Come il coronavirus cambia l’economia del calcio dilettantistico

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Calcio, economia e politica. Un intreccio questo che ora potrebbe riservare scenari preoccupanti per ciò che riguarda l’intero movimento dilettantistico. Focalizzando l’attenzione sulla Lombardia – regione prima in Italia per numero di società e per iscritti – la situazione che pare essere all’orizzonte nell’emergenza post-coronavirus non si presuppone essere delle migliori. 

In una recente video conferenza tenuta con la Delegazione di Brescia, il consigliere regionale Dario Silini ha affermato che «stando alle stime attuali, quasi il 30% delle società attualmente iscritte potrebbe non presentarsi ai nastri di partenza della prossima stagione». Un dato questo che, se confermato, potrebbe ridimensionare notevolmente un movimento che negli anni è sempre stato un fiore all’occhiello per l’intera regione.

Ma il numero di società iscritte rischia di non essere l’unico scenario destinato a mutare. Anche i rapporti economici all’interno del mondo dilettantistico rischiano di mutare considerevolmente. Per anni il movimento calcistico lombardo ha rappresentato un mercato economico florido dove aziende ed imprenditori, iniettavano una quantità consistente di liquidità nelle proprie società calcistiche, forti degli sgravi fiscali di cui godevano queste sponsorizzazioni. Ora questo fragile castello di carta rischia di crollare in un batter d’occhio.

E questo di per sé non è un male, per il valore morale che lo sport dilettantistico ha il dovere di esprimere, in ogni sua disciplina. Per anni questo mondo si era retto attorno ad un sistema malato e fragile che nel corso del tempo ha mostrato più volte le sue lacune: dal caso Varese scoppiato la scorsa estate, passando anche per i meno noti esempi di Gessate e Vignate di qualche anno fa.

Questi casi di fallimento hanno tutti in comune la fine, o il netto ridimensionamento, di elargizioni economiche che per anni avevano reso gli attori principali (ossia i calciatori) dei professionisti in un ambiente dilettantistico, con rimborsi sempre più simili a veri e propri stipendi e, addirittura in qualche caso, anche la possibilità di dare vitto e alloggio. Esattamente come capita nel mondo del calcio professionistico. 

Ora lo scenario, però, fa pensare al cambiamento: l’era degli sceicchi lombardi sembra essere giunta al suo termine. L’unica soluzione che potrebbe garantire la vita di questo sistema dovrebbe venire dal governo, che per continuare a fomentare quello sport che per molti viene giustificato come “funzione sociale” potrebbe pensare di aumentare gli sgravi economici per le sponsorizzazioni.

Di certo, se così non fosse, il ridimensionamento, non solo economico ma anche di impatto sociale, avrà le sue conseguenze nell’immediato ma l’andare a creare sistemi diversi più ampi e strutturati può nel lungo periodo indurre la creazione di nuovo sistema, low cost ma certamente più solido.

L’epoca dei grandi fallimenti  potrebbe essere giunta al termine: alle porte, appena superato lo scoglio della crisi, si potrebbe assistere ad una rinascita che porterebbe lo sport più amato al mondo ad una sua nuova vita. I dilettanti, dunque, torneranno ad essere dilettanti.

Andando a fondo della questione, però, attorno al movimento calcistico dilettante non sono solo i soldi degli sponsor a reggere il sistema. Anzi in proporzione questi soldi reggono solo 7% dei tesserati. Per il restante 93% il denaro elargito è sostanzialmente fornito dagli stessi attori: ossia quelle famiglie che per iscrivere i propri figli ad una società pagano una quota di iscrizione annua. Il problema che ora viene a porsi riguarda il fatto che la crisi ha di fatto eliminato il 20% dei mesi pagati, impedendo dunque lo svolgimento di un’attività che, nella maggior parte dei casi, le famiglie avevano già saldato.

Questo rischia di diventare con il passare delle settimane un problema sempre più complesso da gestire poiché le famiglie chiederanno – e c’è già chi si è mosso in tal senso – uno sconto per la prossima stagione pari almeno al 20% del totale. Questo in termini economici, tenendo conto che mediamente una società ha come quota di iscrizione un importo pari a 250€ e aggiungendo che in media una società dispone di 150 tesserati paganti, potrebbe creare una riduzione dei ricavi delle stesse tra i 10mila ed i 12mila euro.

Per correre ai ripari le società stanno già facendo pressioni sulla politica federale per trovare una soluzione, magari tramite uno sconto sulle tasse di iscrizione per la stagione 2020/21. Un’azione che al momento il CRL non può ancora percorrere: la crisi riguarda tutti, Federazione compresa. Per risolvere, dunque, questo problema che rischia di diventare molto serio è necessario l’intervento dello Stato. Un intervento che il Ministro dello Sport Spadafora ha promesso con lo stanziamento di 400 milioni, una cifra che ad oggi potrebbe risultare insufficiente.

Valerio Amati
Informazioni su Valerio Amati 1 Articolo
Lombardo e brianzolo. Amante del pallone che rotola soprattutto se è quello dei campi di provincia. Alla costante ricerca di risposte, alimentando però i dubbi.

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