Bentham, il filosofo che fece innamorare gli economisti

Una volta stabilito con Adam Smith che l’interesse personale coincide convenientemente con quello collettivo, ai primi economisti “classici” non restava che definire più precisamente in cosa consistesse questo interesse. Se per alcuni il problema poteva essere risolto semplicemente assumendo una tendenza generale a preferire un guadagno maggiore rispetto a uno minore, altri si assunsero esplicitamente il compito di formalizzare la questione andando a ricercare i moventi fondamentali dell’azione umana.

Per fare questo ci si rivolse alle analisi che provenivano anche da altri ambiti del sapere e un rilievo particolare ebbe il contributo del filosofo inglese Jeremy Bentham (1748-1832).

Bentham era convinto che ogni azione umana fosse guidata dal desiderio di massimizzare l’utile, e l’utile altro non sarebbe se non il perseguimento del piacere congiunto al tentativo di minimizzare la sofferenza. Persino i comportamenti altruistici vengono da lui ricondotti a casi particolarmente lungimiranti di egoismo, vera natura dell’uomo: ogni atto di sacrificio, di onestà o di lealtà sarebbe quindi motivato alla radice dalla previsione di una ricompensa futura in termini di maggior benessere individuale.

Questa filosofia ha avuto un certo successo fra gli economisti nonostante sia stata discussa e rifiutata sia da altre correnti filosofiche, sia da successivi studi antropologici e sociologici soprattutto per via del fatto che non distingue fra utilità di natura diversa, incommensurabili fra loro, cadendo così nel classico errore di chi somma le mele con le pere. Essa risultava tuttavia metodologicamente comoda in quanto consente di spiegare i processi decisionali attraverso un mero calcolo edonistico, semplificando quindi significativamente le variabili rilevanti in gioco. L’adesione all’utilitarismo è esplicitamente rivendicata per esempio da William Jevons, uno dei primi teorici del marginalismoeconomico:

La teoria che segue è basata interamente su di un calcolo del piacere e della pena; oggetto dell’economia è rendere massima la felicità acquistando, per così dire, piacere col minimo costo penoso. […] Non esito per parte mia ad accogliere la teoria utilitaria della morale che considera quale criterio del giusto e dell’ingiusto l’effetto esercitato sul benessere dell’umanità [1].

Non bisogna pensare che non si riconoscessero nell’uomo altre passioni o altri moventi, magari anche apparentemente in conflitto con l’interesse personale in senso stretto, ma rispetto a questi l’analisi economica classica ha assunto due atteggiamenti fondamentali: il primo consisteva nell’annoverarli come casi particolari di comportamento irrazionale, quindi non indagabile entro i parametri di una scienza “normale”; il secondo approccio invece consisteva nel riconoscerli sì come moventi importanti, ma non attinenti alla sfera economica e perciò non rilevanti per quella particolare disciplina[2].

Entrambi questi approcci manifestano la volontà fondamentale da parte dell’economia di definire e delimitare il proprio campo di studio. Un caso più unico che raro fra le scienze, il cui ambito di pertinenza è solitamente determinato dalla natura del proprio oggetto, e non viceversa (non è forse casuale, quindi, che la parola “economia” sia in italiano ambigua, in quanto può riferirsi tanto alla disciplina quanto al suo oggetto). L’uomo che l’economia studia non è quindi un uomo tout court, ma è un uomo d’affari ideale che decide sempre seguendo il principio utilitaristico della massimizzazione dell’utile, è quindi un uomo… economico, l’homo oeconomicus. Un modello astratto che per fortuna non ha nulla a che fare con l’umanità reale, anche se molti di noi probabilmente conoscono qualche personaggio odioso che un po’ vi assomiglia.

La focalizzazione sulla massimizzazione dell’utile è un passaggio fondamentale nel pensiero economico anche per il fatto che essa consolida il terreno per l’individualismo metodologico (infatti chi “calcola” l’utile è sempre un individuo, mai una collettività), favorendo quindi il primato della microeconomia sulla macroeconomia.

Questa semplificazione metodologica, che considera l’uomo come un mero massimizzatore di utilità intesa come sostanza indifferenziata, consentì alla tradizione classica di diventare ben presto estremamente feconda, portando alla nascita di un vastissimo vocabolario concettuale che per molti aspetti è ancora alla base del pensiero economico contemporaneo.

Fonti:

[1] W. Jevons, Teoria dell’economia politica, tr. it. di R. Fubini e C. Argnani, UTET, Torino 1947, p. 48.

[2] Oggi il primo approccio è ampiamente più diffuso del primo e lo studio del comportamento “irrazionale” è stato via via integrato negli studi economici con risultati altalenanti.

Matteo Nepi
Informazioni su Matteo Nepi 3 Articoli
Matteo Nepi si è laureato in filosofia con una tesi sul pensiero economico del Novecento. Collabora con il teatro e circolo culturale “Corte dei Miracoli” e partecipa all’organizzazione delle iniziative dell’associazione di cultura politica “Sottosopra”

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