Con la Covid tax torniamo a parlare di disuguaglianza

“Al mio segnale scatenate l’inferno”: pare sia stata questa la citazione di alcuni membri o sostenitori del Partito Democratico alla proposta di un “contributo di solidarietà” che per questo partito rappresenta l’ora esatta di un orologio rotto

Il sindaco di Milano, Beppe Sala, dopo le ubriacature agli aperitivi milanesi ai tempi del Covid-19, ribalta l’articolo 53 della nostra Costituzione sostituendo il principio di progressività fiscale con il principio di carità individuale con l’accusa che il primo sia foriero di ulteriori differenze. 

Lo segue a ruota Oscar Farinetti che, come prima le sardine, propone un contributo in stile flat tax o, per rendere meglio l’idea, un Amato 2.0: prelievi forzosi su tutti i conti correnti per un importo pari al 2% anche qui dimenticando qualsiasi principio di redistribuzione e progressività fiscale. 

Anche gli ex compagni di partito oggi in Italia Viva si sono scagliati contro la proposta democratica paventando un rischio-patrimoniale, omettendo che di fatto la patrimoniale implica una tassazione sui patrimoni e non sui redditi. 

Insomma, anche quando il Partito Democratico dopo anni di pane e Laffer finalmente pare segnare l’ora corretta, i suoi membri o vicini politici lo smontano e lo riportano immediatamente sulla retta via neoliberale

Ed è una conseguenza logica, naturale per chi per decenni ha perseguito il mito di Laffer e il suo relativo mantra “meno tasse, specie sui più ricchi e sui fattori mobili quali il capitale” con l’idea che la loro protezione possa far aumentare il prodotto interno lordo secondo la leggenda della trickle-down economics. È per questo che, ad esempio, a seguito della pubblicazione dell’ultimo rapporto di Banca d’Italia sulla ricchezza delle famiglie italiane si è assistito ad un giubilo, nonostante questa pubblicazione in realtà rappresenti gravi distorsioni nella distribuzione funzionale – salari e profitti – all’interno dell’Italia. 

O ancora, è per questo che negli anni di governo del Partito Democratico si è insistito nella detassazione delle imprese sia con la riduzione dall’aliquota IRES e sia attraverso i 73 miliardi complessivi di contributi che le imprese hanno risparmiato tra il 2015 e il 2018 (Fonte: INPS rapporto annuale). Questi risparmi d’impresa, però, sono risorse che costituiscono le pensioni dei lavoratori, la loro retribuzione durante gli infortuni o la malattia. Di conseguenza, per garantire contemporaneamente questi diritti ai cittadini, lo Stato deve farsi carico di coprire il mancato gettito dell’INPS, recuperandolo dalla fiscalità generale. 

Il contesto italiano è già caratterizzato da una progressività del sistema fiscale fortemente ridimensionata – basti pensare che nel 1973 erano previste 32 aliquote la cui massima al 72% mentre ora abbiamo 5 aliquote cui massima al 43 – con redditi da capitale (finanziario, immobiliare o d’impresa) esenti dall’IRPEF e assoggettati a regimi d’imposizione separati e più favorevoli. Contesto italiano che è del tutto in linea con quello degli altri Paesi occidentali, con la tendenza ad una competizione fiscale che per attrarre capitali pienamente liberi di circolare sposta la tassazione dai fattori mobili a quelli meno mobili, ovvero il lavoro. 

Questo chiaramente ha un impatto sui livelli di disuguaglianza. Infatti, la riduzione contemporanea del numero delle aliquote e dell’aliquota marginale sposta necessariamente il carico fiscale dai più ricchi al ceto medio-basso con un conseguente aumento delle disuguaglianze a seguito della minor redistribuzione fiscale. Infatti, l’OCSE nel suo rapporto “Growing unequal? Income distribution in OECD countries” conferma che il sistema fiscale contribuisce per un terzo nella riduzione delle disuguaglianze, ma se i sistemi fiscali diventano meno progressivi questa capacità redistributiva perde vigore. Più precisamente Alvaredo et al. (2013) mostrano l’esistenza di una correlazione negativa tra riduzione dell’aliquota marginale massima e l’aumento del top 1%. Nel caso dell’Italia gli autori mostrano come a seguito di una riduzione dell’aliquota marginale di circa il 30%, il top 1% è aumentato di circa tre punti percentuali. 

Insomma, in un contesto di grave crisi sanitaria che anticipa una ancora più grave crisi socioeconomica, è emblematica la posizione delle principali forze politiche che ancora una volta pensano di trasferire i costi di tale crisi sulle spalle delle classi più povere proteggendo i redditi (e sì, anche i patrimoni) dei più ricchi

I più ricchi negli ultimi trent’anni, secondo il rapporto annuale dell’INPS 2019, hanno visto crescere i loro redditi in maniera vertiginosa: nel top 0,01% si è assistito a un +298% per il reddito da lavoro, ossia quattro volte la crescita totale del reddito da lavoro. Dall’altro lato coloro che si trovano nel top-10 contribuiscono molto meno alla crescita della retribuzione del fattore lavoro: 63% è il contributo del 90 percento più povero, contro il 27% del top-10. 

Considerando che 80.000 euro di redditi corrispondono a circa il 99esimo percentile della distribuzione dei redditi reali per l’anno 2017, i sedicenti rappresentanti ed ex rappresentanti della “sinistra” italiana si stanno esattamente battendo per la difesa delle tasche dei più ricchi quando siamo in disperato bisogno di liquidità da destinare a famiglie e lavoratori non tutelati dalla cassa integrazione e senza alcuna fonte di reddito derivante dagli strumenti sociali già in essere.  

Fonti:

  • Alvaredo et al., 2013, The top 1 Percent in International and Historical Perspective, Journal of Economic Perspectives, vol. 27 n. 3 
  • Banca d’Italia, 2019, La ricchezza delle famiglie e delle società non finanziarie italiane 
  • INPS, 2019, XVIII Rapporto Annuale
  • OECD, 2008, Growing unequal? Income distribution and poverty in OECD countries, OECD publishing 

Studente PhD presso l'Università Pompeu Fabra di Barcellona. Ricerca su temi di disuguaglianza, mobilità intergenerazionale e stratificazione sociale.

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1 COMMENT

  1. […] Partendo da quest’ultima, si fa fatica a capire le ragioni del dibattito visto che purtroppo nessuno l’ha realmente menzionata. La proposta da orologio rotto del Partito democratico è, infatti, una ulteriore imposta progressiva sui redditi da lavoro che non ha nulla a che vedere con una patrimoniale, la quale è un’imposta sui patrimoni (per questo tema si rimanda ad un precedente articolo).  […]

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