Contro il neoliberismo

neoliberismo

Gli autori di questo articolo sono Alessandro Bonetti e Andrea Muratore.

Il crollo del Muro di Berlino sembrava aver decretato la morte delle ideologie. Per citare Francis Fukuyama, tutto il mondo avrebbe seguito il modello statunitense. C’è chi chiama questo sistema liberal-democrazia, chi liberalismo.

Ma qui l’errore è duplice. Innanzitutto, queste previsioni si sono rivelate sbagliate. Poi, i concetti di liberal-democrazia e liberalismo non sono adatti a spiegare la temperie culturale, politica ed economica che ha avvolto il mondo occidentale negli ultimi trent’anni.

Liberal-democrazia e liberalismo sono teorie politiche che descrivono il passato, non il presente. Il sistema in cui viviamo oggi in Occidente è invece una mutazione genetica di quei due concetti. Volgarmente lo possiamo chiamare neoliberismo: “neo”, ciè nuovo, perché si distingue dal liberismo classico per diversi aspetti.

Il neoliberismo si fonda su tre grandi menzogne. In primis pretende di essere l’unico sistema possibile e percorribile nella realtà contemporanea. Per mostrare che non è così basta l’esempio della Cina: un enorme esperimento che coinvolge un sesto dell’umanità e che segue linee teoriche e pratiche completamente diverse.

Inoltre, il neoliberismo sulla superficie attacca lo Stato, ma in realtà lo usa per applicare le sue politiche, come ha dimostrato nei suoi saggi una studiosa del calibro di Naomi Klein. Non ci può essere repressione salariale senza il contributo della macchina coercitiva statale. Non ci può essere deregolamentazione dei mercati finanziari senza leggi nazionali ad hoc. Non ci può essere libertà di movimento di merci e capitali senza l’apertura delle frontiere da parte degli Stati nazionali. Lungi dal voler smantellare l’apparato statale, l’ideologia neoliberista lo usa per perseguire i suoi obiettivi, molto spesso forzandone i meccanismi e approfittando delle situazioni emergenziali attraverso l’applicazione di quella che la Klein chiama “dottrina dello shock”[1]. L’unico smantellamento a cui mira è quello delle tutele dello Stato sociale, per portare i cittadini a fronteggiare da soli la “durezza del vivere”, per citare il tristemente famoso articolo di Padoa-Schioppa del 2003[2].

Infine, ed ecco la terza menzogna, i neoliberisti dicono che il neoliberismo non esiste. Negano che vi sia un’ideologia che propugna la liberalizzazione dell’economia a livello globale, affiancata da un forte Stato sorvegliante. Anzi, affermano che queste tendenze sono naturali e insite nell’agire umano.

In realtà, il neoliberismo è la forma che il “capitalismo politico” assume oggi in Occidente. Una forma storicamente e politicamente determinata, che si ispira a una certa visione economica, politica e antropologica. Economica in primis, perché nella sua definizione più compiuta ad opera degli studiosi della scuola di Chicago, evolutasi tra gli Anni Cinquanta e Settanta, il punto di partenza fu proprio il superamento del paradigma del compromesso keynesiano, del principio di intervento statale nell’economia, dell’imbrigliamento istituzionale dei mercati. 

Il più famoso tra questi, Milton Friedman, rivolgendosi a un pubblico di massa e non solo al contesto accademico, nella sua opera Capitalismo e libertà “teorizzò il capitalismo basato sulla libera concorrenza privata al tempo stesso come uno strumento per ottenere la libertà economica e un presupposto necessario per la libertà politica[3]”.

La fondatezza dei dogmi di Friedman si scontrò sin da subito con la realtà dei fatti, che vide i “Chicago Boys” divenire consiglieri strategici del primo esempio di governo neoliberista della storia, la dittatura militare cilena di Augusto Pinochet. E qui veniamo alla costituzione politica dell’ideologia neoliberista, che interpreta la “libertà” come l’istituzionalizzazione della leadership dei mercati sui popoli e gli Stati. Il mercato, interpretato come forma di organizzazione naturale, diventa giudice supremo della vita delle comunità. E non è un caso che le forme di applicazione più radicale dell’ideologia neoliberista avvennero quando a portarne avanti i dogmi erano governi privi di qualsivoglia contrappeso interno, come il regime cileno, che creo una situazione in cui “la gente era in prigione perché i prezzi potessero essere liberi[4]”. 

Questo crea un contesto che vede il neoliberismo imporre strutturalmente regimi di monopolio, oligopolio e danneggiamento del principio di concorrenza proprio in nome della tutela di quest’ultima. La spinta dell’economia alla finanziarizzazione, alla massimizzazione dell’efficienza a scapito della tutela di fattori come il lavoro, la pervasività istituzionale dei dogmi di minimo intervento statale portano a una situazione regressiva. Un grande sociologo come Luciano Gallino ha indicato col nome di “finanzcapitalismo” in un omonimo saggio il sistema venutosi a creare nell’era neoliberista. Secondo Gallino nei nostri tempi “capitale e potere sono le due forme di accumulazione di valore del finanzcapitalismo, si tratta in realtà di due termini di identico significato, nella misura in cui il capitale è potere[5]”.

