aumentano il deficit pubblico va a benfecio degli strati molto ricchi.
    Joseph Halevi

    • Gentile Professor Halevi, nell’articolo si intendeva sottolineare come l’ideologia dell’austerità è stata sconfitta dalle circostanze, ma in un passaggio si sottolinea anche che “nonostante la necessaria inversione di tendenza sulla politica fiscale, il governo è però rimasto in gran parte fedele alla sua ideologia di destra: le risorse investite hanno principalmente implementato sconti fiscali per i ricchi e politiche a sostegno delle imprese”.

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