Dall’ascesa dei governi di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti e dall’inizio della marea montante del neoliberismo anche nelle società occidentali la pervasività sociale dei dogmi della competizione economica nella società si è fatta sempre più forte. L’ideologia neoliberista, colma di riferimenti all’individualismo libertarian statunitense, teorizza l’homo economicus perfettamente egoista e privo di vincoli sociali nella sua azione[6], istiga alla competizione e a una svolta antropologica che supera le criticità della “società del consumo”, amplificandole.

La “società del valore” neoliberista, come ha avuto modo di notare uno studioso attento come Paolo Ercolani[7], è società dell’istantaneo, della necessità di valorizzare tempi, spazi e attività del quotidiano, della mercificazione. I dogmi dell’ideologia dominante sono stati pienamente sdoganati in una società che ha l’individualismo come suo faro.

Acuti studiosi del neoliberismo come David Harvey non mancano di individuare un terreno di coltura della diffusione dell’ideologia nella contestazione del Sessantotto e in ciò che ne seguì: delegittimando il capitalismo industriale figlio del New Deal e dei decenni post-bellici in Europa, la contestazione portò gradualmente sul terreno i temi delle libertà individuali, della contrapposizione tra uomo e necessità della comunità, dello slegamento tra bisogni dei singoli e giustizia sociale.

“Il perseguimento della giustizia sociale presuppone solidarietà sociali e una propensione a sublimare le esigenze, i bisogni e i desideri individuali nell’ambito di una lotta più generale, per esempio per l’uguaglianza sociale o la giustizia ambientale”, scrive l’autore nel suo Breve storia del neoliberismo[8]. In un primo momento gli obiettivi che riguardavano la giustizia sociale e quelli relativi alla libertà individuale si “fondevano con qualche difficoltà”, ma in seguito, scrive Harvey “la retorica neoliberista, con la sua enfasi sulle libertà individuali”, si dimostrò in grado di “separare il libertarismo, le politiche dell’identità, il multiculturalismo e l consumismo narcisistico dalle forze sociali che perseguono la giustizia sociale tramite la conquista del potere”. Il tutto con un pesante riflesso sullo sviluppo della Sinistra politica e delle sue basi culturali e sociali, troppe volte ridottesi a portavoce o megafoni dei dogmi del neoliberismo in America e oltre Atlantico.


[1] Per un’analisi del pensiero di Naomi Klein cfr. Naomi Klein, Shock Economy, Rizzoli, Milano 2007.

[2] Tommaso Padoa Schioppa, Parigi e Berlino: ritorno alla realtà, Corriere della Sera, 26 agosto 2003.

[3] J. Micklethwait, A. Wooldridge, La destra giusta. Storia e geografia dell’America che si sente giusta perché è di destra, Mondadori, Milano, 2005, pag. 54

[4] Eduardo Galeano, traduzione di Maria Antonietta Peccianti, Memoria del fuoco, Rizzoli, Milano 2005.

[5] Giuseppe Gagliano, Il finanzcapitalismo secondo Luciano Gallino, Osservatorio Globalizzazione, 30 agosto 2019.

[6] Giuseppe Gagliano, La solitudine dell’uomo economico, Osservatorio Globalizzazione, 27 settembre 2019.

[7] Paolo Ercolani, Figli di un Io minore, Marsilio, Milano, 2019.

[8] David Harvey, Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano, 2007, pag. 53-55 per la presente citazione e le seguenti.

Ho frequentato il Liceo Classico e studio Economia e Scienze Sociali. Temporaneamente a Milano, in realtà il mio cuore è fra le dolci colline marchigiane, dove sono nato. Strapaesano impenitente, a un apericena chic ai Navigli preferisco di gran lunga una buona fetta di ciauscolo e un bicchiere di Rosso Piceno sorseggiato guardando le onde del mio Adriatico

Bresciano classe 1994, mi sono formato studiando alla Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali della Statale di Milano.
Dopo la laurea triennale in Economia e Management nel 2017 ho conseguito la laurea magistrale in Economics and Political Science nel 2019.
Di matrice culturale cattolica, ritengo importante riscoprire le grandi lezioni del cattolicesimo sociale di Vanoni, Paronetto, La Pira e Fanfani, la matrice umanista della dottrina sociale della Chiesa e il pensiero politico di uomini del calibro di Enrico Mattei coniugandoli con una strenua difesa del diritto all'esercizio e alla dignità del lavoro.
Il mio principale interesse di studio è la geoeconomia, ovvero l’analisi degli effetti dell’interdipendenza tra le grandi questioni geopolitiche e le dinamiche industriali, commerciali e produttive del mondo contemporaneo, con un focus particolare sull’impatto della rivoluzione tecnologica, sulla sfida Usa-Cina e sul ruolo dell’Europa nel mondo contemporaneo.
Attualmente lavoro come Business Analyst presso la filiale milanese di Accenture e dal maggio 2019 affianco il professor Aldo Giannuli nel progetto del centro studi “Osservatorio Globalizzazione"

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